Charly's blog

FAQ: migranti, ONG e confini (terza parte)

Eccoci arrivati all’ultima tappa del viggio: l’arrivo. Dopo aver attraversato il deserto e il Mediterraneo i migranti, pardon, i nuovi italiani, arrivano nel bel paese. E cosa fanno? Ma è ovvio, salvano la demografia e il lavoro italiano. Ma è davvero così?

 

—- I migranti salveranno la demografia italiana, dicono —-

Il punto sui cui in genere i promotori dell’immigrazione battono di più è il problema demografico dell’Italia [1]:

Il deficit demografico italiano è elevato, con una continua diminuzione degli italiani (nel 2015, tra gli italiani, le morti sono prevalse sulle nascite di 228.000 unità), mentre gli stranieri aumentano per nascite sul posto (72.000) e arrivi dall’estero (250.000). I nuovi arrivi sono avvenuti  in prevalenza per motivi familiari e umanitari e meno per motivi di lavoro.

Dall’inizio del secolo i cittadini stranieri sono cresciuti di oltre 3,5 milioni e lo faranno ancora: l’Istat ha previsto, tra il 2011 e il 2065, 18 milioni di ingressi dall’estero per mantenere inalterato il livello della popolazione a fronte del declino degli italiani, stranieri che arriveranno a incidere per un terzo sulla popolazione totale (attualmente l’incidenza è dell’8,3%).

Le ragioni demografiche si intrecciano con quelle lavorative, anche se il dinamismo risulta rallentato. I lavoratori stranieri occupati sono diventati 2.350.000, aumentati di 65.000 unità nel corso di un anno ma non in misura tale da ridimensionare sostanzialmente la massa dei disoccupati stranieri (450.000).

L’Italia, insomma, è un paese vecchio [2]:

  • Al 1° gennaio 2017 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 579mila residenti, 86mila unità in meno sull’anno precedente (-1,4 per mille).
  • La natalità conferma la tendenza alla diminuzione: il livello minimo delle nascite del 2015, pari a 486mila, è superato da quello del 2016 con 474mila.
  • Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila).
  • Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016.
  • Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17mila.
  • La fecondità totale scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); ciò non è dovuto a una reale riduzione della propensione alla fecondità, ma al calo delle donne in età feconda, per le italiane, e al processo d’invecchiamento per le straniere. Le straniere, infatti, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015). Le italiane sono rimaste sul valore di 1,27 figli, come nel 2015.

Da notare, poi, il trend: «Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno in media un’età di 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (corrispondenti a circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Sotto il profilo dell’incremento, assoluto e relativo, che ha subìto nel medesimo periodo la popolazione in età anziana, gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%)».

Il giochino, insomma, è facile da immaginare: gli italiani sono vecchi e non fanno figli, quindi importiamo gli immigrati. Già, se non fosse per una cosa chiamata realtà: «Le donne straniere in età feconda, che usualmente evidenziano un comportamento riproduttivo più accentuato e sono favorite da una struttura per età nettamente più giovane, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 del 2015). Le italiane, dal canto loro, sono rimaste sul valore di 1,27 figli, esattamente come l’anno precedente». Peccato che il valore delle immigrate sia calato nel corso degli anni: dal 2,65 del 2008 al valore attuale di 1,95 figli per donna.

 

Ops, vuoi vedere che il calo della natalità sia dovuto a problemi pratici, tipo il mettere insieme il pranzo con la cena, e non a mitologiche battaglie culturali?

Vi svelo poi un segreto: anche gli immigrati invecchiano. E siamo al punto di partenza.

 

—- Gli immigrati ci pagano le pensioni! (1) —-

Le pensioni sono l’altro cavallo di battaglia dei fautori dell’immigrazione [3]:

Su 5 milioni di residenti stranieri, 3 milioni e 460 mila sono contribuenti: contribuiscono al fisco e alle assicurazioni sociali e hanno dichiarato nel 2014 redditi imponibili per 45 miliardi e mezzo di euro e versato Irpef netta per 6,8 miliardi di euro. Come proporzione è un po’ bassa rispetto a quella degli italiani anche a causa della progressività dell’Irpef (i lavoratori con stipendi più bassi si trovano ad avere aliquote medie più basse): il reddito medio infatti dei nati all’estero è molto più basso di quello degli italiani, 13 mila euro contro 20 mila quindi c’è un differenziale di circa 7 mila euro all’anno. Anche qui si può però trarre una conclusione: se vogliamo che paghino le nostre pensioni, bisogna pagarli in maniera decorosa perché altrimenti i contributi sociali necessari non si formano.

Tutti felici e contenti? Non proprio perché un simile discorso vale per tutte le persone che lavorano. Anch’io verso i contributi e pago le tasse – allo Stato polacco – senza praticamente avvalermi dei servizi garantiti dalla spesa pubblica (scuola, sanità, pensioni) se non i fondamentali (sicurezza, legge). In poche parole sono un contribuente netto ed essendo immigrato a mia volta potrei far mie le parole giubilanti dell’articolo citato. Se non fosse che sono solito vedere ben al di là del mio naso e mi pongo una questione: ma il lavoratore di oggi andrà mai in pensione? Certo, e da pensionato non sarà più contribuente netto rispetto alle finanze statali.

