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L’Unione Europea? Deve essere socialista, i Ventotene boys say

Una mantra assai comune fra gli europeisti è il supposto iato esistente fra l’ideale dell’Europa incarnato nel manifesto di Ventotene e la sua realizzazione pratica [1]:

Se i volenterosi apologeti dell’Europa unita si fossero davvero premurati di prestare fede al testo del Manifesto, si renderebbero oggi conto con estrema facilità che il nesso causa-effetto davanti ai problemi che rischiano di decretare la fine dell’Unione è invertito rispetto a quanto divulgano ogni giorno dalle cancellerie del continente. Populismi, nazionalismi, qualunquismi sono effetti, non cause. Sono la conseguenza di un continente che crede alla burocrazia più che al suo stesso popolo, a una buffa oligarchia di grigio vestita più che alla democrazia, agli equilibrismi sulla moneta unica più che alle idee su cui l’economia dovrebbe fondarsi, a una continua nevrotica limatura del rapporto tra deficit e pil – su cui la Vienna del dottor Sigmund Freud e del signor Thomas Bernhard avrebbe molto da dire – più che al compito che uno stupefacente laboratorio filosofico, politico, artistico, linguistico, spirituale qual è stato per secoli il nostro continente, affida, se non prescrive, ai suoi eredi.

Prima di procedere vorrei porvi una questione: ma voi, il Manifesto, l’avete mai letto?

 

—- Il Manifesto: la diagnosi —-

Il Manifesto non è un testo difficile da reperire, in verità [2]. Scritto durante la Seconda Guerra Mondiale, la prima parte è dedicata alla diagnosi delle cause che hanno portato il Vecchio Continente in guerra. Si comincia con il progresso che è diventato un problema:

Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili.

Ma ecco che sorgono le difficoltà: «Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali». Il nemico è da ricercarsi nell’idolatria della nazione: «La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. E’ invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne».

Di conseguenza «lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficienza bellica». E poi:

la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell’odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo. Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente la unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all’odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.

Tutto bello, se non fosse che non ci siamo proprio. Si confonde, in maniera dilettantesca a dir poco, la Nazione, lo Stato e i regimi Totalitari: le democrazie dell’epoca come il Regno Unito o gli USA non possono essere descritte in quel modo. Non tutte le Nazioni, pertanto, sono diventate regimi totalitari mentre quest’ultimi si sono rivelati così adatti all’ambiente internazionale da venir sconfitti in maniera catastrofica. Tant’è che in Occidente dei regimi totalitari non c’è più traccia.

Né i presunti padri dell’Europa, inoltre, si sono preoccupati di indagare sulla genesi della Prima Guerra Mondiale, quando il totalitarismo non esisteva, né sulla crisi degli anni ’30 che ha poi portato al secondo conflitto mondiale. Da persone che confondono una repubblica con il nazismo, tuttavia, non mi aspetterei molto di meglio.

 

—- Il Manifesto: l’unità europea —-

Per capire la furbizia dei nostri eroi basta leggere questo paragrafo:

Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera. Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi.

Allora il problema «che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani». La soluzione ai contrasti nazionali è quella di costruire una super nazione di dimensione continentale. E cosa dire dei possibili contrasti a livello globale? Basta fare una super nazione globale che diamine:

E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.

Sperando che gli alieni non si facciano vedere, sennò toccherà all’Impero Galattico. Quel che non si capisce, tuttavia, è l’effetto della dimensione della nazione sul potere dei reazionari. Se hanno potere in uno Stato omogeneo a livello culturale, perché non dovrebbero averne ancor di più in un super Stato multiculturale e per forza di cosa ingestibile?Al riguardo si pensi alla super class globale economica nell’attuale contesto globalizzato.

Se vi chiedete, poi, come costruire questa mitica entità statale eccovi la risposta:

Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.

Calpestando la sovranità nazionale che risulta essere, in ambito democratico, il frutto delle tornate elettorali. Chi era quello che diceva che bisognava mettere al riparo dai risultati elettorali alcune scelte politiche? Un sincero europeista, sembra.

Ed eccovi i manganelli del caso:

per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.

Insomma, che si voti pure purché non si disturbi il manovratore. E cosa rimane da votare? Boh, le unioni di fatto?

