Charly's blog

Il caso Massimo Piermattei: baronie o mismatch con il mondo del lavoro?

La lettera inizia come se fosse una seduta di auto aiuto [1], ma non per tossici o ubriachi. Si tratta di ben di peggio: la carriera accademica in Italia. Leggiamo:

Ciao sono Massimo, ero uno storico dell’integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto questo pezzo inizierebbe così. Ma non è un gruppo d’auto-aiuto, è solo la mia storia e quelle che seguono sono alcune riflessioni sul mio percorso accademico che ho deciso di mettere nero su bianco.

Massimo Piermattei lascia l‘accadeamia, vediamo perché.

 

—- Il dorato mondo della ricerca accademica in Italia —-

Il motivo non è poi così sorprendente:

Non si può dire “io non lo sapevo”, “è stata una congiura”. Si accetta liberamente e consapevolmente di giocare: si spera magari che quelle “storie” sentite, raccontate, viste, riguardino altri…perché noi lo meritiamo, perché chi ce la mette tutta…prima o poi…, perché il merito alla lunga viene fuori. È pur vero che è un sistema che ti seduce attraverso mille tentazioni (contratti, convegni, lezioni, pubblicazioni, ecc.) alimentando le tue speranze. Ma sai a cosa vai incontro, anche se non in modo pienamente consapevole – specie all’inizio.

Ma il tempo passa e quando la speranza inizia a intaccarsi, allora pensi: in fondo basta “ingoiare” ancora un po’. E quindi appelli, seminari, lezioni gratuite grazie ai quali l’ordinario di turno appalta parte delle ore che dovrebbe fare direttamente perché per questo, tra l’altro, viene pagato. Lui/lei, non tu. Sicuramente ti formano, ti aiutano a capire come impostare e affinare il lavoro, a trovare un tuo stile, come si gestisce un laureando, ecc. Ma senza risorse è un semplice, come si potrebbe chiamare?, “tirocinio accademico non retribuito”? Stage? Lo fai perché fa parte delle regole del gioco e pensi ti possa far guadagnare punti. Ma non siamo nelle graduatorie per la scuola pubblica: i punti non contano.

Concetto poi specificato, vuoi mai: «La prima cosa che mi viene in mente, abbastanza banale lo so, è che la costante e drastica riduzione del finanziamento dell’Università italiana, unita alla maggiore chiusura del reclutamento (ricercatori a, b…z per non parlare del fantastico mondo dell’abilitazione scientifica nazionale dove può capire che i commissari abbiano meno titoli degli aspiranti abilitanti)».

E la fuga all’estero? Non tutti vogliono lasciare il paese al suo meritato destino:

Certo, si può sempre andare all’esterno, no? Bandi europei, università straniere. Su questo aspetto una cosa voglio dirla, per quello che ho visto e per quello che ho fatto in questi anni nell’Università italiana. Sicuramente condivido e comprendo le motivazioni di chi ha lasciato l’Italia per l’estero (o meglio, è stato costretto a lasciare, le libere scelte non sono tantissime), ma negli ultimi anni si sta raggiungendo una sorta di “esterofilia” che è imbarazzante. Grazie alla superficialità dei media e della classe politica è passato il paradigma per cui se lavori all’estero sei bravo, se sei rimasto in Italia, come minimo, sei complice e connivente col sistema. L’ipotesi che sei rimasto perché volevi provare a cambiare qualcosa o solo perché non potevi espatriare, non è presa in considerazione. Di conseguenza, i giornali sono pieni di storie toccanti di “poveri emigranti”, che sono costantemente presentati come “l’eccellenza” cacciata dai baroni e dai raccomandati che sono rimasti a fare la bella vita. Non è così o meglio, non è solo così. Sarebbe bello che si raccontassero le storie e si provassero a risolvere i problemi anche di chi ha dedicato tempo, risorse ed energie alle Università italiane. Che se continuano a sfornare eccellenze che poi popolano il mondo, forse tanto male non sono. Pur operando in un contesto imbarazzante – sì è una ripetizione di un termine usato da poco, ma ci sta tutta. Il contesto è imbarazzante e le responsabilità tanto gravi quanto precise e cristalline.

Ed ecco il mondo del lavoro: «Si potrebbe pensare che in fondo se non riesci a entrare puoi sempre giocarti le competenze acquisite nel mondo del lavoro, quello vero. Sempre ammesso che si sappia precisamente di cosa si tratta, ma che importanza ha in Italia il dottorato di ricerca?»