Questo rilievo ci porta dritti al punto seguente: di che pensione si parla? Per avere una pensione, ahinoi, si deve lavorare e in virtù del sistema previdenziale oggi in vigore l’importo dell’assegno previdenziale dipenderà dai contributi versati. Dipenderà, insomma, dal lavoro e dal reddito disponibile. Diamo un’occhiata in quali settori risultano impiegati gli immigrati [4]:

Nel secondo trimestre 2014, gli stranieri sono prevalentemente occupati nei servizi alle famiglie (23,6%, contro il 6,8% dei naturalizzati e lo 0,8% degli italiani dalla nascita) e nelle costruzioni (10,9%, contro 5,0% e 6,3%), e più spesso svolgono professioni non qualificate (36,2% contro 17,6% e 7,6%). […] In tale quadro, il 29,9% degli occupati stranieri di 15-74 anni dichiara di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al proprio titolo di studio e alle competenze professionali acquisite, percentuale che scende al 23,6% tra i naturalizzati e all’11,5% tra gli italiani.

Ed ecco a voi il mismatch non fra la domanda e l’offerta di lavoro, ma fra la qualifiche e la posizione ricoperta:

La percezione di un mismatch è più elevata tra gli occupati in professioni non qualificate, con valori maggiori per stranieri e naturalizzati: il 38,7% degli occupati stranieri ritiene che il proprio capitale umano sia sottoutilizzato, percentuale che rimane simile tra i naturalizzati (38,0%) e scende al 19,8% tra gli italiani. Tra quanti lavorano in professioni qualificate sono i naturalizzati, nel complesso con livelli di istruzione superiori a quelli di stranieri e italiani, che si sentono più penalizzati. Del resto, la posizione di svantaggio degli stranieri riflette la segmentazione del mercato del lavoro italiano tra occupazioni qualificate e non qualificate per cittadinanza, con la quota di occupati stranieri impiegati in professioni non qualificate cinque volte superiore a quella degli italiani dalla nascita. Inoltre, la concentrazione degli stranieri nei livelli più bassi della struttura occupazionale si rileva anche in presenza di titoli di studio medio-alti: l’incidenza dei laureati occupati in professioni non qualificate è il 25,4% tra gli stranieri, scende al 6,0% tra i naturalizzati mentre è irrisoria tra gli italiani (0,2%).

L’ovvio rischio è che gli immigrati che oggi lavorano saranno, un domani, dei pensionati così poveri da non poter sopravvivere. Ma il problema si presenterà per quelli che hanno avuto la buona sorte di lavorare. Eh sì, perché…

 

—- Gli immigrati ci pagano le pensioni (2) —-

Per mangiare, si sa, si deve lavorare. Peccato che il tasso di occupazione italiano al primo trimestre di quest’anno sia pari al 56,3% e che il tasso migliore degli ultimi 10 anni sia un 58 e rotti. E se ve lo state chiedendo l’ultimo dato relativo al tasso di occupazione femminile è pari al 47,3%, mentre quello maschile raggiunge il 65,3%. I disoccupati, invece, superano i 3 milioni – nel 2007 erano poco meno di 1,5 milioni – con un tasso di disoccupazione dell’11,6% . E non ci vuole molto a trovare articoli dedicati ai giovani in fuga per motivi lavorativi o ai pensionati in fuga per ragioni economiche e per il costo della vita.

Se si riflette un minimo sulle discussioni degli ultimi anni in merito all’andamento del mercato del lavoro è facile notare quanto sia radicata e diffusa l’idea che il numero dei posti di lavoro sia una variabile indipendente dal ciclo economico. Da qui il moraleggiare sui giovani che non vogliono fare i lavori umili – infatti i camerieri e i fattorini sono tutti over 50 – o del mismatch fra domanda e offerta. E pazienza se le posizioni che rimangono scoperte sono poche migliaia… Al netto delle idiozie degli apprendisti stregoni del lavoro, il numero delle posizioni lavorative dipende dall’andamento economico: se il PIL cresce hai lavoro sennò nisba. Soluzioni alternative, tipo il “lavorare meno/ lavorare tutti”, si scontrano con il calo della produttività e il crescere dei costi per i datori di lavoro. E l’andamento economico, non a caso, è negativo: dopo anni di stagnazione economica ci siamo ritrovati con alcuni anni di recessione con l’impatto facilmente intuibile sui redditi e l’occupazione.

Tornando al discorso originale, spesso si dice che gli stranieri rubano il lavoro. Ma è difficile rubare qualcosa che non c’è: l’economia italiana non genera abbastanza posti di lavoro per i nativi né tantomeno è in grado di farlo per gli stranieri. Non a caso gli stranieri che si vogliono fermare in Italia sono pochi e per la maggior parte è solo una terra di transito.

