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Qual è il valore della cittadinanza nell’epoca dei diritti umani e della globalizzazione?

Uno dei cavalli di battaglia di Trump durante l’ultima corsa presidenziale è stato “american first”: promozione degli interessi nazionali americani nel mondo, speciale tutela per i cittadini americani. L’esatto opposto di quanto ci tocca assistere nel dibattito politico italiano dove la parola nazione è bandita e si offre cittadinanza di dibattito, invece, a chi vuole distruggere gli Stati e le frontiere. Ma lasciatemi porvi un quesito: senza Stato si può avere la cittadinanza? E senza cittadini si può avere la democrazia?

 

—- La lenta agonia della cittadinanza —-

Ma cos’è la cittadinanza? Si tratta soltanto di uno dei pilastri della tradizione politica occidentale: la contrapposizione fra suddito e cittadino. Nel primo caso si è esposti all’arbitrio di un potere politico privo di controlli, nel secondo caso si è membri di una comunità con diritti e doveri e si ha la facoltà di prendere parte al processo decisionale politico.

Nel dettato costituzionale troviamo che [1]:

La c. nella Costituzione italiana. La Costituzione italiana, oltre a proclamare nella sua prima parte in capo ai cittadini la titolarità di alcuni diritti e di alcuni doveri, si occupa specificatamente della c. solo all’art. 22, stabilendo il principio per cui non si può essere privati di essa, così come del nome e della capacità giuridica, per motivi politici. La ratio di questa disposizione va inquadrata nella contestazione degli arbitri compiuti dal fascismo, che non solo aveva privato della c. italiana tutti gli antifascisti in esilio (l. n. 108/1926), ma aveva altresì stabilito (R.d.l. n. 1728/1938) delle gravi limitazioni alla c. e alla capacità giuridica nei confronti dei cittadini di «razza ebraica».

La Costituzione, ovviamente, enumera e tutela i diritti umani ma, definizione alla mano, i dritti umani sono tali per appartenenza al genere umano e non per cittadinanza: «I diritti umani si basano sul principio del rispetto nei confronti dell’individuo. La loro premessa fondamentale è che ogni persona è un essere morale e razionale che merita di essere trattato con dignità. Sono chiamati diritti umani perché sono universali. Mentre alcune nazioni o singoli gruppi godono di diritti specifici che si applicano esclusivamente ad essi, i diritti umani sono i diritti che appartengono ad ogni persona semplicemente perché è viva, indipendentemente da chi sia o da dove viva» [2].

L’ovvia conseguenza di una simile concezione è la sottrazione dei diritti umani dall’agire dello Stato – quindi della cittadinanza di cui è emanazione – e la riduzione della cittadinanza a due sole dimensioni:

  • diritto di residenza;
  • diritti politici;

Ma per i diritti politici non è eccessivo suonare la campana a morto [3]:

La partecipazione al voto è progressivamente calata in tutta Europa, soprattutto a partire dai primi anni ’90. Fra i paesi membri originari dell’Unione a 12 (che costituiscono una buona base di confronto, per la loro struttura istituzionale e politica più omogenea nel periodo considerato), neanche uno oggi mostra tassi di partecipazione alle elezioni parlamentari confrontabili con quelli che si registravano negli anni ‘60-’70.

Con le uniche significative eccezioni di Belgio (-2%) e Danimarca (-5%), le quote medie di partecipazione (calcolate come percentuale di elettori effettivi sulla base degli aventi diritto) sono ovunque cadute del 10-20%. Le variazioni più impressionanti sono quelle relative a Francia (-21%) e Italia (-26%), che sono anche rispettivamente seconda e terza nazione per dimensione dell’elettorato, con oltre 50 milioni di votanti potenziali ciascuna. La media ponderata per l’intera area di 12 paesi, che raggruppa oggi circa 300 milioni di votanti potenziali, mostra una partecipazione al voto che alle ultime elezioni si attesta al 64%, contro l’81% che si registrava quarant’anni fa. In pratica, ormai votano solo due europei ogni tre aventi diritto.

