Charly's blog

La stupidità del male, atto secondo: l’Italia e la solidarietà fra paesi europei

Che io non abbia un buon giudizio del sistema scolastico italiano mi pare evidente da quanto ho scritto finora in questo blog. E si badi bene che a differenza di altri non contesto tanto le lacune relative all’educazione professionale, si è già detto fino alla nausea che il mismatch fra la scuola e il mondo del lavoro è un mito, ma sono interdetto dall’incapacità del sistema scolastico di spiegare i più basilari meccanismi politici e sociali ai suoi studenti.

Prendiamo come ulteriore esempio la lamentela, molto diffusa nelle bocche degli euroinomani, che i paesi dell’Est difettino di solidarietà pur passando all’incasso quando si tratta di prendere i fondi europei:

E’ giusto, però, che a fronte di tutto ciò, l’Europa dell’Est sappia solamente prendere e nel momento in cui è chiamata a mostrarsi stavolta solidale con i suoi benefattori si giri da un’altra parte e si rifugi nella sovranità nazionale? Che ne sarebbe di queste economie, se all’improvviso paesi come Germania, Francia e Italia smettessero di finanziarne lo sviluppo, erogando alla UE contributi in linea agli stanziamenti ricevuti?

Il nazionalismo di Varsavia e Budapest appare al dir poco incompatibile con le mani tese dei suoi governi all’atto del ricevimento dei fondi europei. Non si può recitare il ruolo degli autarchici, quando c’è da contribuire a risolvere un problema comune di un certo peso, mentre ci si affida alla solidarietà altrui per il momento in cui c’è da ottenere risorse dai membri più ricchi d’Europa. Delle due l’una: o la “dignità” nazionale vale sempre, ma allora bisognerebbe smettere di farsi finanziare la crescita dai partner europei, oppure si accettano non solo le opportunità, bensì pure gli obblighi derivanti dall’appartenenza a un club ambito, almeno da quelle economie uscite da un passato di stenti e di privazione di libertà e democrazia sotto i regimi dittatoriali comunisti.

Concetto ribadito in quel del PD [2]:

I Paesi dell’est Europa, però, non sembrano al momento disposti a cambiare registro, almeno leggendo le dichiarazioni a caldo di alcuni esponenti politici.
«Non si può essere europeisti, quando si tratta di ottenere fondi europei per finanziare interventi nei propri Paesi e diventare poi nazionalisti al momento di contribuire alla gestione dei rifugiati con l’obbligo di farsene in parte carico».

Solo una domanda, ex studenti di una scuola che spreca il suo tempo su Dante e Manzoni: ma fra le categorie concettuali della politica e della geopolitica esistono l’amicizia e la solidarietà? Pensate bene prima di rispondere, per piacere.

 

—- La pioggia di soldi all’Est Europa: i fondi europei —-

Partiamo da un dato innegabile, l’ampio uso dei fondi europei da parte dei paesi dell’Est come la Polonia [3]:

Dal 2004 la Polonia è parte della Comunità Europea e ha la necessità di una celere costruzione ed ammodernamento delle diverse infrastrutture per adattarle agli standard imposti dall’ Unione Europea: dalle infrastrutture stradali, ferroviarie e aeroportuali, alle sportive, ricreative e turistiche, sanitarie, a quelle urbane (canalizzazioni, depurazione acque, gestione rifiuti, etc.). A questo scopo, nell’ambito della politica di coesione economica e sociale, finalizzata a promuovere uno sviluppo equilibrato, armonioso e sostenibile della Comunità, l’ Unione Europea ha recentemente destinato ingenti fondi alla Polonia, pari a 82,5 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. 

