Charly's blog

I docenti bacchettano gli studenti? Di quale decennio, di grazia?

Gli studenti? Non conoscono più la grammatica italiana [1]:

Un’invasione di studenti (anche laureati) che non sanno l’italiano ha spinto 600 professori universitari a sottoscrivere in pochi giorni un accorato appello al governo e al Parlamento per mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie. Ripartendo dai fondamentali: «Dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano». Può sembrare un ritorno indietro ma, come spiega Giorgio Ragazzini, uno dei quattro docenti di scuola media e superiore del Gruppo di Firenze che hanno promosso la lettera, «forse stiamo risentendo anche di una svalutazione della grammatica e dell’ortografia che risale agli anni 70».

Solo una domanda: ma quando i docenti di oggi erano studenti, qual era il giudizio dei loro professori?

 

—- Che asini questi professori —-

Nel 1959 Luigi Volpicelli narra la sua attività di presidente di un concorso per la selezione di direttori didattici governativi nel libro Scuola sotto zero. Sconsolato, l’autore punta il dito contro la mancanza di una maturità politica e civile dei candidati, il loro spirito retrivo e la loro insensibilità ai problemi del lavoro e della vita associata. Poco prima, nel 1957, Andrea Evarista Breccia raccoglie nel libro I somari in cattedra tutti gli errori commessi dai giovani laureati che si candidavano ad una posizione di docente [2]. Nel 1960 Salvatore Valitutti notava che fra la scuola e i giovani fosse in atto un crescente divorzio da imputare al fatto che i giovani non si sentissero compresi da un sistema scolastico votata alla formazione intellettuale di pochi eletti. Senza dimenticare i docenti il cui livello qualitativo è così scadente che «non solo difetta la preparazione tecnica, ma vengono meno l’interesse e l’entusiasmo». Infine si conclude che «la crisi della scuola italiana d’oggi è in primi luogo crisi di insegnanti» Le cause del fenomeno sarebbero da ricercare nell’ossessione di tutti «di superare gli esami e avere il certificato, il diploma, il titolo». I parenti «vogliono le scuole, ma principalmente vogliono il diploma, sia che i figli abbiano o no studiato; anzi, meno hanno studiato e più pretendono quei certificati» [3].

E che dire del tanto gettonato mismatch fra scuola e mercato del lavoro? Quando Giuseppe Bottai divenne ministro negli anni ’30 uno dei problemi più pressanti della scuola italiana era il problematico rapporto con il mondo del lavoro [4]. Anche allora si argomentava dell’insufficiente formazione professionale che non riusciva a soddisfare le esigenze delle imprese. Citando un Ministro di qualche anno fa, si può forse concludere che anche i Barilla fossero un pochino choosy? Nell’immediato dopoguerra Luigi Sturzo lamentava ancora una volta che «in termini economici, non si vede affatto la possibilità che il mercato italiano della gente laureata possa assorbire tanta merce quanto la macchina universitaria ne va producendo». Di conseguenza «aumenta sempre più l’inflazione del personale impiegatizio pubblico e privato, e quindi la moltiplicazione di enti statali, parastatali, di qualsiasi natura e importanza». Eppure «la disoccupazione della classe laureata ha percentuali altissime».

Sempre a proposito di lavoro, in un convegno tenutosi nel febbraio del 1956 e in titolato “Processo alla scuola”, si è rilevato che l’uomo di strada guardava alla scuola come una fabbrica di titoli piuttosto che come uno strumento di educazione e di preparazione. L’obiettivo degli studi è il sospirato pezzo di carta che non è un attestato di capacità raggiunte, quanto una chiave opportuna per penetrare in qualche posto socioeconomico e lì asserragliarsi. L’Italia, allora, ha troppi laureati e l’Università non è in grado di istruire adeguatamente tutte le persone che vogliono iscriversi [5]. Da qui la necessità di instaurare il numero chiuso nelle Università. Certo, all’epoca i laureati erano poche migliaia ma, come si suole dire, vox populi vox dei.

Chiediamoci, ora, qual era il giudizio dei docenti dell’inizio del secolo nei confronti dei professori di metà secolo. Nel 1905 Giuseppe Fraccaroli denunciava che «nella anarchia e nel disordine cui siamo giunti, discutere su particolari discipline o di programmi può parere perfino ridicolo». I ragazzi nelle scuole italiane imparavano «l’ozio, l’indisciplina, la menzogna, la frode, il disprezzo per la legge, per il sapere e per l’autorità» e gli uomini di scuola, invece di porre rimedio alla situazione, avevano persino collaborato con «l’acquiescenza, con l’indulgenza, con la vigliaccheria di cedere sempre alle raccomandazioni, alle pressioni, alle grida, alle minacce e alle pazzie». Di conseguenza c’erano ragazzi che «passavano otto anni tra il latino e il greco, senza apprendere nulla o quasi nulla», senza dimenticare che «gli insegnanti sono mal pagati, ma alcuni di essi sono pagati anche troppo per quello che valgono»[6].

