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L’alternanza scuola-lavoro? Guardiamo i fatti, non i principi

Partendo dalla retorica errata che i problemi del mercato del lavoro nascano dal semi inesistente mismatch fra la scuola e il mondo del lavoro e non dall’andamento del ciclo ecomomico, un paio di anni fa si ebbe la levata di ingegno di introdurre l’alternanza scuola-lavoro [1]:

L’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, anche nei licei, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta. La scuola deve, infatti, diventare la più efficace politica strutturale a favore della crescita e della formazione di nuove competenze, contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. Per questo, deve aprirsi al territorio, chiedendo alla società di rendere tutti gli studenti protagonisti consapevoli delle scelte per il proprio futuro.

Con l’alternanza scuola-lavoro, viene introdotto in maniera universale un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno che chiama in causa anche gli adulti, nel loro ruolo di tutor interni (docenti) e tutor esterni (referenti della realtà ospitante). […] Non solo imprese e aziende, ma anche associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali possono diventare partner educativi della scuola per sviluppare in sinergia esperienze coerenti alle attitudini e alle passioni di ogni ragazza e di ogni ragazzo.

In questa chiave si spiega il monte ore obbligatorio: 400 ore negli istituti tecnici e professionali e 200 ore nei licei che rappresentano un innovativo format didattico rispetto alle tradizionali attività scolastiche e possono essere svolte anche durante la sospensione delle attività didattiche e/o all’estero.

Perché, sempre in virtù del mismatch, a quanto pare chi esce dall’alberghiero non è in grado di lavorare in un hotel e chi esce da ragioneria non è in grado di registrare un fattura. Credibile, no? Ma, un momento, la storiella del mismatch non era che mancavano i profili specializzati? Che volete, talvolta mi confondo.

 

—- Lo sciopero degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro —-

Dopo avere provato il tutto, però, sembra che ai diretti interessati, gli studenti, la cosa non sia andata giù [2]:

Comincia oggi l’autunno caldo della scuola. Studenti in piazza oggi in tutta Italia per scioperare contro l’alternanza scuola lavoro.  A Roma è in programma un corteo da piramide Cestia all’Ostiense.  Per la prima volta le studentesse e gli studenti italiani sono chiamati ad uno “sciopero dell’alternanza scuola lavoro: non andranno a scuola e non si presenteranno nelle aziende o negli enti presso i quali svolgono i percorsi di alternanza. Si sottrarranno per un giorno a percorsi che sono spesso squalificati e svilenti, a volte addirittura pericolosi. Si sottrarranno a un meccanismo che produce sfruttamento. Siamo dalla loro parte”. E’ la posizione di Sinistra italiana espressa dalla responsabile scuola del partito Claudia Pratelli. L’obbligo dell’alternanza introdotto dalla legge 107, prosegue Sinistra Italiana, ha “prodotto disastri, ne fanno le spese le ragazze e i ragazzi che perdono ore di scuola per essere scaraventati in esperienze spesso inadeguate rispetto alla capacità formativa. Esperienze che si traducono troppe volte in vero e proprio lavoro gratuito. Per questo motivo la battaglia degli studenti riguarda un mondo del lavoro impoverito e precario, riguarda quei quasi 4 milioni di lavoratori in nero di cui l’Istat ha dato conto, riguarda tutte e tutti coloro chiamati a ‘regalare’ lavoro in cambio di chissà quale futuribile opportunità”.   

Le reazioni da parte del vecchio di turno, come al solito, si è rivelata essere un insulto condito da isteria [3]:

Ecco il polemico tweet contro gli studenti: “Protesta contro l’#alternanzascuolalavoro degli studenti imbecilli. E non un genitore che li prenda a calci o un politico che li critichi”. A fare questo tweet provocatorio è stato Claudio Velardi, giornalista e saggista italiano che è stato, nel 1998 fino al 2000, a capo dello staff dell’allora presidente del Consiglio dei ministri Massimo D’Alema. Per Velardi la protesta degli studenti contro la ”Mala Alternanza scuola lavoro” è una protesta da imbecilli, e inoltre non si comprende nemmeno come sia possibile, continua nel suo pensiero Velardi, che i genitori degli studenti non li abbiano presi a calci e i politici, nemmeno quelli favorevoli alla legge 107/2015, non abbiano mosso critiche contro questa protesta.