E non è raro leggere che in molti comuni non si riesce a formare il Consiglio Comunale per mancanza di candidati. Che rimane, allora, della cittadinanza?

 

—- Nessun diritto è gratis —-

L’unico elemento rimasto è il diritto di residenza all’interno di un’entità statale ma si è visto fino alla nausea l’attacco portato all’idea stessa di Stato e confini. Idea affascinante quella dei no borders – se non consideriamo il disastro socioeconomico derivante dall’abolizione dei confini – ma che ignora il conseguente eclissarsi dei doveri: se non ci sono diritti garantiti dallo Stato non ci possono neppure essere doveri richiesti dallo Stato medesimo. D’altronde la svalutazione derivante dalla facile concessione della cittadinanza, senza neppure prendere in considerazione la condivisione dei valori fondanti di una società, è facile riflesso del suo declino. La si dona con tanta leggerezza perché non le si attribuisce più un grande valore.

Senza lo Stato, senza i confini, senza i cittadini siamo nel paradiso della libertà e dei diritti, pertanto? No, perché i diritti non sono gratis. Come i recenti casi di occupazione abusiva in quel di Roma dimostrano, non basta enunciare il diritto alla casa per risolvere il problema. O interviene lo Stato con piani di edilizia popolare o si passa alle occupazioni abusive di proprietà altrui causando danno indiretto (mancato affitto) o diretto (bollette da pagare e danni alle abitazioni). Ma lo Stato è delegittimato da decenni di propaganda pro market e comunque lo Stato in sé non possiede mezzi propri, ma usa le risorse raccolte tramite la tassazione. Ma perché le persone dovrebbero accettare l’imposizione fiscale di uno Stato delegittimato e privo di funzioni? L’ideologia dei diritti è una gran bella cosa, ma quelli che hanno una dimensione economica non sono affatto gratis e qualcuno deve pagare. Senza, però, che quel qualcuno senta un sentimento di comunità retrostante.

Potrebbe rimanere l’idea di uno Stato come erogatore di servizi, paghi le tasse e in cambio ricevi i servizi, ma nella pratica non può funzionare. Tanto vale rivolgersi al mercato se non si vuole avere a che fare con gli Stati, esattamente come i turbocapitalisti vorrebbero fare. In più si dovrebbe ricordare che l’attività dello Stato ha sempre una funzione redistributrice a tutela dei meno abbienti, quelli che il mercato non prende neppure in considerazione. Lo Stato si occupa di chi non puà pagare o non è produttivo (si pensi ai pensionati o agli invalidi), il mercato no.

A cosa siamo giunti, allora? La cittadinanza non vale più perché gli Stati sono deboli e la democrazia è in crisi. E non è difficile trovare gli aguzzini:

  • la globalizzazione: la dimensione economica globale mette sotto tensione gli Stati-Nazione storici che, a loro volta, si riorganizzano/ destrtturano in Stati – locali più piccoli, più omogenei e che presentano una struttura economica condivisa (il Veneto, la Catalogna);
  • La UE la cui struttura tecnocratica ricorda l’URSS;
  • la cosiddetta Erasmus generation;

L’ultimo punto è il più interessante perché i primi due vengono presentati sotto una luce negativa nel dibattito pubblico, mentre il terzo no. Peccato che il terzo punto sia figlio degli altri due. Quelli che hanno fatto l’Erasmus vengono generalmente presentati come l’avanguardia di un nuovo ceto cosmopolita e sovranazionale, colto e progressista. Il che in parte è vero visto il tipico astio progressista di molti di essi nei confronti dei confini degli Stati (ma non di quelli di casa loro, ovviamente), ma è altrettanto divertente notare che molti Erasmus boy sono rimasti in Italia a 30 km da papino.

