Charly's blog

FAQ: migranti, ONG e confini (prima parte)

Considerata la complessità della questione migranti e ONG vorrei presentarvi una piccola FAQ relativa alla questione. Ovviamente è una cosa molto semplice, prendetela come una guida introduttiva.

Suddividerò il fenomeno nelle tre fasi in cui si dispiega:

  • partenza;
  • viaggio;
  • arrivo;

Cominciamo da chi parte.

 

—- Chi parte? —-

Nella propaganda relativa all’immigrazione svettano le donne e i bambini anche se, in realtà, sono la minoranza. Vediamo in dettaglio la rotta balcanica [1]:

Per la prima volta dall’inizio della crisi dei migranti e rifugiati in Europa i bambini e le donne in movimento sono in maggioranza, rispetto ai maschi adulti.

I bambini e le donne rappresentano oggi il 60% del flusso totale di profughi che varcano il confine Eidomeni (Grecia) e Gevgelija, nella ex repubblica jugoslava di Macedonia.

I bambini attualmente sono il 36% di coloro che affrontano il pericoloso viaggio via mare dalla Turchia alla Grecia.

Ma agli inizi del fenomeno la situazione era differente:«Da giugno 2015, quando gli uomini rappresentavano il 73% dei migranti e rifugiati sulla “rotta balcanica”, c’è stato un notevole incremento nel numero di bambini e donne in movimento. Se a quell’epoca i bambini rappresentavano un decimo del flusso di profughi, adesso la loro componente è superiore a un terzo del totale».

Per quanto riguarda la rotta africana l’elemento maschile è tuttora dominante: «Delle 123.600 domande di asilo del 2016 (+47% rispetto al 2015), 11.656 sono state presentate da minori. La grande maggioranza delle richieste (105mila) è arrivata da uomini»[2].

Nessuna sorpresa nella predominanza del genere maschile: fungono da avanscoperta e in seconda battuta arrivano mogli e relativi figli o tramite ricongiungimenti familiari o seguendo la stessa pista battuta dagli uomini. Questo fenomeno, però, influisce sul numero finale dei migranti come andremo a vedere.

 

—- Quanti sono? —-

Ma di quante persone stiamo parlando? Il trend degli arrivi è in crescita: «E’ continua la crescita delle domande di asilo in Italia: dalle 26mila del 2013 si è passati alle 64mila del 2014, alle 83mila del 2015 fino alle 123mila del 2016. Ed i dati di gennaio 2017 indicano un ulteriore aumento del 41% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente».

In ambito europeo la situazione è come segue [3]:

Scendono leggermente le domande di asilo in Europa nel 2016: 1.204.300 contro le 1.257.000 del 2015. La Germania, Paese che accoglie di più sia in numeri assoluti che rispetto alla popolazione, rispetto al 2015 ha visto aumentare le domande nel suo Paese del 63%. In Italia sono aumentate del 46%, ed è al secondo posto come accoglienza in numeri assoluti, ma solo decima in base al numero di abitanti.

La maggior parte dei migranti ha fatto richiesta di asilo in Germania (722.300, ovvero il 60% del totale), seguita dall’Italia (121.200, o il 10%), Francia (76.000, il 6%), Grecia (49.900, il 4%), Austria (39.900, il 3%) e Regno Unito (38.300, il 3%). Le cose per l’Italia cambiano si guarda al numero di richieste rispetto alla popolazione totale del Paese: la Germania resta in testa (8.789 domande di asilo per milione di abitanti), segue la Grecia (4.625), l’Austria (4.587), Malta (3.989), Lussemburgo (3.582) e Cipro (3.350). In Italia sono 1.998. I numeri più bassi invece in Slovacchia (18 domande per milione di abitanti), Portogallo (69), Romania (94), Repubblica Ceca ed Estonia (114). Le nazionalità dei richiedenti asilo non sono cambiate rispetto al 2015. Al primo posto ci sono i siriani (334.800), seguiti da afghani (183.000) e iracheni (127.000). 

Ma non deve sfuggire un piccolo dettaglio spesso e volentieri omesso. Non stiamo parlando, infatti, di uno stock di persone una tantum, ma di un flusso in crescita anno dopo anno. In più parliamo di persone provenienti da paesi ad alta fecondità. Vediamo il tasso di fertilità delle prime cinque nazionalità che sono arrivate in Italia:

Tabella 1. Figli per donna, anno 2015

Paese

Fertility rate

Nigeria

5.6

Pakistan

3.5

Gambia

5.7

Eritrea

4.2

Senegal

5

Fonte: Worldbank

I 123 mila del 2016, pertanto, sono solo l’avanguardia. I 100 mila uomini in questione si potrebbero portare in dote una moglie e dai 3 ai 5 figli. Si tratta, pertanto, di più di mezzo milione di persone solo per l’anno scorso in caso di ricongiungimenti familiari. D’altronde se si fa entrare l’uomo che scappa dalla miseria, come si potrà dire di no ai figli e alle mogli?

