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Il PIL cresce e si dovrebbe chiedere scusa a Renzi? No, anzi #gufopride

Per una volta tanto una buona notizia e il PIL cresce [1]:

MILANO – La crescita italiana accelera ancora. Secondo i dati diffusi oggi dall’Istat il Pil italiano nel secondo trimestre 2017 è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,5% rispetto al secondo trimestre 2016. Un incremento in linea con le rilevazioni di Fmi e Banca d’Italia e altri istituti che avevano già evidenziato un rafforzamento della ripresa italiana.

E tanto basta per il piddino medio per tornare alla carica con un’idea piuttosto sigolare: ««Prima l’occupazione che è in ripresa, soprattutto quella femminile su dati del 1977. Oggi il Pil con segnali al di sopra di ogni aspettativa. I gufi del malaugurio in servizio permanente dovrebbero chiedere scusa a Matteo Renzi e dargli atto che gli ottimi risultati conseguiti sono solo merito del suo governo (anche gli economisti più refrattari sono stati costretti ad ammettere che buona parte del merito dei risultati odierni del Pil sono del governo Renzi: meno o poca roba per Monti e Gentiloni)» [2]. Tutto bello se non fosse che questi dati mostrano, ancora una volta, il fallimento del Governo Renzi. Non mi credete? Continuate a leggere, prego.

 

—- Piove, Renzi figo —-

Vediamo le argomentazioni dei fanboys piddini. Partiamo dalla ripresa economica:

La ripresa economica c’è ma dimentica giovani, salari e povertà. È il parere di molti. Come può crescere il Pil più del previsto (ricordate la gazzarra dei decimali 0,7 e 0,8%?), oltre l’1,4%, e consegnare un paese alla canna del gas? (4,5 milioni di poveri).

37% di disoccupazione giovanile. Oltre 6 milioni non vanno in vacanza, ma ai giardinetti (mai come quest’anno tanti italiani in vacanza e dati record di presenze con soddisfazione a mille denti degli albergatori: il turismo in Italia è una azienda destinata a crescere fino al 2030). Qualcuno ha capito che il merito di questo Pil frizzante è fatto da gente che spende, un +40%, in tre anni, per l’acquisto di auto?

E il lavoro che, da tradizione, abbonda ma sono gli italiani che non hanno voglia di lavorare:

Basti, qui, come risposta il lamento di quel ristoratore di Bologna (di rinforzo si legga l’intervista odierna su Corriere economia al papà di Calzedonia che spiega per filo e per segno che in Italia posti di lavoro ce ne sono) che, da mesi, non trova camerieri perché c’è da faticare il sabato e la domenica. E poi ci chiediamo perché in Italia c’è il record europeo dei giovani disoccupati che non cercano lavoro. Così abbiamo dato anche un assist ai giovani, dai 15 ai 34 anni, che sono convinti che per fare carriera occorra andare all’estero. Se bombardi, h24, un’Italia in miseria, non rimane che la fuga!

E il risparmio:

Secondo busillis sospeso. Siamo il primo paese al mondo con il maggior risparmio privato. Soldi nostri, nelle banche. Da spendere. Qualcuno agli sportelli i denari li porta. Terzo, siamo la nazione con più proprietari di prime case. Non disconosco i problemi. Ma gli aiuti alle famiglie, asilo nido, bonus cultura, reddito per i poveri, quattordicesima per le pensioni basse, mettiamoci gli 80 euro (oltre la metà per i consumi), tutta questa roba qui, cos’è? Mance, slogan spot o un paese che aiuta chi rimane indietro? Noi tra le granite e le granate preferiamo le prime.

Non escludo che l’articolo abbia risvolti comici e ironici specie se si considera la non proprio eccelsa prosa del nostro. Sia come sia, diamo un’occhiata a un paio di dati statistici come la nostra tradizione insegna.