Sempre all’inizio del 20° secolo il filosofo del fascismo e padre della scuola italiana Giovanni Gentile tuonò contro la disoccupazione intellettuale dei «legisti e medici a spasso, con tanto di laurea incorniciata e appesa nel più onorevole luogo di casa». Costoro «hanno compiuto pessimamente gli studi universitari, come male hanno fatto i secondari». Nel 1923 anche Mussolini affermò la necessità di una scuola seria, formativa dei caratteri e degli uomini. Da qui la necessità «che gli studenti studino sul serio»[7]. Nessuna sorpresa, allora, se un lontano parente politico come Gianfranco Fini ebbe a definire una volta i docenti come un manipolo di frustrati che incitano all’eversione. I nobili precedenti in merito non mancavano.

 

—- Il futuro? Gli illetterati erediteranno la terra —-

Non male, vero? Ovviamente il giochino può andare a ritroso fino all’alba della civiltà per trovare sempre qualche docente pronto a sberciare e starnazzare. Si potrebbe anche far notare che nelle varie ricerche dedicate al rilevamento delle capacità cognitive i 15enni sono sempre i migliori e, per quanto la conoscenza della grammatica e la capacità di comprendere un testo scritto non siano ovviamente la stessa cosa, vi inviterei a provare il dettato ortografico con qualche over 50 tanto per vedere.

La chiudiamo qui, allora? No, perché si dovrebbe far notare che se è vero che abbiamo raggiunto il punto più alto nella storia per diffusione di livelli di scolarizzazione, potrebbe anche essere che da qui in avanti il livello cominci a scendere inesorabilmente. E no, le riforme della scuola non ne sono la causa che è invece da ricercare nelle mutate condizioni socio-economiche. Ma prima torniamo dai simpatici over 50 dalla dubbia conoscenza grammaticale. Perché si ritrovano in quelle condizioni? In genere il livello di scolarizzazione è inferiore ma se anche così non fosse non dovrebbe stupire una performance così poco lusinghiera. Le abilità si acquisiscono con lo studio e l’esercizio e senza queste due variabili si assiste a un lento e inesorabile declino. Perché credete che investa il mio tempo in un blog senza ricarvarci alcunché?

Il problema nasce dal fatto che le competenze acquisite in ambito scolastico non hanno una grande utilità in ambito lavorativo né in un contesto di vita quotidiana. Esattamente come ci si dimentica la storia o la matematica, così si perde progressivamente la conoscenza della grammatica. Si badi bene che non basta scrivere rispettando la grammatica o la sintassi dato che ora come ora non potrei superare una banalissimo compito di analisi del periodo. Dalla mia ultima volta sono passati 17 anni e francamente nulla ricordo… Io lavoro nel settore HR e le mie competenze di scrittura non vengono mai per davvero utilizzate e vi lascio immaginare il discorso per muratori o programmatori informatici. In quest’ultimo caso a essere richiesta è la sintassi Java e non quella della lingua italiana.

Dopo l’oggi non rimane che il futuro. In un mondo sempre più complesso si potrebbe pensare che le competenze e le conoscenze crescano a loro volta. Il che, per l’appunto, è quanto successo finora passando da un’economia agricola a una industriale e poi a una post industriale. Ma con il prossimo passaggio ci sono due nuove variabili:

  • la tecnologia può rimpiazzare anche lavori complessi;
  • l’interfaccia della tecnologia è sempre più semplice;

Il touchscreen e il riconoscimento vocale permettono di spostare il focus da un elemento fondamentalmente scritto (male) come internet a uno orientato alla dimensione orale. Video e comandi vocali possono sostituire il grosso del testo scritto lasciando le briciole ai testi interattivi. Se l’automazione fagociterà tutto o quasi lasciando rapporti sociali feudali o socialisteggianti potrebbe venir meno anche la necessità di acquisire elevate competenze in ambito di scrittura. Perché ci si dovrebbe sbattere per un’abilità ormai inutile? Per rendere l’idea: quanti fra voi sono in grado di cacciare con una lancia e di accendere il fuoco? Un’utopia tecnologica dove le macchine fanno tutto o quasi potrebbe avere come prezzo il passaggio dell’umanità a un sostanziale status di infanzia dove nessuno comprende né si cura di comprendere come il mondo funziona. D’altronde già oggi è così per un buon 90% delle persone: chi mi sa spiegare il principio grazie al quale gli smartphone funzionano? Ci siamo quasi, dai, manca solo il 10%.

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[1] Cfr. http://www.cultora.it/lappello-600-prof-gli-studenti-non-sanno-litaliano-governo-intervenga/.

[2] Cfr. http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=139:giulio-toffoli-sullorlo-del-baratro-la-crisi-della-scuola-e-i-rischi-delle-derive-estetizzanti&catid=1:fare-polis&Itemid=13.

[3] Cfr. S. Valitutti, Difesa della scuola, Armando Editore, Roma 1960, p. 54 e 67.

