Charly's blog

Il dilemma di Rodrik: gli USA e Trump

In questi tempi di riflusso dalla globalizzazione è facile imbattersi nel dilemma di Rodrik [1]:

nel suo La globalizzazione intelligente, Rodrik introduce il concetto di trilemma dell’economia mondiale: ossia il fatto che sia impossibile perseguire simultaneamente la democrazia, l’autodeterminazione nazionale e la globalizzazione economica. «Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica – scrive Rodrik – . Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere fra lo Stato-nazione e l’integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato-nazione e l’autodeterminazione dovremo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione».

Non suona bene, no?

 

—- A morte lo Stato! —-

Il nemico è lo Stato-nazione di matrice europea:

Per capire perché tutto questo ha senso, si noti che una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione previsti per commerci e scambi finanziari attraverso le frontiere. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione: generano il rischio sovrano, creano discontinuità regolatorie ai confini, impediscono una regolamentazione e supervisione globale degli intermediari finanziari e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza.

Non è un caso se si sentono tanto insulti verso le nazioni e il nazzzionalismo (con tre zeta, mi raccomando). In Europa, non a caso, per combattere il nazionalismo si vuole costruire… una nazione europea. Geniale, no?

Il gioco presenta tre possibili opzioni:

Una possibilità è andare verso il federalismo globale, allineando l’obiettivo della politica (democratica) a quello dei mercati globali. Realisticamente, però, questo è qualcosa che non può essere fatto su scala globale. È già abbastanza difficile da raggiungere anche tra un paesi relativamente simili e che la pensano in maniera simile, come l’esperienza della UE dimostra.

Un’altra opzione è il mantenimento dello stato nazione, ma in modo che risponda solo alle esigenze dell’economia internazionale. Avremmo così uno stato che persegue l’integrazione economica globale a scapito degli obiettivi nazionali. Il gold standard del XIX secolo ci fornisce un esempio storico di questo tipo di stato. Il crollo dell’esperimento di convertibilità argentino degli anni ’90 ci fornisce un’illustrazione contemporanea della sua incompatibilità intrinseca con la democrazia. 

Infine, possiamo ridurre le nostre ambizioni sulla quantità di integrazione economica internazionale che possiamo (o dobbiamo) raggiungere. Quindi rivolgerci a una versione limitata della globalizzazione, più o meno come il regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una limitata liberalizzazione degli scambi). Sfortunatamente questo è diventato vittima del suo stesso successo. Abbiamo dimenticato i compromessi incorporati in questo sistema, che erano la fonte del suo successo.

Personalmente sono per la terza opzione. E, per la cronaca, io sono il classico nomade cosmopolita, ma ho pur sempre un minimo di buon senso.

 

—- Nessuno ne è immune —-

Al dilemma c’era un solo paese che sembrava esserne immune, gli Stati Uniti [3]:

La prima è che il trilemma non sembra riguardare gli Stati Uniti. Costoro sembrano immuni dal trilemma di Rodrik, visto che non si fanno il minimo problema a coniugare democrazia di massa, globalizzazione e stato nazionale. Sarà perché il loro stato nazionale è bello grosso, ricco e bene armato?

La seconda è che la Cina sembra aver sciolto il suo personale trilemma infischiandosene della democrazia, mentre sta percorrendo a grandi passi il suo cammino verso la globalizzazione finanziaria, di cui sarà un passaggio fondamentale la convertibilità del renminbi, dopo aver affrontato con successo quella commerciale e non sembra per niente intenzionata a rinunciare alla sua Repubblica popolare.

La terza riguarda l’eurozona, che invece pare abbia scelto, ormai da decenni, di mettere in pensione gli stati nazionali, sacrificati nel nome dei criteri di convergenza che tutti conosciamo bene, in omaggio all’idea di una comunità globale capace di avere peso specifico rilevante di fronte agli Usa e alla Cina. Probabilmente i teorici dell’Unione europea non si aspettavano tante resistenze dai popoli fiaccati dalla crisi. Ma tant’è: si marcia avvinti (più o meno volentieri) verso l’avvenire.

Sembrava, appunto, perché alla presidenza adesso c’è un Trump che spara a zero sulla globalizzazione e che parla apertamente – ovvove, ovvove- di mettere al primo posto gli interessi nazionali. Una possibile opzione del trilemma, insomma.

Un altro paese che ha fatto la sua scelta è la Cina [4]:

Xi sa che l’Europa non può fare a meno della Cina e la Cina non può fare a meno dell’Europa. Nel discorso di fronte agli imprenditori svizzeri non si è presentato il leader di una nazione che si autoproclama ancora comunista, ma una specie di ideologo liberista: «Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale». L’Unione a trazione tedesca dipende dalle esportazioni molto più di quanto non accada all’ex impero celeste, che dopo molti anni di transizione ora ha una classe media in grado di alimentare la domanda interna. La visita è carica di significati simbolici, perché la Svizzera è una delle prime democrazie ad aver riconosciuto la Cina comunista, e perché proprio in questi giorni cade il primo anniversario della nascita della Asian Investment Bank, l’istituzione multilaterale che promette di fare della Cina il nuovo motore dell’economia mondiale grazie anche al contributo di Italia e Germania.  

Se non fosse che la globalizzazione è un [5]:

Fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti. Da un lato, si assiste, infatti, a una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni e a una conseguente scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale o regionale; dall’altro, le imprese sono maggiormente in grado di sfruttare rilevanti economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, specie dei beni di consumo standardizzati, e di praticare politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti i mercati. L’impresa che opera in un mercato globale, pertanto, vende lo stesso bene in tutto il mondo e adotta strategie uniformi, a differenza dell’impresa multinazionale, il cui obiettivo è invece quello di assecondare la varietà delle condizioni presenti nei paesi in cui opera.

Il termine g. è spesso usato, come sinonimo di liberalizzazione, per indicare la progressiva riduzione, da parte di molti paesi, degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali.

E l’alfiere di questo processo è il leader di un paese governato da un partito comunista. E poi ci si stupisce se tutto va a rotoli

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[1] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-04-06/il-trilemma-rodrik-puoi-avere-democrazia-globalizzazione-e-sovranita-nazionale-tutti-assieme-173314.shtml?uuid=ACVglP2C.

[2] Cfr. http://vocidallestero.it/2016/06/14/il-trilemma-di-rodrik-leconomia-mondiale-non-lo-puo-evitare/.

[3] Cfr. https://thewalkingdebt.org/tag/trilemma-politico-di-rodrik/.

[4] Cfr. http://www.lastampa.it/2017/01/17/esteri/xi-jinping-diventa-lalfiere-della-globalizzazione-HwLQ9pPJ5dhpUM8pxQlGBM/pagina.html.

[5] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/globalizzazione/.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 febbraio 2017 da in Uncategorized con tag , , , , , .
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