Charly's blog

Di referendum, residui fiscali e piccole patrie (prima parte)

Domenica si è tenuto in Veneto e in Lombardia un referendum consultivo volto a richiedere maggiore autonomia e maggiore spazio spazio fiscale nei confronti del Governo centrale. Il quesito veneto era decisamente generico e vago – Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia? [1] – ma tanto è bastato a far vincere il sì con il 98,1% dei voti e con l’affluenza pari al 57,2%.

Il quesito referendario lombardo era sì più preciso [2]:

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Ma ha comunque riscosso meno successo. Il sì ha vinto con il 96,02% dei voti validi ma l’affluenza si è fermata al 38,21%.

 

—- Il referendum del Lombardo-Veneto? Sghei! —-

Nel post referendum, come al solito, c’è chi gode [3]:

«C’è un terribile fraintendimento. Se il governo dovesse concederci le ventitré competenze che la Costituzione ritiene trasferibili alle regioni, la conseguenza di fatto sarebbe il trasferimento al Veneto dei 9/10 del gettito. Per la proprietà transitiva, direi. Il mio non è né un salto in avanti né tantomeno un passo indietro. Altra questione è la richiesta al Parlamento di una modifica costituzionale perché al Veneto sia riconosciuto lo statuto speciale come quello delle province autonome di Trento e Bolzano, richiesta che nulla c’entra col referendum e con la conseguente trattativa sul passaggio di competenze da Stato a regioni. Molti in questo momento lo commentano negativamente, nonostante in passato abbiamo votato provvedimenti identici, sia da destra sia da sinistra. Ma sono due azioni distinte». 

E chi si straccia le vesti [4]:

Il referendum consultivo “per l’autonomia” che si dovrebbe tenere in Lombardia e in Veneto il 22 ottobre è una preoccupante iniziativa politica volta a sollecitare forme di egoismo territoriale; contro la quale sarebbe opportuno esprimersi, specie nei territori coinvolti, in modo chiaro. […] Ma allora perché si vota? Il punto, e la preoccupazione, sta in quel piccolo inciso all’interno del quesito: “con le relative risorse”. I presidenti leghisti della Lombardia e del Veneto sono espliciti: il vero obiettivo dell’iniziativa è ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale; il referendum serve a ottenere sostegno politico per questa richiesta. Si dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini. Ma le regole della tassazione e dell’allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressività della tassazione e l’istruzione obbligatoria e gratuita. Con l’approvazione della legge 42 del 2009, poi, si è provveduto a precisare, in diversi ambiti, questi principi (legge che, sia detto per inciso, sta avendo un’applicazione assai lenta, e estremamente discutibile in alcune scelte attuative). Con buona pace dei leghisti di ieri e di oggi, non esistono “soldi del Nord” che vengono sottratti: il “residuo fiscale” che si può stimare (la differenza fra le tasse pagate dai cittadini di una regione e la spesa pubblica che ricade in quella stessa regione) è semplicemente l’esito ex post, in Italia come in tutti gli altri paesi, dell’applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi. Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, è quello di ottenere dallo Stato l’allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse. Naturalmente, sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. E’ una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione leghista; nel dilagante ”egoismo dei ricchi”: date più soldi pubblici a noi e meno agli altri.

Fino alla constatazione finale: «Il voto serve dunque a portare tanti lombardi e veneti a votare sulla domanda implicita: volete sottrarre risorse pubbliche agli altri cittadini italiani per beneficiarne voi? Una deriva assai pericolosa». Terribile, no? Specie se con quelle risorse ci campi, aggiungo.

 

—– I soldi? Lo sterco del demonio —-

Il nodo da contendere è l’ammontare delle risorse che vengono trasferite tramite la tassazione dal Nord al Sud [5]:

Le Regioni a statuto ordinario del Nord danno oltre 100 miliardi di euro all’anno di solidarietà al resto del Paese. Il risultato emerge da una elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA che ha calcolato il residuo fiscale di ogni Regione italiana.

La Lombardia, ad esempio, registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi di euro, che in valore procapite è pari a 5.511 euro. Questo vuol dire che ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno.

Il Veneto, invece, presenta un saldo positivo pari a 18,2 miliardi di euro che si traduce in 3.733 euro conferiti da ciascun residente. L’Emilia Romagna, con un residuo di 17,8 miliardi di euro, devolve ben 4.076 euro per ciascun abitante. In Piemonte, che nel rapporto dare/avere elargisce agli altri territori 10,5 miliardi di euro, il residuo fiscale medio per abitante è di 2.418 euro all’anno. La Liguria, infine, dà al resto del Paese 1 miliardo di euro, pari a 701 euro per ogni cittadino ligure.

Nonostante sia più contenuto rispetto al dato riferito alle realtà del profondo Nord, anche il residuo fiscale di tutte le Regioni del Centro è sempre positivo. La Toscana ha un saldo di 8,3 miliardi di euro, il Lazio di 7,3, le Marche di 2,5 e l’Umbria di 1,1 miliardi.

