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Recensione libro: Imperi. Il dominio del mondo dall’antica Roma agli Stati Uniti

La sinossi del libro [1]:

«Un’ampia riflessione sugli imperi, estesa su un arco temporale non solo di secoli ma di millenni… una storia comparata ricca di suggestioni» Aurelio Lepre

Che cosa ha caratterizzato nella storia la sovranità degli imperi? Qual è il contributo alla stabilità che un ordinamento imperiale offre, e quali sono i rischi che esso comporta? Nell’impero cinese della dinastia Han o in quello romano dell’età di Augusto, nell’impero mongolo di Gengis Khan o in quello degli zar russi, nell’impero coloniale spagnolo, portoghese o britannico: dovunque emergono condizioni storiche differenti, ma i principi fondamentali dell’esibizione e della conservazione della potenza rimangono immutati.

Herfried Münkler insegna Scienza politica nella Humboldt-Universität di Berlino. Tra la sue pubblicazioni: «Die neuen Kriege» (2002) e «Die Deutschen und ihre Mythen» (2008).

Un periodo di vacanze in Italia mi ha permesso di rimettere le mani sul libro in questione che avevo letto per conto mio alcuni fa, durante i miei anni universitari. Il libro è estremamente interessante e ha molto da dire anche sulla situazione politica e culturale attuale visto che la Globalizzazione non è altro che la Pax di un impero (indovinate quale). Il problema di fondo, tuttavia, è che risulta essere nelle prime fasi piuttosto dispersivo nelle tematiche trattate. Eccovi un riassunto ragionato del libro.

 

—- Che cos’è un impero? —-

La prima domanda da cui partire è che cosa sia un impero. Si deve evidenziare fin da subito che un impero non è un mero sinonimo di egemonia. In un agone geopolitico caratterizzato da una pluralità di attori (Stati-Nazione, tribù, regni, eccetera) ci può essere un attore dotato di un maggior potere che esercita un’egemonia sugli altri attori. Si pensi alla Germania nella UE, per dirne una. Un impero, invece, si contraddistingue per i seguenti elementi:

  • una missione universale che legittimi e giustifichi la campagna di conquista imperiale;
  • un senso di superiorità politica: gli imperi non riconoscono pari all’interno del proprio “mondo”;

Altri elementi, come la dimensione multietnica e multiculturale, sono un’ovvia conseguenza delle due condizioni di partenza, così come l’ampia estensione territoriale e la durata spaziale in caso di successo.

C’è un solo punto che deve essere compreso appieno: il mondo geografico non è necessariamente l’insieme dei mondi nei quali si muovono gli imperi. Quest’ultimi, infatti, possono essere sovapponibili come ben dimostrato dalla coesistenza dell’Impero Britannico e di quello Russo. Il primo marittimo e borghese, il secondo terrestre e aristocratico, i due imperi si sono ignorati fino a quando l’estensione dell’Impero Russo non è entrato in contatto con i territori sotto la corona britannica dando vita al Grande Gioco dell’Asia durante il 19° secolo.

Tornando alla missione universale, gli imperi ricavano da essa la propria giustificazione e legittimazione. La prima dimensione che questa missione assume è quella della diffusione della civiltà contrapposta agli altri ridotti al livello di barbari. Gli estranei alla struttura imperiale, infatti, non godono della stessa considerazione politica o culturale dell’impero e devono essere civilizzati o tenuti a bada.

In aggiunta alla civilizzazione, l’impero è in grado di garantire ai suoi sottoposti vantaggi quali la pace e la prosperità economica: o grazie alla condivisione di beni pubblici quali l’apertura delle vie commerciali o grazie all’investimento diretto dell’impero nella periferia.

Un esempio evidente e contemporaneo viene dalla globalizzazione che ben lungi dall’essere un fenomeno “naturale” dell’economia risulta essere un’espressione palese della Pax Americana. Anche qui abbiamo la missione universale e civilizzatrice della democrazia e dei diritti umani e la prosperità economica garantita dal libero mercato in un’ottica di specializzazione poduttiva su scala globale.

Una simile missione imperiale assume connotati quasi religiosi, il manifest destiny americano è solo l’ultima versione, che trova la sua risposta in chi descrive l’impero come decadente e focolaio dei vizi e del peccato. Si tratta dei barbari che non solo vivono al di fuori dell’impero ma che si contrappongono attivamente ad esso.

 

—- I barbari, i nemici dell’impero —-

Non tutti i barbari, beninteso, sono ai ferri corti con l’impero. Anzi, spesso ne rientrano nella zona d’influenza o ne vengono utilizzati come soldati. Ma non tutti, si è detto, accettano l’assimilazione. Che fare, alora, se ci si oppone attivamente all’impero pur essendo in uno stato di inferiorità economica e militare? La risposta è semplice: la guerra asimmetrica. Al classico calcolo dei costi e dei benefici si deve abbinare il concetto di overstretch imperiale per comprendere le ragioni della guerriglia.

