Charly's blog

Del frocismo con il culo altrui: laureati, immigrati e disoccupati

Avete mai visto la seguente immagine?

 

No? Male perché è molto istruttiva. Di che si lamentano i disoccupati se gli immigrati trovano lavoro come se nulla fosse? O, forse, le cose stanno diversamente?

 

—- Ma gli immigrati dove lavorano? —-

Insomma, di cosa ci si potrà mai lamentare se l’immigrato vince onestamente al gioco del lavoro – che non è un diritto, Fornero dixit – al quale tutti partecipano? Solo di una cosa, in realtà: e chi l’ha detto che tutti ci partecipano? Diamo un’occhiata a dove gli immigrati lavorino [1]:

Nel secondo trimestre 2014, gli stranieri sono prevalentemente occupati nei servizi alle famiglie (23,6%, contro il 6,8% dei naturalizzati e lo 0,8% degli italiani dalla nascita) e nelle costruzioni (10,9%, contro 5,0% e 6,3%), e più spesso svolgono professioni non qualificate (36,2% contro 17,6% e 7,6%). […] In tale quadro, il 29,9% degli occupati stranieri di 15-74 anni dichiara di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al proprio titolo di studio e alle competenze professionali acquisite, percentuale che scende al 23,6% tra i naturalizzati e all’11,5% tra gli italiani.

Ed ecco a voi il mismatch non fra la domanda e l’offerta di lavoro, ma fra la qualifiche e la posizione ricoperta:

La percezione di un mismatch è più elevata tra gli occupati in professioni non qualificate, con valori maggiori per stranieri e naturalizzati: il 38,7% degli occupati stranieri ritiene che il proprio capitale umano sia sottoutilizzato, percentuale che rimane simile tra i naturalizzati (38,0%) e scende al 19,8% tra gli italiani. Tra quanti lavorano in professioni qualificate sono i naturalizzati, nel complesso con livelli di istruzione superiori a quelli di stranieri e italiani, che si sentono più penalizzati. Del resto, la posizione di svantaggio degli stranieri riflette la segmentazione del mercato del lavoro italiano tra occupazioni qualificate e non qualificate per cittadinanza, con la quota di occupati stranieri impiegati in professioni non qualificate cinque volte superiore a quella degli italiani dalla nascita. Inoltre, la concentrazione degli stranieri nei livelli più bassi della struttura occupazionale si rileva anche in presenza di titoli di studio medio-alti: l’incidenza dei laureati occupati in professioni non qualificate è il 25,4% tra gli stranieri, scende al 6,0% tra i naturalizzati mentre è irrisoria tra gli italiani (0,2%).

Gli stranieri trovano lavoro? Sì, ma spesso e volentieri nei settori professionali poco qualificati. E non si tratta di una problematica solo italiana [2]:

On average, immigrants’ labour market outcomes are worse than natives’. Throughout Europe, working age (15-64) immigrants are on average 5.7 percentage points less likely than natives to be (self-)employed. Since natives’ employment probability is on average 70%, this means that immigrants are 8% less likely to have a job than natives.

E anche qui «Immigrants tend to be disproportionately more concentrated than natives in the bottom part of the income distribution».

E se torniamo al caso italiano, indovinate qual è il primo problema riscontrato durante la ricerca del lavoro? Eccolo qui: «non a caso maggiore ostacolo la scarsa conoscenza della lingua italiana (33,8%)». Provate voi a trovare un lavoro senza conoscere la lingua del posto…

 

—- Immigrati nel quartiere? Ovvove! —-

Si potrebbe anche esaminare la questione evidenziando come l’Italia esporti personale qualificato per importare persone che vengono impiegate in settori poco qualificati (dai campi ai cantieri), ma non è il fine di questo post. Ricordate la storiella della competizione fra i disoccupati e gli immigrati? Ecco, i nostri amici si sono dimenticati di dire che la competizione con l’immigrato c’è ma che non riguarda chi ricopre i lavori altamente o mediamente qualificati.

Non si deve, poi, dimenticare un altro aspetto: il reddito segue di pari passo il livello professionale. Un medico o un ingegnere, un impiegato o un programmatore dispongono di un reddito maggiore che permette loro una maggiore libertà di scelta sul dove vivere. L’affitto/prezzo della casa, infatti, è un potente mezzo di esclusione sociale e permette a chi ricopre i lavori migliori di staccarsi da chi si ritrova alla base della piramide.

Capito l’antifona? Chi ama l’immigrazione e la competizione professionale è in realtà una persona che

  • non è in competizione con gli immigrati;
  • non vive vicino agli immigrati;

E si permettono anche di deridere chi risulta danneggiato dal fenomeno. Non male, vero? D’altronde il mangiare in un ristorantino etnico varrà bene la devastazione del proletariato, no?

Ci sarebbe, in realtà, una soluzione equa e karmica: basta caricare i costi relativi alla “competizione” – formazione, sussidi – sui profili professionali esenti dal “grande gioco” via tassazione. Ma immagino già la risposta… in nome della competizione, ovviamente.

 

P.S.

«One aspect where there is considerable heterogeneity between European countries is the educational levels of immigrants, with the share of tertiary educated migrants ranging from as low as 12% in Italy to more than 40% in countries like Ireland and the UK. Interestingly, however, immigrants’ education is positively correlated to that of natives: more educated immigrants tend to move to countries with a more highly educated workforce, as we highlight in the report. This finding indicates that high skilled migrants settle in countries with a production structure where their skills are more demanded. It also suggests that investments in native human capital through educational expansion may have positive spillovers also on the amount of human capital that countries are able to import through immigration».

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[1] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/177521.

[2] Cfr. http://dagliano.unimi.it/now-available-first-migration-observatorys-report-immigrants-integration-in-europe/.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2017 da in economia con tag , , , .
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