Sia come sia, la presenza di un ceto cosmopolita e non legato a un luogo non è una novità e già nel 18° secolo l’aristrocrazia di sangue condivideva usi e costumi a dispetto del regno di appartenza. Un nobile francese aveva molto più in comune con uno russo rispetto a un popolano di Parigi e dintorni. Com’è finita, ahiloro, è storia e, ahinoi, la storia ha la tendeza di ripetersi prima come tragedia e poi come farsa. Se prendiamo in considerazione le persone che hanno lasciato l’Italia, scopriamo che potranno anche essere 100 o 200 mila ma che a rimanere nel paese d’origine sono comunque a decine di milioni. Senza contare, poi, che molti dei migranti finiscono a pulire piatti o a raccogliere patate, non proprio quello che definirei cosmopolita, colto o progressista. Manager o camerieri, tuttavia, sono sempre una minoranza la cui ideologia risulta essere sovrarappresentata in ambito culturale.

Scavando un pochino viene fuori che molti dei pretesi cosmopoliti sono, in realtà, dei presunti tali e che la maggior parte di loro sono allegramente accampati sotto la casa d’origine. Un cosmopolitismo, pertanto, che si riduce a qualche post su Facebook, all’odio per i risultati elettorali che non si piegano ai loro desiderata e all’apericena in centro e nulla più. O, meglio, un risultato, si è visto, lo si è ottenuto: il discredito culturale gettato su concetti fondanti della storia europea quali quelli di Stato, di Nazione, di democrazia, di cittadinanza. Il tutto per sei mesi di Erasmus? Forse o, più probabilmente, sprovvisti delle più banali nozioni di storia e di politologia un intero ceto di ingegneri, medici e professionisti vari si sta letteralmente gettando al massacro. Se un tempo era la banalità del male a tenere banco oggi, sfortunatamente, siamo alla prese con la stupidità del male.

 

Approfondimenti:

– sfigato vs Erasmus boy: http://www.onestoespietato.com/addio-fantozzi-posto-fisso-coglionazzo/.

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[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/cittadinanza/.

[2] Cfr. https://www.unitiperidirittiumani.it/what-are-human-rights/.

[3] Cfr. https://www.eumetramr.com/it/la-crescita-dell%E2%80%99astensione-nell%E2%80%99indifferenza-dei-partiti.

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6 commenti su “Qual è il valore della cittadinanza nell’epoca dei diritti umani e della globalizzazione?

  1. magiupa
    30 agosto 2017

    continua così ed avrai una patente di fascista gratis e senza passare dal via

    • Charly
      1 settembre 2017

      Già arrivata ma ho sempre votato a sinistra finché ero in Italia.

      • magiupa
        2 settembre 2017

        io no,anche se sono di famiglia socialista abbiamo perso fiducia in una sinistra che è diventata evidentemente una forza in difesa delle rendite di posizione negli anni 80 poteva nn sebrare,ora è un po’ piu evidente,eppure oggi qualcosina nella sinistra si vede,poco!
        Ci hanno messo vent’anni per affrontare il loro neoclassismo e siamo ancora a delle timide denunce,pero,dai!

      • Charly
        2 settembre 2017

        Se non fosse che parlare di destra o sinistra non ha più molto senso mi definirei, ancora, di sinistra. Ma, ormai, è il passato.

      • magiupa
        2 settembre 2017

        destra e sinistra sono nomi,erano nomi e lo saranno per sempre,votare per classificazioni espone al rischio di votare chi sembra promettere di più quando nella realtà essere per il lavoro vuol anche dire fare politiche liberiste,senza pensare che sia il mercato che risolve i problemi ma sapendo che il mercato è e non si può fingere che non sia,oppure essere pro libera circolazione vuol anche dire garantirla con il dovuto controllo,altrimenti si da ragione a chi fa quelle simpatiche vignette con il nativo americano precursore dei no border.
        Per non sbagliare io ho sempre detto cosa voto e non cosa sono,poi accetto la classificazione che mi danno,è che sono sempre nel momento sbagliato,adesso che finalmente potrei votare PD,mi massacrano di commenti sull’ebetino.
        che palle!!

  2. Pingback: Sallusti vs Raimo o perché uno spin ha sconfitto un radical chic | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 29 agosto 2017 da in politica con tag , , , , .
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