 

—- Il Manifesto: il libro dei sogni —-

Stabilita la super nazione europea manca solo la politica da perseguire: «La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali». E qual è la via maestra da seguire? Il socialismo: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita». Quando vedete gli spocchiosi liberisti predicare sull’Europa, sentitevi liberi di rider loro dietro. Non sanno quel che dicono o quel che fanno, come al solito.

 Ma si badi bene che è un socialismo paraculo:

La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. […] La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Il programma ecomico? Boh, si vede caso per caso. Ma nella lotta contro gli «incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali» ecco a voi la nazionalizzazione:

non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E’ questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

Se ne conclude che le Nazioni sono brutte, ma le nazionalizzazioni vanno bene. Il tutto mica gestito da una burocrazia nazionale, ma da un qualcosa super nazionale. Cioé una burocrazia super nazionale tipo quella di Bruxelles. Ma non c’era uno iato fra l’ideale e la pratica? A me non sembra.

Senza poi dimenticare il pane:

Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.;

e il lavoro:

La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

E il pensiero mi torna ai simpatici liberisti della porta accanto…

Pur non avendo minimamente trattato i problemi pratici sollevati dal delirio europeo quali:

  • identità culturali e differenze linguistiche;
  • interessi geopolitici contrapposti;
  • fattibilità economica;

Il Manifesto risulta essere poco più di un libro dei sogni che evidenzia una sola cosa: la concezione per la democrazia dei nostri eroi. Si legga:

Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all’anarchia. Credono nella “generazione spontanea” degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla “storia” al “popolo” al “proletariato” o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un’assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.

L’Assemblea Costituente? Ovvove! Ed ecco il tocco finale:

I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione

Che altro dire? Nulla se non questo: «Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare». Giusto per la cronaca, parlano di voi.

 

Approfondimenti:

– il Manifesto: http://www.treccani.it/enciclopedia/il-manifesto-di-ventotene_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/;

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[1] Cfr. http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/08/28/ventotene-manifesto-europa.

[2] Cfr. http://novara.anpi.it/attivita/2015/manifesto%20di%20ventotene.pdf.

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6 commenti su “L’Unione Europea? Deve essere socialista, i Ventotene boys say

  1. magiupa
    29 aprile 2017

    io sono europeista,nn fraintendermi…ma con il manifesto di ventotene nn ci pulirei il c… per ragioni igeniche e pratiche,ma per quello che c’è scritto quello è il suo scopo.
    però è vero…siamo in 4 gatti ad averlo letto.
    Lì capisco però,anchio facevo i temi sui promessi sposi senza averli letti….vuoi mettere?

    • Charly
      29 aprile 2017

      Ma i tuoi temi non venivano usati per legittimare un’entità politica 😛

      • magiupa
        30 aprile 2017

        come no, volevano farmi rappresentante di classe per forza con tanto di candidatura a mia insaputa che bau,bau,micio,micio.

  2. JS
    1 maggio 2017

    Tra l’altro – e potrebbe essere un argomento per un prossimo post se vuoi fare una ricerca – nelle previsioni era pure scadente.
    A un certo punto spara a zero sul modello corporativo e sulla sua capacità di produrre qualcosa di buono…non fosse altro che il mitico eden dei lavoratori scandinavi si basa su un modello neocorporativo…

    • Charly
      1 maggio 2017

      I Ventotene boys attaccavano il modello fascista per ovvi motivi storici e non quello nordico che sarebbe arrivato 30 anni dopo. I due modelli, poi, sono molto diversi fra loro e appartengono ad epoche storiche assai distanti (in Svezia ci sono i sindacati, non le corporazioni).
      Sulla sua natura di “eden”, infine, ognuno ha le sue preferenze individuali. A me il modello scandinavo piace, ad altri – anche giustamente – no.

      • JS
        1 maggio 2017

        Nel manifesto leggiamo:

        “la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l’ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C’è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
        Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz’altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un’anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all’opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell’interesse della classe governante”.

        Che critichino il corporativismo ci sta. Ma l’idea del manifesto è che il modello o l’idea alla base del modello sia fallimentare. Mentre esso funziona(va) bene in Scandinavia (e in misura minore Germania e Paesi Bassi) dove alcuni sindacati/gruppi di sindacati sono di equiparabili a una camera corporativa…ma che funziona (mentre, è vero, nel fascismo non funzionavano), come la famosa LO danese,

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2017 da in Uncategorized con tag , , , , .
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