E mal che vada si può sempre fare la morale [4]:

Buona notizia numero tre: forse, finalmente, stiamo imparando a valutare cosa siano le soft skills, le competenze accessorie che tanto ci dicono servano nel mondo del lavoro e che la scuola, ahinoi, insegna poco e valuta peggio. Non ce ne voglia Gramellini, ma lavorare in gruppo, imparare a relazionarsi con un cliente, gestire una situazione di stress e perché no, comprendere le criticità e l’utilità del lavoro non qualificato sono ottime lezioni per chi ambisce a posizioni da classe dirigente. A un manager di domani farebbe bene fare il rider di Foodora per qualche giorno, per dire: subire gli errori è il modo migliore per evitare di commetterne.

Buona notizia numero quattro: forse, grazie all’alternanza scuola – lavoro, i ragazzi si stanno affrancando dall’idea che ci sia un lavoro per chi studia e un lavoro per chi non studia. Troppo facile lamentarsi che i nostri figli vivano sdraiati nella bambagia e poi stranirsi che puzzano di olio fritto dopo una giornata di lavoro. O che, orrore!, lavorino nel weekend o la sera. Anche questa, piaccia o meno, è formazione. Anche capire che la tuta blu è qualcosa da portare con dignità e orgoglio, non un simbolo da cui affrancarsi. I genitori non lo insegnano, par di capire. Ora la scuola sì.

Il giochino è sempre il solito è si basa sulla costruzione del frame “studente viziato” che non vuole sporcarsi le mani. Da qui la difesa della tuta blu perché, si sa, gli studenti non vogliono più fare certi lavori. Cioè, per essere più chiari, chi si iscrive ad alberghiera non si aspetta mica di fare il cameriere e chi al tecnico industriale non si aspetta mica di finire in un’azienda manifatturiera. Verrebbe da chiedersi chissà perché lo chiamano industriale….

Non ci vuole un genio a capire, allora, che la narrazione in questione non si regge in piedi. Proviamo, quindi, a fare la rivoluzionaria cosa di ascoltare le ragioni degli studenti. Lo so, è incredibile a dirsi che se qualcuno protesta, magari, lo si potrebbe anche ascoltare…

 

—- L’alternanza scuola-lavoro? Rimandata —-

D’altronde gli stessi giornali stanno segnalando alcune problematiche [5]:

Studenti costretti a pagarsi le trasferte di tasca propria, a seguire attività avulse dall’indirizzo scolastico frequentato e a tralasciare per diverse ore lo studio delle discipline di insegnamento settimanali. Ecco il quadro del secondo anno di applicazione dell’Alternanza scuola-lavoro delineato dall’inchiesta, presentata ieri e portata avanti dall’Unione degli studenti, su un campione di 15mila ragazzi che frequentano le scuole superiori di nove regioni italiane: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana, Abruzzo, Sardegna, Sicilia, Campania, Puglia. Secondo il monitoraggio, il 57 per cento degli studenti intervistati “ha partecipato a percorsi di alternanza scuola-lavoro non inerenti al proprio percorso di studi” e 4 su dieci ammettono di essere caduti in situazioni in cui sono stati negati loro diritti, come quello di essere seguiti da un tutor o di non essere stati messi nelle condizioni di studiare. […] “In Sardegna o nel Molise – spiegano dall’Uds – per mancanza di un tessuto produttivo sul territorio in grado di sopperire alla mole di studenti, le scuole si sono trovate costrette a far spostare gli alunni dalla Regione chiedendo a questi ultimi di sopperire alle spese per lo spostamento con somme che hanno raggiunto i 300-400 euro”. Il tutto per attività che nell’87 per cento dei casi sono state calate dall’alto senza alcun coinvolgimento dei diretti interessati. “Al Pacinotti di Taranto le studentesse e gli studenti hanno portato avanti il proprio percorso di alternanza scuola-lavoro all’Ilva, industria siderurgica famosa sul territorio per le gravi responsabilità di inquinamento ambientale”, si legge nel dossier.

E per seguire attività – come quella che ha visto centinaia di studenti impegnati a prendere ordinazioni in una nota catena che vende panini con hamburger o impegnati a fare esperienza in una notissima catena di abbigliamentospagnola – i ragazzi hanno tralasciato lo studio delle materie scolastiche, sia di mattina sia nel pomeriggio. A confessarlo il 57 per cento dei 15mila entrati nel nuovo obbligo e per i quali il sindacato degli studenti spinge per uno Statuto a favore degli studenti in Alternanza scuola-lavoro.