I risultati sono stati considerevoli:

 

Anche, ma non solo, grazie ai fondi europei [4]:

Dalla tabella soprastante risulta che l’adesione della Polonia all’UE ha favorito notevolmente lo sviluppo socio-economico del Paese. Negli anni 2000-2003 la crescita annua media del PIL è stata pari al 2,7%, mentre nel periodo 2004-2014 al 3,65%. Nel 2009 la crescita, a seguito della crisi finanziaria mondiale, è rallentata all’1,6%, ma la Polonia ha evitato la recessione che ha caratterizzato gli altri Paesi membri UE nel 2009. Viene stimato che metà della crescita del 2009 è da attribuire ai fondi europei. I fondi europei hanno contribuito per 0,5 pp. all’anno alla dinamica di crescita del PIL nel periodo 2004-2009, per 0,7 pp. nel 2010 e per ca 0,6-0,8 nel 2011. Secondo alcune stime tale contributo nell’intero periodo 2004-2015 sarà di oltre 0,6 pp. all’anno.

Oltra al danno non manca la beffa visto che «il totale dei saldi netti per l’Italia, nel settennio 2009-2015, è risultato negativo per 37,8 miliardi (-38,6 miliardi, ove si consideri anche l’impatto della decisione 2014/335/EU). Il saldo medio annuo del settennio considerato è pertanto negativo per circa 5,4 miliardi (5,5 considerando l’impatto della decisione 2014/335/EU). […] Nel 2015 (come nel 2014) l’Italia si colloca al quinto posto fra i maggiori contributori netti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi, se si considerano gli effetti retroattivi della decisione 2014/335/UE» [5]. L’esatto contrario di quanto avviene in Polonia:

 

Pertanto, prima di estasiarsi di fronte ai fondi europei destinati al terremoto – «Ue sostiene gli sforzi di ricostruzione dell’Italia dopo i terremoti e la Commissione annuncia la proposta di intervento del fondo di solidarietà dell’Ue per un valore di 1,2 miliardi di euro» [6] – si dovrebbe ricordare che quei soldi vengono presi dal malloppo che l’Italia versa ogni anno all’UE. Nessun regalo, pertanto.

 

—- Il grande saccheggio: come l’Italia diventerà un paese di bagnini e camerieri —-

Ma torniamo all’Est. Si è scritto che i fondi europei sono abbondanti e d’impatto nell’economia polacca, ma come vengono impiegati? Primariamente i fondi sono destinati alla costruzione delle infrastrutture, all’innovazione e all’educazione. Se al tutto aggiungiamo una forza lavoro giovane e istruita con salari e tasse minori che nell’Europa occidentale viene fuori un quadro orientato all’outsourcing. E sono queste attività che hanno portato alla crescita del PIL e dei redditi dell’Est Europa, non i fondi europei che servivano solo a preparare l’ambiente economico.

Ecco i settori delle attività produttive che vengono delocalizzare dall’Ovest all’Est:

  • customer care;
  • help desk;
  • accounting (AP, AR, GL);
  • HR (administration, recruiting);
  • Logistica;
  • Web marketing;

Cosa rimane all’Ovest? Il management, la ricerca, le attività presenti sul territorio quando non vengono chiuse per via dell’informatica come nel caso degli sportelli bancari, le attività commerciali. Rimangono, allora, le attività di comando e quelle che generano profitto direttamente, ma non quelle di supporto che per quanto necessarie non generano un profitto diretto. Le attività, quindi, che è possibile delocalizzare rimettendoci in parte la qualità del servizio ma ottenendo in cambio un guadagno netto in termini di salari e tasse.

Si tratta di un vero e proprio spolpamento delle attività produttive presenti in Italia, o in altri paesi dell’Europa occidentale, il cui unico limite è dettato dalla barriera linguistica e dalle peculiari caratteristiche legali presenti nel paese d’origine. Ma immaginate se il sogno degli euroinomani dovesse diventare realtà con la costruzione di un’unica cornice giuridica e con il bilinguismo imperante a tal punto da ridurre l’utilizzo della lingua nazionale al contesto domestico. In questo caso non ci sarebbero limiti alle delocalizzazioni.

