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Numero chiuso all’università? Ok, ma perché? (prima parte)

Partendo da un presupposto assai dubbio [1]

Dunque, il circolo virtuoso da mettere in atto (come avviene nei sistemi migliori al mondo) è il seguente: programmi di ricerca d’eccellenza forniscono ottima reputazione all’università cui afferiscono; gli studenti di triennale e magistrale sfruttano l’ottima reputazione dell’univeristà per trovare un lavoro ben remunerato; questo permette loro di ripagare entro pochi anni il debito contratto per pagare le tasse universitarie; queste sostengono i costi dei programmi di ricerca. Non c’è bisogno di dire che un simile meccanismo diventa un ingranaggio perfettamente oliato, che nel lungo periodo si sostiene da solo.

Si arriva a una conclusione paradossale

In Italia, al contrario, il piattume egualitario e la conseguente mediocrità collettiva (quando non livellamento verso il basso), introdotti dal mito dell’università aperta a tutti, impediscono che questo segnale sia fornito. Ergo, le aziende o i liberi professionisti, nell’impossibilità di discernere, offrono, ai più fortunati, stage sottopagati con orari che rasentano lo sfruttamento del lavoro. Ne consegue la necessità di istituire una meritocrazia vera nell’università pubblica, e il numero chiuso va senz’altro in questa direzione, tuttavia con un caveat: che non si tratti di negare l’accesso all’istruzione a nessuno. Esso va introdotto solo nelle università migliori di cui si parlava sopra, in concomitanza con i finanziamenti alla ricerca.

Insomma, il solito peana a favore del numero chiuso. Tralasciamo l’obiezione relativa al dualismo che si verrebbe a creare fra la presunta università di élite a numero chiuso e quella per gli scarsi a numero aperto e focalizziamoci sulla questione più generale: l’università deve prevedere il numero chiuso? Ok, ma perché?

 

—- Il lavoro e i laureati —-

Non è raro imbattersi chi, di fronte ai disoccupati laureati, proponga il numero chiuso nelle università. La linea di argomentazione è duplice:

  • A: il numero chiuso aumenta la qualità degli studenti garantendo l’occupazione e sostenendo, implicitamente, che il disoccupato è tale per la sua bassa qualità;
  • B: il numero dei laureati eccede il numero dei posti di lavoro relativi;

Un esempio di B viene dai farmacisti [2]:

Secondi i calcoli presentati oggi dallo stato maggiore della Federazione nazionale degli Ordini dei farmacisti italiani (Fofi) presieduta da Andrea Mandelli, se non si interverrà presto con correttivi drastici nella programmazione universitaria, nel giro di una ventina d’anni saranno 63mila i laureati in farmacia a spasso.  I conti si fanno presto: ogni anno si iscrivono all’Ordine dei farmacisti 4.000 neo laureati e il sistema (tra farmacie, parafarmacie, ospedali e aziende farmaceutiche) non riesce ad assorbirne più di 1.500. Quindi un saldo negativo di 2.500 laureti l’anno, destinati a restare nel limbo del mercato del lavoro in attesa di un’occupazione che difficilmente potrà essere quella per la quale hanno fatto cinque anni di università

Quindi: «Come uscirne? Per la Fofi la prima cosa da fare è introdurre il numero chiuso all’accesso ai corsi di laurea in Farmacia, come già da tempo in vigore per la laurea in Medicina, da stabilire in base alle effettive possibilità di assorbimento dei neo laureati».

Ovviamente A e B sono in palese contrasto, ma limitiamoci ad applicare l’idea che il numero chiuso nelle università sia da adottare in virtù delle posizioni lavorative disponibili. Ma qui abbiamo il primo ostacolo: mi sapreste indicare le posizioni lavorative disponibili per corso di studio nel 2022? No? E come facciamo a stabilire le quote? Ispirazione divina? Pianificazione socialista?

C’è poi un altro problema. Mi laureo in giurisprudenza quindi, direte voi, devo guardare i posti disponibili come avvocato. Ah, ma se volessi fare l’ispettore di polizia? Ok, li contiamo nel novero perché siete previdenti. E se volessi fare l’imprenditore come ha fatto Berlusconi? E se volessi andare all’estero? E se volessi fare il dipendente comunale o il poliziotto municipale (posizioni che richiedono il diploma)? Salva l’introduzione, ovviamente, della servitù della laurea, evoluzione della servitù della gleba, che vincola la posizione lavorativa al titolo di studio conseguito.

Ma ignoriamo queste piccole amenità di ordine pratico e passiamo alla statistica:

 

Tabella n°1: tasso di disoccupazione al primo trimestre 2017

 

Tasso disoccupazione

Scuola elementare

19,1

Licenza media

16,7

Diploma

11,1

Laurea

6,9

Totale

12,1

Fonte: Istat

Con l’aumentare del titolo di studio cala il tasso di disoccupazione e aumenta quello di occupazione. Chiudere le porte dell’università vuol dire avere più diplomati che saranno a loro volta disoccupati. Ma se si applicasse il principio del “un posto di lavoro = un pezzo di carta” dovremmo adottare il numero chiuso – basati su chissà quali previsioni lavorative – anche per la scuola secondaria superiore e inferiore e poi per quella primaria. Così invece di avere tre milioni di disoccupati con un titolo di studio avremo tre milioni di disoccupati analfabeti. Geniale, vero?