 

—- Colpa dell’ordinario mismatch… o no? —-

Tutto facile, no? L’accademia italiana è vittima di tagli ai finanziamenti, sistemi di reclutamento opachi e carriere costruite sul nepotismo e la corruzione. Tutto già scritto e letto. Ma qualcuno legge la cosa in un modo diverso [2]:

non è (solo) la storia di un Paese che manda all’ammasso i cervelli, o che non investe in cultura, tanto più se umanistica. È qualcosa di più. È il racconto – perfetto e brutale – di tutto quel che non va nel mondo del lavoro in Italia, al netto di qualsivoglia crisi e di qualsivoglia congiuntura. […] Per cominciare, è la storia di un sistema educativo che orienta solamente in funzione delle passioni e delle vocazioni di ciascun individuo. Nel caso di specie: ti piace fare lo storico? Fallo, anche se in Italia gli storici fanno la fame. 

Ma se il nostro Piermattei ne era consapevole fin dall’inizio, ci sono altre persone che, stupidotte, non lo sanno: «Ma per uno come lui ce ne sono (decine, centinaia di) migliaia che si iscrivono inconsapevoli a corsi di laurea che non offrono alcuno sbocco professionale, perlomeno in Italia. E che capiscono di essersi giocati il futuro solo una volta usciti dall’ateneo, dopo anni passati sui libri e migliaia di euro spesi per farlo».

Ed ecco la pistola fumante: 

Il secondo problema, l’enorme skill mismatch tra domanda e offerta esistente nel mercato del lavoro italiano è semplicemente fisiologico. Traduciamo per i meno avvezzi a questa terminologia: al netto di ogni crisi, l’Italia è un Paese in cui larga parte della disoccupazione è figlia di un disallineamento tra le competenze di chi cerca lavoro e i bisogni di chi lo offre. Solo poche giorni fa abbiamo assistito a un concorso della Banca d’Italia in cui sono presentate 85mila persone per 30 posti, stipendio massimo 28mila euro all’anno. Dello scorso 15 giugno un concorso per 10 posti da infermieri al Policlinico di Milano in cui si sono presentati in ottomila. Ed è di ieri la notizia di un concorso per altri duecento posti di infermiere, a Genova, in cui si sono presentati in dodicimila.

I punti dolenti di quest’interpretazione? I soliti:

  • non si deve seguire le proprie ispirazioni? Mi sta bene. Chi mi dice quali sono le posizioni lavorative richieste fra 5 anni? E voglio i numeri precisi;
  • la disoccupazione è dovuta in larga misura al mismatch? Mi sta bene. Mi fate vedere i dati statistici a sostegno di questa tesi?

Senza numeri, miei cari, è solo fuffa.

 

—- Fuffeide: o del mismatch e il mercato del lavoro —-

Mi sono occupato della questione a più riprese ma il giornalismo italiano è così generoso da fornire esempio dopo esempio di questa amena sciocchezza. Leggiamo [3]:

Piastrellisti, carpentieri, camerieri, meccanici, parrucchieri. Sono alcune delle professioni meno ambite in Italia stando ai dati messi in luce da una recente indagine di Confartigianato, in base alla quale circa il 65% delle offerte di lavoro che riguardano mestieri artigianali rimane pressoché ignorato. Stessa sorte anche per ciabattini, mulettisti o infermieri, introvabili secondo altri dati pubblicati da uno studio di Fondimpresa del Veneto. Da un’indagine del senatore Pietro Ichino, molto impegnato su questo tema, emerge come gli skill shortages – ovvero i posti di lavoro che restano scoperti per mancanza di manodopera dotata della qualificazione necessaria per occuparli – sarebbero addirittura 117mila, sparsi in tutte le regioni italiane e distribuiti in tutti i settori (censimento di Unioncamere nel 2011). Un problema sottovalutato in Italia, che tecnicamente viene definito mismatch tra domanda e offerta di lavoro. In pratica, nonostante i numeri allarmanti sulla disoccupazione crescente specialmente tra i giovani, si verifica il paradosso per cui migliaia di posti di lavoro rimangono vuoti. Gli annunci non trovano risposta e le aziende rinunciano a cercare. 

Cavoli, 117 mila. Notevole, no? No. Il post è stato scritto nell’agosto 2012 quando la disoccupazione superava le 2,7 milioni di unità. Senza mismatch, insomma, avremmo avuto soltanto 2,6 milioni di disoccupati. Problema risolto, in pratica.

Fra l’altro si deve considerare che nel 2007 la disoccupazione era al minimo per poi crescere fino al picco del 2014. A quanto pare la scuola funzionava bene salvo poi di colpo collassare. O, magari, quel che conta è il ciclo economico, no?

 

Approfondimenti:

_ tutto il mondo è paese: http://www.ilpost.it/2011/02/28/sulla-ricerca-scientifica/.

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[1] Cfr. https://www.roars.it/online/smetto-quando-voglio-perche-lascio-la-ricerca-e-laccademia/.

[2] Cfr. http://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/12/il-ricercatore-che-vende-ricambi-e-lemblema-di-un-mercato-del-lavoro-c/34896/.

[3] Cfr. http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/mismatching-domanda-e-offerta-di-lavoro.

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Questa voce è stata pubblicata il 12 luglio 2017 da in Uncategorized con tag , , .
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