Ma non siamo i soli. Ecco a voi la Crande Cermania che ha fatto il pieno di profughi [5]:

Assumere i migranti? In Germania non se le parla: sono appena 54 in cinque mesi. Il che fa prevedere un impatto forte su tassi di disoccupazione dei prossimi anni nel Paese che a questi numeri sta molto attento. I dati del ministero delle Finanze, ripresi dalla ‘Bild’, fanno capire che il problema è reale: i senza lavoro cresceranno in media, l’anno prossimo, di 110 mila unità, portando il totale a 2,86 milioni. E sarebbe il primo segno ‘+’ per la disoccupazione su base annuale dal 2013. Entro il 2020, poi, i disoccupati arriveranno a 3,1 milioni, record dal 2020. Vero che dovrebbe salire anche il numero di occupati, di oltre un milione, tanto da portare il totale a 44,1 milioni entro il 2020.

Paradossale, vero? Solo se non avete mai letto un libro di sociologia economica. Le aziende non assumono il personale in modo casuale, ma per soddisfare le proprie esigenze produttive e organizzative. Le suddette esigenze possono richiedere profili a elevata specializzazione o profili a bassa o nulla. Le aziende, inoltre, sono alla ricerca di vantaggi competitivi sul mercato che non si limitano solamente al contenimento del costo, ma possono puntare  anche sulla ricerca, l’innovazione, l’elevato livello dei servizi che un sottopagato non può garantire.

Nel caso tedesco la massa di profughi è inoccupabile per via delle mancate conoscenze linguistiche e anche dopo aver ovviato in parte al problema, il madrelingua laureato rimane tutt’altra cosa, potrebbe non avere le competenze richieste dal mercato del lavoro. Aggiungendo al tutto l’appeal inesistente dei mercati del lavoro d’origine, la diagnosi è presto emessa: a parte i pochi qualificati a carattere tecnico e scientifico, sempre a rischio di sottoccupazione per via della qualità del sistema d’istruzione dei paesi di provenienza, la maggior parte dei profughi è condannato a un’esistenza che si dipana fra i sussidi e lavori precari.

 

—- Il saccheggio dell’Africa —-

Se ne deve concludere, ahimé, che l’immigrazione non sia la panacea di tutti i mali come spesso si sente dire. Su un punto, però, non si può discutere: l’immigrazione è un disastro per i paesi di partenza dei flussi migratori. Se un paese perde la parte più giovane e istruita della propria popolazione, cosa rimane? Vecchi, pensionati, marmocchi, chi non può muoversi. Se l’impatto sul paese ricevente è dubbio, è certo l’effetto su quello di partenza. Se tutti i più giovani e istruiti lasciano l’Africa, chi lavorerà nel Continente Nero? Il tutto per avere dei tizi in condizioni servili a raccogliere i pomodori. E pensare che i fautori dell’immigrazione senza controlli vengono definiti buonisti! In realtà stanno lavorando alla distruzione del futuro dell’Africa.

A proposito delle persone che scappano, ecco a voi l’Italia sul versante giovani: «Da gennaio a dicembre 2015 le iscrizioni all’AIRE sono state 189.699. Di queste oltre la metà il 56,7% sono avvenute per solo espatrio. In altri termini, nell’ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese alla volta dell’estero». E

Su 107.529 espatriati nell’anno 2015, i maschi sono oltre 60 mila (56,1%). L’analisi per classi di età mostra che la fascia 18-34 anni è la più rappresentativa (36,7%) seguita dai 35-49 anni (25,8%). I minori sono il 20,7% (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) mentre il 6,2% ha più di 65 anni (di questi 637 hanno più di 85 anni e 1.999 sono tra i 75 e gli 84 anni). Tutte le classi di età sono in aumento rispetto allo scorso anno tranne gli over 65 anni (erano 7.205 nel 2014 sono 6.572 nel 2015).

I giovani scappano e davanti al problema demografico la risposta è quella di importare delle “risorse” per ovviare al problema, senza curarsi del danno che si effettua al paese d’origine. Ovviamente, sui giovani che scappano la posizione di chi governa è nota [7]:

Conosco gente che e’ andata via e che e’ bene che stia dove e’ andata, perché sicuramente questo Paese non soffrira’ a non averli più fra i piedi.

A quanto pare non tutti possono fregiarsi del titolo di “risorse”.

 

 P.S.

Ah, c’è anche il problema della conviveza culturale, ovviamente.

 

[ fine]

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[1] Cfr. http://www.stranieriinitalia.it/attualita/attualita/attualita-sp-754/per-salvare-la-popolazione-italiana-servono-18-milioni-di-immigrati.html.

[2] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/197544.

[3] Cfr. http://openmigration.org/idee/fatto-come-gli-immigrati-salvano-leconomia-e-le-pensioni-italiane/.

[4] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/177521.

[5] Cfr. http://www.italyjournal.it/2016/09/10/germania-migranti-appena-54-assunti/.

[6] Cfr. http://ced.uab.es/wp-content/uploads/2016/11/Sintesi_Rapporto-Italiani_2016_Reca%C3%B1o-i-altres.pdf.

[7] Cfr. http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/12/19/poletti-giovani-all-estero-alcuni-meglio-non-averli-tra-piedi-poi-scusa_M3XaW7cC3H7ofsYw4NOB3O.html.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2017 da in Uncategorized con tag , , , , , , .
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