 

—- Perché partono? —-

Perché partono?In genere si sottolinea la natura di rifugiati dei migranti [4]:

La definizione più ampliamente utilizzata per indicare chi è un rifugiato è contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951 che descrive come rifugiato colui che

“temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

Salvo poi ritrovarsi con statistiche assai differenti: «A conclusione dell’iter, lo status di rifugiato è stato concesso per il 5% delle domande esaminate; al 14% è stata assegnata la protezione sussidiaria, al 21% quella umanitaria e nel 56% dei casi c’è stato il diniego». In molti casi, pertanto, non sono rifugiati in fuga da guerre o violenze, ma immigrati in cerca di lavoro. Esattamente come gli italiani che a decine di migliaia se ne vannno dal paese ogni anno.

Se i paladini dell’immigrazione negano l’importanza della cosa:

Distinguere questi ultimi da quanti fuggono dalla guerra è pericoloso perché rafforza un diktat ormai imposto all’opinione pubblica: la divisione tra buoni (i profughi che vanno accolti) e cattivi (i migranti economici che cercano surrettiziamente di entrare nel nostro mondo ricco ma in crisi, per sottrarci risorse e renderci poveri, e che pertanto devono essere bloccati).

La distinzione semantica sembra funzionale a precise politiche, ossia la realizzazione di quegli hotspot in cui nella visione europea dovremmo rinchiudere tutti all’arrivo per valutare se hanno diritto o no all’asilo. Quando la risposta è negativa, vige una sola regola: rispedirli a casa. Accetto il rifugiato e respingo il migrante.

Gli identitari partono al contrattacco sostenendo che i migranti economici, in quanto tali, non hanno diritto all’assistenza richiesta.

La distinzione tra rifugiati e migranti economici, francamente, mi sembra abbastanza pelosa ed è dettata per lo più dalle necessità di accogliere o meno le domande di asilo. Sia come sia, che si tratti di migranti economici o di rifugiati il problema persiste e il flusso di persone alle nostre porte è solo agli inizi anche per un altro fattore raramente citato [6]:

Venticinque, 50, 100 o, addirittura, 250 milioni di persone: questo è il numero previsto dei rifugiati climatici nel medio periodo. […] La realtà è che stime solide sono quasi impossibili da fare, perché manca una definizione univoca di “migrante climatico”, a partire dal nome. Infatti, per indicare questa particolare categoria di migranti sono state proposte diverse denominazioni: migranti forzati dall’ambiente (forced environmental migrant o environmentally motivate migrant), rifugiati climatici (climate refugee), rifugiati a causa del cambiamento climatico” (climate change refugee), persone dislocate a causa delle condizioni ambientali (environmentally displaced person), rifugiati a causa dei disastri (disaster refugee) fino ad arrivare a “eco-rifugiati” (eco-refugee). Anche qui: manca un “nome” perché manca una definizione. […] Quasi tutti gli studiosi del fenomeno concordano nel ritenere che i cambiamenti climatici sono un acceleratore (driver) del deterioramento delle condizioni socio-economiche che spingono una persona a lasciare il posto in cui vive. In altre parole, laddove allagamenti, siccità ed eventi atmosferici estremi (le tre principali cause delle migrazioni dovute al cambiamento climatico) colpiscono territori già provati da povertà o violenza, fanno da acceleratori ai movimenti di persone. 

Eh sì, anche il clima vuole la sua parte.

[… continua]

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[1] Cfr. http://www.unicef.it/doc/6663/profughi-in-europa-60-su-100-sono-donne-e-bambini.htm.

[2] Cfr. http://www.cir-onlus.org/it/comunicazione/news-cir/51-ultime-news-2016/2237-richieste-d-asilo-in-italia-nel-2016-presentate-123-mila-domande.

[3] Cfr. http://www.cir-onlus.org/it/comunicazione/news-cir/51-ultime-news-2016/2259-eurostat-oltre-1-2-milioni-le-domande-d-asilo-nell-ue-63-in-germania-e-46-in-italia.

[4] Cfr. http://www.cir-onlus.org/it/rifugiati/rifugiati.

[5] Cfr. http://www.internazionale.it/opinione/stefano-liberti/2015/08/27/migranti-rifugiati-al-jazeera.

[6] Cfr. https://oggiscienza.it/2015/11/30/migranti-clima-cop21-rifugiati-disastri/.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 maggio 2017 da in società con tag , , , .
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