Ed ecco alcuni dettagli [6]:

  • Il primo gruppo (nella tabella in giallo) è composto principalmente dagli studenti dei tecnici e professionali, include infatti il 98,5% degli studenti dei professionali, il 93,1% dei tecnici e il 9,3% dei licei intervistati. Mentre il secondo (nella tabella in rosso) è composto dal 90,7% dei liceali, mentre comprende quote marginali di studenti dei tecnici (6,9%) e dei professionali (1,5%). I due gruppi si differenziano infatti pesantemente nelle scelte di valutazione dell’alternanza: il primo gruppo dà una valutazione abbastanza alta (in media 4 punti su 5) sia rispetto alla coerenza del percorso svolto, che all’utilità, che all’orientamento al lavoro, a testimonianza della percezione di una reale formatività del percorso che questi studenti si sono trovati a svolgere, in linea con le proprie aspettative probabilmente;
  • Quello che emerge confrontando le tabelle sulla presenza del tutor scolastico e aziendale è che c’è una migliore risposta da parte delle strutture scolastiche, malgrado la condizione in cui sono state messe: quasi 1 studente su 2 è stato adeguatamente seguito dalla scuola, contro 1 studente su 4 che è stato adeguatamente seguito dal soggetto ospitante. Il fatto che il sistema scolastico abbia risposto ai cambiamenti meglio del mondo del lavoro non deve però generare piena soddisfazione: come detto, sono infatti il 41,2% degli studenti a ricordarci che il loro tutor interno è stato scelto casualmente senza aver ricevuto prima un’adeguata preparazione; a questi si aggiunge un 5% che non ha proprio avuto un tutor scolastico;
  • Su questo campo il dato che emerge è abbastanza preoccupante, infatti quasi 1 studente su 2 ritiene che il proprio percorso non sia stato tarato sui propri interessi e capacità. La maggioranza degli studenti liceali si trova in questo primo gruppo, il 60,7%, che ci suggerisce ancora una volta come spesso l’obiettivo sia più quello collocare gli studenti piuttosto che garantire l’acquisizione di competenze legate alle singole attitudini. A questo dato si deve andare a sommare anche quel 26,2% che è da considerarsi neutro, in quanto comunque non considera il percorso personalizzato. A giudicare il proprio percorso di alternanza come definito sulle proprie attitudini e capace di rispondere ai propri bisogni è solo il 27,1% degli studenti intervistati, i quali, frequentano principalmente istituti tecnici e professionali (rispettivamente il 34,5% e il 45,7% dei due gruppi);
  • Molto meno positivo è quello sul fronte dei costi da sostenere per raggiungere le strutture ospitanti, infatti a sostenere spese è il 32,3% degli studenti intervistati e per un costo medio a studente di 72 euro;
  • Possiamo dire che il fatto che sia avvenuto questo cambiamento è dimostrato dalla nostra indagine: il dato preoccupante che emerge è che uno studente su due finisce per fare alternanza fuori dall’orario scolastico, dovendo quindi rinunciare ad altre attività. Questo avviene a fronte di solo un 16,1% che pratica ASL interamente all’interno dell’orario scolastico, e un 14,3% che ne pratica una buona parte (più del 75% delle ore da svolgere). Il 74,6% degli studenti che fanno alternanza completamente al di fuori dell’orario scolastico vengono dai licei, dove sono rari i casi di alternanza precedenti alla legge. Al contrario tecnici e professionali costituiscono lo zoccolo duro di chi sa armonizzare i percorsi all’interno dell’orario curricolare: di quel 16,1% infatti il 74,3% proviene proprio da tecnici e professionali;

Morale della storia? Che l’alternanza scuola-lavoro non funziona molto bene, specie per i percorsi di studio meno professionalizzanti, anche per la difficoltà di trovare aziende in grado di assorbire gli studenti. A costo di ripeterlo fino alla nausea, se non ci sono aziende per i disoccuppati a causa dell’andamento economico perché mai dovrebbero essercene per gli studenti? Misteri della fede o, meglio, della stupidità degli over 50.

 

—– Alternanza scuola-lavoro: e il punto di vista delle aziende? —-

Si badi bene che i problemi a cui stiamo assistendo erano prevedibili e previsti. Ad esempio mi ero occupato della cosa tempo addietro evidenziando gli attori del processo e i loro interessi:

  • Lo studente;
  • L’azienda;

In un rapporto lavorativo, stage compreso, il lavoratore offre le proprie prestazioni in cambio di un salario. In questo caso del salario, giustamente, non c’è traccia, ma non si nota piuttosto curiosamente che non c’è traccia neppure delle prestazioni. Uno studente al 4° o al 5° anno è in grado di offrire una prestazione lavorativa? Non del tutto, infatti dopo la conclusione del percorso scolastico ci sono stage e tirocini in attesa. Significa, in termini pratici, che l’apporto pratico dello stagista alla vita aziendale è assai ridotto se non persino nullo. A meno che non si disponga di un profilo esperto, quando si approda in un nuovo contesto aziendale si spendono i primi giorni, se non addirittura le prime settimane, a capire che cosa fare. Gli stage scolastici hanno una durata di 200 o 400 ore: 5/10 settimane full time o 10/20 settimane part time. Fatevi due conti.