 

—- La ripresa? C’è, ma è spompata —-

Partiamo dai dati del PIL [3]. L’Italia cresce, giusto? Solo una domanda: ma gli altri paesi europei come se la cavano? Sapete com’è, siamo nell’Unione Europea e le Nazioni non esistono più cancellate dal Sogno Europeo, no? Bene, se compariamo il dato della crescita relativo al trimestre precedente dell’anno in corso il Belgio registra lo stesso valore (0,4%), Portogallo e UK registrano un valore inferiore (0,2% e 0,3% rispettivamente) mentre la Finlandia si ritrova persino in recessione (-0,5%). Fra i paesi rimanenti alcuni registrano un performance livemente migliore (Francia al 0,5% e Germania al 0,6%), altri doppiano l’Italia come la Spagna e l’Ungheria (0,9%). Ma ci sono anche quelli che quasi triplicano o che triplicano il valore italiano (la Polonia può vantare un 1,1%, la Lituania un 1,3%). o che addirittura puntano a un valore quattro volte tanto (Olanda all’1,5%, Romania all’1,6%). Ma la prima posizione spetta alla Rep. Ceca con un scintillante 2,3%.

Se al passiamo al valore relativo al secondo trimestre del 2016, solo il Belgio registra un valore inferiore con un 1,4%. Per il resto ecco a voi la top 5:

  • Romania: 5,7%;
  • Lettonia: 4,8%;
  • Rep. Ceca; 4,5%;
  • Polonia: 4,4%;
  • Svezia: 3,9%

Morale? C’è una congiuntura economica positiva che coinvolge tutti i paesi europei ma l’Italia registra una performance deludente posizionandosi alle ultime posizioni. Nessuna novità, insomma, dato che l’Italia si situa regolarmente al fondo della classifica dei paesi per crescita del PIL da almeno vent’anni. Renzi vuol prendersi il merito della cosa? Liberissimo, ma di cosa di grazia? Della crescita degli altri paesi o della deludente performance italiana?

E ora il lavoro. Prendiamo i dati dell’Istat [4]:

A giugno 2017 la stima degli occupati cresce dello 0,1% rispetto a maggio (+23 mila), recuperando parzialmente il calo registrato nel mese precedente (-53 mila). Il tasso di occupazione si attesta al 57,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali. La lieve crescita congiunturale dell’occupazione è interamente dovuta alla componente femminile, mentre per gli uomini si registra un modesto calo, e interessa i 15-24enni e i 35-49enni. Aumentano i dipendenti a termine, sono stabili i dipendenti a tempo indeterminato mentre diminuisce il numero degli indipendenti. Nel periodo aprile-giugno si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +64 mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura maggiore, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra quasi esclusivamente tra gli over 50. […] Su base annua si conferma l’aumento del numero di occupati (+0,6%, +147 mila). La crescita, è determinata principalmente dalle donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+367 mila, di cui +265 mila a termine e +103 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-220 mila). A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+335 mila) a fronte di un calo nelle altre classi di età (-188 mila). Nello stesso periodo diminuiscono i disoccupati (-5,6%, -169 mila) e gli inattivi (-0,6%, -80 mila).

Si dovrebbe ricordare che il Jobs Act è stato implementato per ridurre il precariato e non per aumentare l’occupazione. Ecco quel che ci dice l’Osservatorio del Precariato [5]: «Nei primi cinque mesi del 2017, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +729.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+554.000) che del 2015 (645.000). Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi), a maggio 2017, risulta positivo e pari a +497.000. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+21.000), dei contratti di apprendistato (+48.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+428.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale».

Ed eccovi la dinamica dei flussi:

Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio-maggio 2017 sono risultate 2.736.000, in aumento del 16,0% rispetto a gennaio-maggio 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+23,0%), mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-5,5%). A livello generale, oltre all’incremento dei contratti di somministrazione a tempo determinato (+14,6%), appare particolarmente significativa la crescita vigorosa dei contratti di lavoro a chiamata a tempo determinato, che, sempre nell’arco temporale gennaio-maggio, passano da 76.000 (2016) a 165.000 (2017), con un incremento del 116,8%. Questo significativo aumento dei contratti a chiamata a tempo determinato – e in parte anche l’incremento dei contratti di somministrazione – può essere messo in relazione alla necessità delle imprese di individuare strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo. Questi andamenti hanno portato ad un’ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (25,9%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 150.000, con una lieve riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-1,8%). Le cessazioni nel complesso sono state 2.007.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+11,2%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+18,4%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1,3%).