 

—- I laureati? Escono dalla fottute pareti! —-

Tralasciando il progetto di creare tre milioni di disoccupati analfabeti, non chiedetemi perché, passiamo a un altro punto: ma ci sono troppi laureati? Boh, dipende da che s’intende con troppi. Se parliamo di diplomati che si iscrivono all’università ecco un confronto basato sui dati OECD [3]:

 

Ed ecco la percentuale dei laureati sul totale della popolazione italiana [4]:

 

Vi sembrano numeri impressionanti? Ecco il livello d’istruzione della popolazione italiana comparato con quello degli altri paesi UE [5]:

 

Poi, per carità, posso sempre ignorare il coefficiente di Oskar Giannetto relativo al numero dei laureati perfetto.

 

—- Liberali, ci eravamo tanto amati —-

Insomma, fin qui le motivazioni per il numero chiuso non si vedono, ma in futuro vedremo altri elementi relativi all’economia e al mondo del lavoro. Ma nel frattempo possiamo aggiungere l’argomentazione C:

  • il numero chiuso serve per aumentare il reddito di chi si laurea eliminando la concorrenza;

Prendiamo i medici: per indossare il camice si deve conseguire il relativo titolo di studio in facoltà a numero chiuso. Una volta laureati per esercitare la professione ci si deve iscrivere all’apposito albo professionale. Cosa abbiamo, allora? Quelle che in settori professionali differenti verrebbero definite come barriere alla concorrenza professionale e protezionismo. Non a caso il settore medico può vantare un livello occupazionale elevatissimo unito a una feroce opposizione alla parola “liberalizzazione”.

Personalmente non sono necessariamente un fanatico delle liberalizzazioni – le corporazioni hanno prodotto il Rinascimento, le liberalizzazioni il Mc Donald’s – e fra il reddito e un potenziale maggiore potere d’acquisto garantito dala concorrenza preferisco il primo. Ma quel che mi risulta quantomeno sorprendente è leggere di liberali di quinta o settima generazione sostenere di fatto il corporativismo, il protezionismo e le barriere doganali. Ma è anche vero che i liberali sono spesso se non quasi sempre laureati e tutto si tiene: la solita storia del frocismo con il culo altrui…

Tornando ai nostri amici medici, non disperate, il karma ne ha anche per loro [6]:

ROVIGO Lo sciopero dei medici ospedalieri di Rovigo ha raccolto solidarietà tra gli utenti. Molti i cittadini che si sono fermati a discutere con i lavoratori, riuniti in presidio di fronte all’ingresso del Santa Maria della Misericordia, chiedendo informazioni sulle ragioni dell’astensione, che si protrarrà per tutta la giornata lavorativa odierna. I medici contestano l’applicazione, dall’1 dicembre scorso, dell’impiego di un solo medico di guardia notturna e festiva a servizio dei reparti di Medicina, Geriatria, Lungodegenza, Malattie metaboliche, Gastroenterologia, Nefrologia, Malattie infettive, Oncologia, Pneumologia. “Reparti che seguono circa 150 pazienti complessivamente – sottolinea Guido Senesi, segretario territoriale del sindacato Anaao-Assomed – da soli, con ritmi di lavoro pesanti per colleghi spesso non più giovanissimi, è molto più difficile seguire con la giusta accuratezza i tanti problemi dei degenti, tenendo conto anche che ci si deve spostare con celerità in una struttura assai estesa”. L’Anaao comunica che l’adesione allo sciopero è stata del 70 per cento, il direttore Compostella parla di 27 medici astenuti.

Ahinoi e ahiloro, i nostri eroi non si sono accorti che i tagli alla spesa pubblica non sono volti a combattere una corruzione meno invasiva di quanto creduto (fra l’altro è il privato che corrompe il pubblico, per definizione), ma a ridurre il perimentro dello Stato. Lo Stato, infatti, gestisce soldi che potrebbero esere gestiti, con relativi profitti, da attori privati. I 110 miliardi di sanità pubblica non entrano nelle tasche delle cliniche private né i 250 miliardi di spesa previdenziale generano profitti per le assicurazioni private.

La solita legge del pinguino: essere bravo in un campo non ti rende bravo in un altro…

[… continua]

 

Approfondimenti:

– l’ingranaggio “perfettamente oliato”: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-04-26/milletrecento-miliardi-usa-esplode-bomba-debito-studenti-raddoppiato-otto-anni-171535.shtml?uuid=AC37mxFD.

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[1] Cfr. https://liberalidastrapazzo.com/2017/05/25/della-necessita-di-politiche-coraggiose-parte-i-lavoro-e-istruzione/.

[2] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/03/18/italia/cronache/tra-anni-mila-farmacisti-italiani-saranno-disoccupati-gli-ordini-serve-il-numero-chiuso-alluniversit-UiDEbglodxl9cgnTLvnNTI/pagina.html.

[3] Cfr. http://www.oecd.org/edu/education-at-a-glance-19991487.htm.

[4] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/194899.

[5] Cfr. http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Educational_attainment_statistics.

[6] Cfr. http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2016/4-marzo-2016/sciopero-medici-ospedalieri-basta-tagli-sistema-collassa-240130762844.shtml.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 giugno 2017 da in Uncategorized con tag , , , , .
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