Ma chi trae vantaggio dalla cosa? Gli europei dell’Est, ovviamente [7]:

Che l’Italia abbia un problema di impoverimento relativo lo spiegano altri due dati: sempre secondo il Cer, il nostro pil pro-capite a parità di potere d’acquisto (PPA) in rapporto a quello medio UE resterà stabile al 2021, anno in cui la divergenza con la Polonia è attesa davvero minima: 88% contro 77%. E pensare che nel 1999, ovvero poco più di un ventennio prima, i due paesi si attestavano ancora rispettivamente al 119% contro il 43%. In pratica, siamo passati dal godere di uno standard di vita tre volte migliore di quello polacco a quasi sfiorarne i livelli. 

Ma, soprattuto, le imprese che delocalizzano alla ricerca di minori salari e regimi fiscali favorevoli. I fondi europei, allora, non sono un atto di generosità dettato dallo spirito europeista ma un programma economico votato a incrementare il profitto delle imprese a discapito dei redditi degli impiegati nei settori fin qui citati. Come al solito parlare di solidarietà o amicizia vuol dire non avere capito molto né di politica né di geopolitica. In questi ambiti non esiste l’amicizia ma un comune interesse o uno stato di subordinazione politica (come la Germania e l’Italia nei confronti degli USA).

I paesi dell’Est, pertanto, sono perfettamente razionali perseguendo il proprio interesse offrendo vantaggi a chi a sua volta può offrire qualcosa in cambio. L’Italia, invece, non riesce ad attrarre investimenti esteri e si limita a blaterare su un insulso “più Europa” che non vuol dire niente in termini pratici. Ed ecco una delle lezioni che la scuola si è dimenticata di insegnare: non si convince qualcuno inneggiando ai valori o ai meriti passati, ma lo si convince facendo vedere che il profitto dell’uno vuol dire il profitto dell’altro.

Volete togliere i fondi europei all’Est? Prego, ma il processo di delocalizzazione non si fermerà specie considerando che la Germania ha inglobato i paesi vicini all’interno del suo ciclo economico: l’Olanda è il porto, la Svizzera la banca, la Repubblica Ceca i servizi, la Polonia sia i servizi sia la produzione. In aggiunta se arriverà la Nuova Via della Sete cinese ci sarà un ulteriore flusso di capitali e investimenti.

Il risultato finale è che se negli anni ’90 erano gli italiani a fare i turisti in quanto colletti bianchi nell’Est, ora sono quelli dell’Est che vengono in vacanza in quanto colletti bianchi. E un paese votato al turismo, suprema incarnazione dell’idea che l’Italia di turismo ci possa vivere, è un paese di camerieri, bagnini ed escort di lusso. Tutti settori ad valore aggiunto, mi pare. Ma mi raccomando, continuate a fare le lezzzzioncine di solidarietà al resto del mondo mentre il resto del mondo impartisce lezioni di razionalità e buon senso. Invano, sembra.

 

 

Approfondimenti:

– fondi europei, Italia medaglia d’argento: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-05/fondi-ue-polonia-italia-e-spagna-podio-063522.shtml?uuid=AD2JG5EB.

——————————————————————————-

[1] Cfr. https://www.investireoggi.it/economia/crisi-migranti-fondi-europei-europa-dellest-solidarieta-senso-unico/page/2/.

[2] Cfr. https://www.partitodemocratico.it/immigrazione/gozi-fondi-ue-migranti/.

[3] Cfr. https://www.unifiere.com/it/investire-in-polonia.

[4] Cfr. http://www.ice.gov.it/paesi/europa/polonia/Manuale_Fondi_UE.pdf.

[5] Cfr. http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_contr_affari_com_internazionali/2016/delibera_17_2016.pdf#page=44.

[6] Cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2017/06/21/news/terremoto_italia_ue_propone_fondo_da_1_2_milioni_per_la_ricostruzione-168720384/.

[7] Cfr. https://www.investireoggi.it/economia/la-caduta-dellitalia-leuro-esiste-presto-saremo-la-polonia/?refresh_ce.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 settembre 2017 da in politica con tag , , .
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