Un altro elemento da tenere conto è che non tutti i percorsi scolastici sono professionalizzati, i licei, mentre gli stage non sono vincolati all’indirizzo scolastico. In termini pratici può essere che un liceale classico si ritrovi in un’azienda che produce elementi siderurgici e che un tecnico informatico finisca in un museo. Questo rafforza ulteriormente il punto precedente: che cosa fate fare al liceale classico o al tecnico informatico? Anche volendo loro insegnare il mestiere in merito, spostando fra l’altro una risorsa dal lavoro al tutoraggio, è più lecito aspettarsi che una volta finita l’esperienza gli studenti tornino ai propri progetti originari. E perché un’azienda lo dovrebbe fare? A parte per gli eventuali contributi pubblici.

Questa considerazione ci porta al punto successivo: perché mai un’azienda dovrebbe investire e formare una risorsa umana che potrebbe e vorrebbe fare tutt’altro? Perché io, azienda, devo prendere una risorsa che può offrire poco o nulla, formarla, per poi vederla andare via? È più logico pensare che nel caso l’azienda potrebbe essere interessata solo a eventuali contributi pubblici, parcheggiando poi lo stagista da qualche parte a fare le fotocopie. Al riguardo abbiamo già un esempio pratico con i vari progetti di mobilità europei: non aspettavi chissà quale esperienza lavorativa.

Nulla di trascendentale, mi pare. Anzi, è abbastanza ovvio. Gli studenti, allora, fanno bene a protestare anche perché alcune realtà aziendali – quelle grandi come i GDC (global delivery center) – sono precluse vista la loro assenza in Italia. Più in generale, poi, la si dovrebbe finire con la retorica dei lavori umili dato che tutti prima o poi si trovano a portare piatti o a fare il call center. Ma da queste esperienze non si apprende nulla dato che lavorare in un ristorante a conduzione familiare è cosa ben differente da un progetto internazionale di 100 persone in un’azienda da migliaia. E saper portare i piatti è inutile se ti chiedono di creare una tabella pivot o di usare SAP modulo HR. Il che spiega anche perché nessuno, ma proprio nessuno, scrive nel CV le esperienze umili. Indovinate il perché.

 

Approfondimento:

– da mettere nel cv, nevvero: https://www.tecnicadellascuola.it/alternanza-scuola-lavoro-ce-spala-letame-nelle-stalle.

————————————————————————-

[1] Cfr. http://www.istruzione.it/alternanza/cosa_alternanza.shtml.

[2] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/studenti-alternanza-scuola-lavoro-sciopero-458091a7-b40a-426b-8202-2a9e5e774176.html.

[3] Cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-insultati-con-un-tweet-per-lo-sciopero-contro-alternanza-scuola-lavoro.

[4] Cfr. http://www.linkiesta.it/it/article/2017/10/14/viva-lalternanza-scuola-lavoro-contro-chi-pensa-che-la-tuta-blu-sia-un/35837/.

[5] Cfr. http://www.repubblica.it/scuola/2017/05/30/news/uds_alternanza_scuola_lavoro-166780031/.

[6] Cfr. https://www.fondazionedivittorio.it/sites/default/files/content-attachment/Alternanza%20Scuola%20Lavoro%20-%20Rimandata%20a%20Settembre.pdf.

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4 commenti su “L’alternanza scuola-lavoro? Guardiamo i fatti, non i principi

  1. magiupa
    19 ottobre 2017

    io penso che anche lo spalatore ha imparato.
    Ha imparato che sotto le diciture 4.0 bio eco c’è lo spalatore di merda e tornera a scuola più consapevole…oppure griderà all’inutilità dell’esperienza e cazzeggerà nei cortei invece di studiare…candidandosi alla spalatura a vita..ma pagato

    • Charly
      19 ottobre 2017

      Questo è anche vero 😀

    • Connacht
      21 ottobre 2017

      Nel qual caso spero comprenda come dietro a marchio tipo bio ci sia in realtà un modello insostenibile e che l’obiettivo del progresso è far sì che nessuna persona debba più spaccarsi la schiena per produrre cibo.

      • Charly
        25 ottobre 2017

        Sante parole che non sono molto chiare a chi parla di un ritorno alla terra che è fattibile solo con il crollo della produttività.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 ottobre 2017 da in Uncategorized con tag , , .
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