Se, invece, osserviamo i risultati delle Regioni meridionali, la situazione cambia completamente di segno. Tutte presentano un residuo fiscale negativo: vale a dire, ricevono di più di quanto versano. La Sicilia, ad esempio, ha il peggior saldo tra tutte le 20 Regioni d’Italia: in termini assoluti è pari a -8,9 miliardi di euro, che si traduce in un dato procapite pari a 1.782 euro. In Calabria, invece, il residuo è pari a -4,7 miliardi di euro (-2.408 euro procapite), in Sardegna a -4,2 miliardi (- 2.566 euro ogni residente), in Campania a -4,1 miliardi (-714 euro per ciascun abitante) e in Puglia a -3,4 miliardi di euro (- 861 euro procapite).

Curiosamente si possono anche leggere notizie di tenore opposto. Ecco il 2004 [6]:

Spariscono i soldi destinati al Sud  Lo denuncia la Cgil. Secondo il governo limitare la spesa al 2% vale 6,2 miliardi. La Cgil ne è certa: “22 miliardi di euro che il governo ha sbandierato per il Sud non ci sono”. In una nota diffusa da Franco Garufi, responsabile per il Mezzogiorno della Cgil nazionale, si sottolinea come “il Mezzogiorno subisca il taglio di almeno un terzo delle risorse disponibili per lo sviluppo, mentre, con un’operazione contabile che si ripete ormai da tre anni, gli incrementi sono spostati alla fine del triennio”. 

Poi arriva il 2010 [7]:

Un fiume di denaro destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese e che è stato impiegato invece dal governo per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia. Sono alcuni brandelli di una storia incredibile, il grande scippo consumato ai danni delle regioni meridionali. La storia delle scorribande sul Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, manomesso e spremuto negli ultimi anni dal governo Berlusconi per finanziare misure economiche e opere pubbliche che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali. Un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato. Fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico.

E per finire il 2014 [8]:

Quest’ultimo, così scrive: “la Commissione europea e il governo italiano hanno firmato un accordo di partenariato sull’uso in Italia di circa 44 miliardi di euro in fondi europei nel periodo 2014-2020; nel dettaglio 32,2 miliardi dal Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale) e dal Fse (Fondo sociale europeo), 10,4 miliardi dal Feasr (Fondo europeo agricolo di sviluppo rurale) e 537,3 milioni dal Feamp (Fondo Ue per gli affari marittimi e la pesca). A tali fondi europei l’Italia dovrebbe garantire un co-finanziamento al 50%, distribuito tra il Nord, Centro e Sud della penisola. In realtà, in seguito alle ultime scelte del Governo, che hanno portato una riduzione dal 50% al 25% dei co-finanziamenti dello Stato ad alcune regioni del sud (Campania, Calabria e Sicilia), risultate meno efficienti nell’utilizzo dei contributi economici europei nella precedente programmazione, il Meridione subirà una sostanziale decurtazione dei fondi, nei prossimi sette anni, che comporterà ulteriori difficoltà per lo sviluppo del Mezzogiorno.”

Ma se vi dicessi che senza i soldi pubblici il Sud potrebbe stare meglio?

 

—- Il Sud: perché non copiare le esperienze degli altri paesi? —-

Si può passare il tempo a litigare sull’entità dei fondi destinati al Sud o ci si può porre un interrogativo assai semplice: gli ultimi decenni di investimenti pubblici pagati dal Nord hanno contribuito a ridurre il divario fra Nord e Sud? La risposta è negativa: «Nel primo scorcio del 21° secolo il divario tra Nord e Sud del Paese si è ulteriormente allargato, fenomeno accelerato del rapido sovrapporsi di due cicli recessivi. Nel 2000 il PIL pro capite del Mezzogiorno era pari al 68,4% di quello del Centro Nord. Nel 2007, anno precedente allo scoppio della Grande crisi il divario sale al 67,7%, ma dopo due cicli recessivi scivola nel 2015 al 66,3%, vicino al minimo del 2014» [9].

Per capire il perché proviamo a guardare la dinamica della cosa:

  • i fondi provenienti dal Nord devono essere gestiti dal ceto politico locale creando distorsioni al funzionamento del mercato e clientelismo;
  • le attività imprenditoriali create sono tali per volontà politica e non necessariamente adatte al mercato;
  • i redditi da lavoro dipendente scoraggiano l’impresa;
  • i redditi da lavoro dipendente portano all’acquisto dei beni prodotti al Nord;
  • il degrado economico favorisce la migrazione interna dal Sud al Nord con conseguente depauperamento del capitale umano;

In termini pratici: il forestale calabrese non ha motivo per creare un’impresa, mentre con il suo reddito può comprare i prodotti del Nord e non quelli del Sud che risultano essere penalizzati da un ciclo produttivo dettato dalla politica e non dall’economia. Fra tutti i posti disonibili, per fare un esempio, voi piazzereste un’acciaieria proprio a Taranto?

