Charly's blog

Numero chiuso all’università? Ok, ma perché? (seconda parte)

Abbiamo visto la volta precedente che l’unico argomento sensato per l’introduzione del numero chiuso all’università è il protezionismo a favore del reddito dei laureati stessi. Essendo a mia volta un laureato non nego il mio conflitto d’interessi e potrei anche concordare sulla cosa, ma ci sono altri punti da esaminare.

Passiamo a questo:

In Italia, al contrario, il piattume egualitario e la conseguente mediocrità collettiva (quando non livellamento verso il basso), introdotti dal mito dell’università aperta a tutti, impediscono che questo segnale sia fornito. Ergo, le aziende o i liberi professionisti, nell’impossibilità di discernere, offrono, ai più fortunati, stage sottopagati con orari che rasentano lo sfruttamento del lavoro. Ne consegue la necessità di istituire una meritocrazia vera nell’università pubblica, e il numero chiuso va senz’altro in questa direzione, tuttavia con un caveat: che non si tratti di negare l’accesso all’istruzione a nessuno. Esso va introdotto solo nelle università migliori di cui si parlava sopra, in concomitanza con i finanziamenti alla ricerca.

Se vi sfruttano, cari miei, è perché si laureano cani e porci e quindi le aziende optano per lavori mascherati da stage. Semplice, no? No, niente affatto.

 

—- Sfruttati per la mancanza del numero chiuso? —-

Lo stage, infatti, nasce proprio come periodo di prova del neo assunto. Ma in quanto tale a uno stagista non può essere richiesto di ricoprire le stesse mansioni degli assunti (in via d’estinzione). Peccato che il giochino degli stage in Italia funzioni proprio così: stage dopo stage lo stagista ricopre le stesse mansioni senza essere assunto. Non a caso si chiama sfruttamento.

Nei giorni pari, almeno, visto che nei giorni dispari si nega l’esistenza stessa dello sfruttamento non solo a livello pratico, ma addirittura a livello teorico [1]:

Già solo accusare un imprenditore di sfruttare i suoi lavoratori richiederebbe delle prove, ma noi vorremmo anche capire cosa intende lei per “sfruttati”: il livello di guadagno? Gli straordinari pagati a forfait (a proposito: se io – come tutti i consulenti – faccio straordinari, questi non sono pagati, ma fa parte del lavoro)? La possibilità di lavorare sabato e domenica? MISTERO. 

Mettersi d’accordo non farebbe male, insomma.

Tornando al discorso originale, lo ricordate il rogo alla Grenfell Tower? Fra le vittime figura anche Gloria Trevisan [2]:

Si era laureata in Architettura il 18 ottobre del 2016, voto 110. Gloria Trevisan, la 27enne al momento ancora dispersa nell’incendio della Grenfell Tower, aveva raggiunto brillantemente l’obiettivo studiando anche di notte. Ma a laurea conseguita, in Italia non era riuscita a trovare un lavoro che le consentisse di aiutare la famiglia, che sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista finanziario. A spiegarlo è l’avvocato dei Trevisan, Maria Cristina Sandrin: “Aveva il desiderio grande di aiutare la famiglia ma non lo poteva certo fare qui in Italia con offerte da 300 euro al mese. All’estero vengono valorizzati questi giovani e davanti a un’offerta di 1800 steline al mese è partita“.

Fatemi capire: la tua laurea in Italia vale poco o nulla e ti toccano 300 euro al mese. A Londra, però, ti danno 1800 sterline. Qualcosa non funziona, non trovate?

 

—- Sfruttati per via dell’andamento del ciclo economico —-

Per capire il trucco basta ricordarsi una regola aurea: valutare se le necessità eccedono le possibilità. Vi presento il tasso di disoccupazione dei paesi del Gruppo di Visegrad:

 

Io abito in Polonia e se mi proponessero l’equivalente dello stage a 300 euro riderei in faccia allo sventurato recruiter. Perché? Perché l’economia tira e so che in un paio di settimane, al massimo un mese, trovo lavoro. Ho visto gente licenziata, dopo averne fatte di cotte e di crude, andarsene via ridendo forti di questa consapevolezza. E ci tengo a far presente che io sono un immigrato e non un expat: il mio salario è identico a quello dei miei colleghi polacchi.

Il discorso, ovviamente, non si applica per lo sventurato italiano in patria: dietro di lui c’è la fila di aspiranti stagisti. Che valore ha il titolo di studio in tutto questo? Nessuno perché

E se siete convinti che la disoccupazione dipenda dalla qualità dell’istruzione, ecco a voi la Romania:

 

Nell’economia, alla fin dei conti, c’è posto per l’eccellenza tanto quanto per la mediocrità.

 

[…fine]

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[1] Cfr. https://liberalidastrapazzo.com/2017/06/22/liberiamoci-di-questa-lotta-di-classe-sciatta-e-scommettiamo-sul-futuro/#more-8270.

[2] Cfr. http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/gloria_trevisan_laureata_londra-2505765.html.

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3 commenti su “Numero chiuso all’università? Ok, ma perché? (seconda parte)

  1. Gorgia
    4 luglio 2017

    A me di questi liberali mi diverte il loro sbandierato quanto idealistico coraggio che, guardacaso, è tipico di chi ritiene di essere immune alla medicina proposta col risultato che si rivela una supposta tutta diretta verso l’altrui culo. Sono la versione moderna dei poeti interventisti coi loro “armiamoci e partite”.

    • Gorgia
      4 luglio 2017

      Inutile dire che se la supposta in questione colpisce anche il culo loro, a quel punto strillano che il tutto è dovuto allo Stato oppressivo con la burocrazia kafkiana e dal fisco assassino, waka waka. Hai richiesto per 10 anni la decantata flessibilità “per creare posti di lavoro” e poi ti accorgi che in assenza di posti di lavoro il tutto diviene precariato? “ha stato lo Stato, mica mia che vado a votare contro i miei interessi illudendomi che saranno colpiti solo gli altri”.

      • Charly
        5 luglio 2017

        Ad onor del vero alcuni interventisti il fucile l’han preso per davvero, tipo Marinetti, Ungaretti e D’Annunzio. Altri tempi…

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 luglio 2017 da in Uncategorized con tag , , .
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