[4] Cfr. R. Gentili, Giuseppe Bottai e la riforma fascista della scuola, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1979, pp. 8-9.

[5] Cfr. G. Calogero, Scuola sotto inchiesta, Giulio Einaudi editore, Torino 1965, pp. 133-4.

[6] Cfr. U. Benedetti, Stanno bocciando la scuola, Sansoni, Firenze 1973, pp. 4-6.

[7] Cfr. G. Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 139-140.

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10 commenti su “I docenti bacchettano gli studenti? Di quale decennio, di grazia?

  1. magiupa
    14 febbraio 2017

    hai messo un po’ di carne al fuoco.
    Ammetto tranquillamente che è endemico il criticare l’incapacità delle generazioni sucessive.
    Concordo anche che molte competenze siano,diciamo,demodè,e mio figlio nn avrà,ne ha, molte occasioni di applicarle.
    diverso è pensare che certe critiche nn abbiano fondamento o che nn ci sia il problema.
    Anzi!

    • Charly
      14 febbraio 2017

      Non dico che non ci sia un problema, ma senza dati non si conclude niente.

      • magiupa
        15 febbraio 2017

        ma i dati da soli descrivono una realtà,se ci limitiamo all’osservazione nn si conclude comunque nulla.
        che si fa?
        sono d’accordo che una scuola,soprattutto la primaria e la secondaria inferiore,boccia tanto espelle persone dal percorso scolastico…e nn va bene,ma un costante levellamento verso il basso degli standard è altrettanto squalificante.
        A me come genitore vedere una scuola come quella fatta dai miei figli ha fatto irritare alquanto,probabilmente mi avrebbe irritato anche da studente,ma d’altro canto l’abbassamento delle pretese avrebbe soddisfatto il mio essere clamorosamente pigro e me ne sarei fatto una ragione.

      • Charly
        18 febbraio 2017

        Quello è il lato dell’offerta scolastica, ma non manca quello della domanda: se il livellamento verso il basso – tutto da dimostrare visto che non esce mai dalla dimensione degli aneddoti – fosse u fatto negativo dovrebbe esserci una ripercussione sul versante lavorativo. Cosa che non avviene. Mi sa che il non imparare più a memoria Dante o Manzoni non comporti tutta questa tragedia.

  2. magiupa
    19 febbraio 2017

    devo dire che io nn ho frequentato ne dante ne manzoni,anche le poche superiori fatte hanno evidenziato le mie superiori capacità di parlare nei temi, di libri che nn ho letto.
    però storia e gerografia li ho sicuramente fatti meglio,e la tragica assenza dell’educazione civica nei miei 11 anni di scuola hanno prodotto risultati migliori di quelli di mia figlia che una maturità l’ha presa…
    Cmq io penso che il problema sia del livellamento in basso sia più da imputare alle scuole inferiori,quelle superiori hanno difetti più strutturali,troppo liceo nei licei,anche se avrei voluto fare il classico, ma probabilmente nn avrei finito neppure quello.
    che mestiere sarebbe cmq stato lo scrivere per uno che nn ama parlare del se,che odia esporsi nelle sue idee,che rifugge il contraddittorio,in fondo preferisco leggere.

    • Charly
      21 febbraio 2017

      Il fatto è che non vedo nei numeri questo livellamento. Mi fanno ridere i post o gli articoli che argomentano che i manuali delle elementari di 50 anni fa erano più complessi di quelli di oggi: perchè, allora, i geni che hanno studiato su quei manuali vengono presi a pedate dai pargoli che, a loro dire, non studiano affatto?

      • magiupa
        22 febbraio 2017

        nn mi ricordo un gran che i manuali delle mie elementari(77-84 son solo 40anni fa)
        il confronto lo faccio con le cose che sapevo io a quell’età…però è vero che leggendo molto forse nn sono proprio lucido nel qualificare la mia scuola.
        Potrebbe essere che mi ricordi come conoscenza generale cose che sapevo io…
        ma storia e geografia alle medie le ricordo bene,e testone polacco(il mio prof)ti faceva marciare con Alessando,assistere al trionfo di Cesare,discutere con S.agostino,visitare le terre d’oriente,incontrare popoli….sarà stata fortuna!
        Ma con lui imparavano anche i somari.

  3. Fabio
    19 febbraio 2017

    Se un aereo non vola non si può dire come si fa in Italia che le toilette o i sedili funzionano benissimo…
    Se i dati dicono qualcosa, lo fanno perché riassumono tutta una situazione…certo la situazione e complessa ma non complicata

  4. Fabio
    19 febbraio 2017

    Cultura è cultura…anche quella scientifica è cultura
    Come mai in Italia la cultura è solo umanistica?

    Veniamo ai Nobel
    Un paese simile a noi uk
    Come mai loro hanno tanti Nobel e noi pochissimi?

    • Charly
      21 febbraio 2017

      In Italia è considerata come cultura solo quella umanistica grazie a quel fantagenio di Gentile.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 febbraio 2017 da in Uncategorized con tag , , , .
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