Che fare, allora? Io lascerei perdere i fondi pubblici e farei leva su questo fattore [10]:

 “L’indice complessivo del costo della vita risulta pari a 89,3 al Sud e a 107,8 nel Centro Nord; nelle regioni meridionali il livello dei prezzi è del 17 per cento inferiore a quello delle regioni centro-settentrionali. Se si considera il maggior onere rilevato nel Mezzogiorno per i premi di assicurazione dei mezzi di trasporto, il differenziale scende al 16,5 per cento circa”.

In più prenderei spunto dall’esperienza polacca dove un settore consistente dell’economia si basa sulla delocalizzazione dei servizi [11]:

During the last 5 years, Business Service Sector has become one of the largest employers in the country, with employment in year 2016 exceeding 212 thousand people working in over 930 companies with both Polish and foreign capital. […] . In the near future, Poland will remain a first choice location for centres for companies operating in the European market in general. It is estimated, that the total number of jobs in the sector will grow to 300,000 in 2020.

Immaginiamo, allora, un progetto economico articolato su due punti:

  • sgravi fiscali per le aziende estere che aprono un SSC (shared service center) in Sicilia, giusto per fare un esempio;
  • una deroga ai contratti nazionali in modo da permettere un salario inferiore a quanto si percepisce al Nord;

In Polonia, in questo settore economico, i salari si aggirano fra i 1000/1500 euro lordi e i 700/1000 euro netti. Ed è sempre meglio prendere 800 euro netti a Catania lavorando per una multinazionale che essere disoccupato in una regione dove pochi fortunati guadagnano come al Nord…

La Sicilia potrebbe, quindi, attirare le multinazionali estere, diventare un polo logistico specie con l’arrivo della nuova Via della Seta e rimanere un paradiso turistico. Il tutto rinunciando ai fondi pubblici ma ottenendo, in cambio, uno status speciale in termini di tassazione – un semi paradiso fiscale per chi ti porta 100.000 occupati in più aprendo SSC a Catania, Palermo, Messina, Agrigento – e di salari. Sono sogni, lo so…

 

[… continua]

 

Approfondimenti:

– ma anche i veneti sono napuli: http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2017/06/04/news/mose-la-grande-retata-del-4-giugno-1.15441353.

– banche locali, soldi nazionali: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/06/25/banche-venete-conti-del-codacons-salvataggio-costera-euro-famiglia_l8D3v1UPvmo7DBkEJoI9vL.html.

– la situazione al Sud: http://www.lavoce.info/archives/37879/perche-il-sud-e-meno-efficiente/.

 

—————————————————————————–

[1] Cfr. http://www.regione.veneto.it/web/referendum-autonomia-veneto/scheda-elettorale

[2] Cfr. http://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/istituzione/referendum-autonomia/il-quesito-referendario.

[3] Cfr. http://www.lastampa.it/2017/10/25/italia/politica/zaia-combatto-come-pannella-e-gandhi-accordo-col-governo-prima-del-voto-gYowV0YG6P6A8DaYkvqQVM/pagina.html.

[4] Cfr. http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2013/04/20170502referendumlombardia.pdf.

[5] Cfr. http://www.cgiamestre.com/articoli/22230.

[6] Cfr. http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/manifesto-spariscono-i-soldi-destinati-al-sud.flc.

[7] Cfr. http://espresso.repubblica.it/palazzo/2010/05/10/news/scippo-al-sud-1.21161.

[8] Cfr. http://www.unionemediterranea.info/notizie/fondi-per-sviluppo-tutti-bordo-escluso-sud/.

[9] Cfr. https://www.confartigianato.it/2017/10/studi-divario-nord-sud-pil-pro-capite-mezzogiorno-al-663-di-quello-del-centro-nord-il-treno-delle-societa-regionali-locomotive-piu-potenti-in-lombardia-emilia-romagna-bolzano-e-veneto/.

[10] Cfr. http://www.oggi.it/famiglia/offerte-e-risparmio/2011/12/16/costo-della-vita-al-nord-si-spende-il-17-in-piu-che-al-sud/.

[11] Cfr. http://www.ey.com/Publication/vwLUAssets/ey-doing-business-in-poland-sectors/$FILE/ey-dbp-sectors.pdf.

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Un commento su “Di referendum, residui fiscali e piccole patrie (prima parte)

  1. magiupa
    26 ottobre 2017

    in effetti quella storia del residuo fiscale è sempliciotta x sempliciotti,ma che il sistema dei trasferimenti sia un buco nero da rivedere è certo…ribadisco che nn sento tutta questa voglia di autonomia ma chiedere autonomia è l’unico modo di protestare…nn vedo forze politiche che sfuggano alla comunicazione attuale basata su quello.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 ottobre 2017 da in Uncategorized con tag , , .
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