Sul versante della promozione dei contratti a tempo indeterminato, allora, il Jobs Act si è rivelato piuttosto fallimentare. Si potrà obiettare citando l’aumento degli occupati ma basta ricordare quel che l’Istat scrive: «Nel periodo aprile-giugno si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +64 mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura maggiore, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra quasi esclusivamente tra gli over 50». Quanti annunci di lavoro avete visto in vita vostra destinati specificatamente agli over 50? Io manco uno. E se a questo dato si unisce l’aumento dell’occupazione femminile è lecito ipotizzare che sia un effetto delle riforme previdenziali più che di quelle del lavoro. Avendo ritardato l’età pensionabile più persone anziane si ritrovano a lavorare. Un altro successo del Governo Renzi?

Per quanto riguarda PIL e occupazione i risultati sono piuttosto miseri specie si considera la performance degli altri PIIGS:

 

 

—- La Renzieconomics —-

Valutare la strategia economica dell’esecutivo Renzi non è facile per la semplice ragione che non c’era una regia dietro a tutta una serie di estemporanei interventi e riforme. Il Jobs Act ha fallito e sul versante economico rimangono solo le varie mancette degli 80 euro o del bonus cultura dei diciottenni.

Allargando lo sguardo abbiamo:

  • la riforma della scuola;
  • la riforma costituzionale sonoramente bocciata al referendum;
  • la riforma Madia della PA;
  • la spending review non pervenuta;

Pur non entrando nel merito delle singole riforme non ci vuole un genio a capire che il buon andamento del turismo non dipenda affatto dalla riforma della scuola ma da altri elementi congiunturali (tipo l’ammazzare i turisti sulle spiagge, marchio di fabbrica dei paesi del terzo mondo). Allo stesso tempo si dovrebbe ricordare che il turismo presenta un basso livello di valore aggiunto all’economia sia per redditi generati sia per la produttività. Sono i paesi del terzo mondo a vedere il turismo come una parte predominante della propria economia, non quello avanzati. Sapete com’è, meglio Hi-tech che camerieri.

Per quanto riguarda l‘elevato numero di proprietari di abitazioni e l’elevata percentuale di risparmio privato siamo alle prese con elementi precedenti all’avvento di Renzi. Ma vorrei ricordarvi che quei valori sono messi in evidenza solo per essere usati al momento giusto magari tosando le persone con una tassazione straordinaria per salvare le banche. O, meglio, per ridurre il debito pubblico esploso per mettere a posto il sistema bancario italiano. Sono soddisfazioni, non c’è che dire.

 

Approfondimenti:

– Ripresa lenta: http://www.lavoce.info/archives/48308/italia-lunga-lenta-ripresa-non-basta/.

 

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[1] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/2017/08/16/news/pil_istat_secondo_trimestre_2017-173141175/.

[2] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/maurizio-guandalini/con-il-pil-al-top-alzi-la-mano-il-primo-che-si-dovra-scusare-co_a_23079022/.

[3] Cfr. http://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/8134589/2-16082017-AP-EN.pdf/dc908a55-fc6d-42d8-ac25-d20c44fc40aa.

[4] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/202883.

[5] Cfr. https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemDir=46919.

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3 commenti su “Il PIL cresce e si dovrebbe chiedere scusa a Renzi? No, anzi #gufopride

  1. claudio salone
    29 agosto 2017

    ottimo e documentato intervento, che condivido in toto. Condivido anche il post sul liceo corto, di cui ho scritto anche sul mio blog e che avrei voluto commentare, se avessi trovato l’apposito spazio in fondo alla pagina. D’ora in avanti ti seguirò. CS

    • Charly
      29 agosto 2017

      Grazie. Non hai trovato lo spazio per il commento perché immagino si sia già chiusa la finestra temporale per farlo.

  2. Pingback: Sallusti vs Raimo o perché uno spin ha sconfitto un radical chic | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 agosto 2017 da in Uncategorized con tag , , , .
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