L’impero, per quanto potente, non può né vuole concentrare le proprie risorse in una determinata zona geografica per instaurare un ordine politico congeniale. In quanto impero, infatti, la periferia è enorme e richiede un dispendio di mezzi e risorse per assicurarsene il controllo, mentre un impiego massiccio di forze in un punto specifico potrebbe far aumentare i costi fino a superare i ricavi. In questo caso l’impero cade nell’overstretch delle proprie forze con un conseguente consumo di mezzi e uomini tale da far perdere la volontà di combattere. La risposta da parte dell’impero non può che essere una: la ritirata.

La guerriglia, da canto suo, può far leva sull’appoggio della popolazione locale per attaccare le linee di rifornimento del nemico. L’obiettivo non è una vittoria militare che non può essere conseguita sul campo di battaglia vista la disparità di uomini e mezzi, ma la vittoria politica. Il guerrigliero deve far capire che per vincere è sufficiente non perdere la guerra mentre all’impero per vincere non basta non perdere. L’esempio più evidente è la guerra del Vietnam, ma anche l’Afghanistan si è ormai avviato su quella strada.

Lo sviluppo tecnologico ha cambiato in parte lo scenario dato che è possibile colpire dalla distanza senza dover mettere gli stivali sul suolo, come dicono i militari americani. In questo caso la risposta dei barbari è il terrorismo internazionale. Se la guerriglia è per sua natura difensiva, il terorrismo si caratterizza per la sua indole offensiva. Facendo leva sull’apertura e sul grado di integrazione economico dei nodi globali, gli attentati mirano a mostrare che l’impero non è invincibile. In più una contro reazione violenta scatenata contro le zone d’origine dei terroristi potrebbe andare ad intaccare la popolazione civile portandola proprio dalla parte dei terroristi. Si tratta, in questo caso, della strategia adottata dal terrorismo islamico.

 

—- L’organizzazione di un impero —-

Una dinamica costante nella storia degli imperi è quella fra il centro la periferia. Il centro detiene il monopolio del potere politico e militare e risulta essere il promotore dell’ideologia universale su cui si fonda. La periferia, tuttavia, potrebbe avere un forte rilievo economico e culturale, persino superiore a quello del centro. Si pensi, al riguardo, alla Cina e ai Mongoli. Come relazionarsi con la periferia, quindi? Storicamente esistono due poli fra i quali i vari imperi si sono posizionati:

  • razzia: il centro in virtù della propria forza militare si limitare a razziare le risorse economiche della periferia, dei popoli sottomessi;
  • investimento: l’impero investe attivamente nella periferia fino ad assorbirne alcuni caratteri culturali e/o economici;

Nel primo caso abbiamo gli imperi delle steppe, nel secondo caso l’Impero Romano. Ma se l’Impero Mongolo è durato poco, non si può non far notare che alla lunga la periferia ha superato la ricchezza e il potere del centro imperiale Romano. Non a caso alla caduta della parte occidentale dell’Impero Romano non si è registrata una reazione da parte dell’Impero d’Oriente che ha allegramente continuato a farsi gli affari propri (con l’unica eccezione di Giustiniano).

Una posizione intermedia fra i due poli la si può trovare negli imperi commerciali portoghese e, in misura minore, olandese che si limitavano a controllare i flussi commerciali occupando determinati poli strategici. Da lì si traeva il profitto commerciale senza andare a intaccare le organizzazioni politiche locali ma senza neppure investire in esse.

Un altro rapporto che si instaura fra il centro e la periferia è l’utilizzo di gruppi periferici o di minoranze per dominare il grosso della popolazione. Gli inglesi adottarono questa strategia in India dove poche migliaia di inglesi dominarono centinaia di milioni di indiani grazie alle élite locali e ai soldati indiani al servizio della Corona. Ma anche qui si deve ricordare che fra le élite coloniali abbiamo lo stesso Gandhi che prima di guidare l’India all’indipendenza passò alcuni anni di studio a Londra. L’impero, in definitiva, per durare nel tempo senza farsi schiacciare dai suoi stessi costi di mantenimento potrebbe adottare politiche incredibilmente fragili che non sono in grado di opporsi all’azione coordinata della popolazione sottomessa. Ma vista la disparità di forze o i costi per agire diversamente, non si potrebbe adottare una strategia differente. Alla fine il potere è più debole di quanto si possa pensare.

 

—- Cicli imperiali e la soglia augustea —–

Gli imperi sono spesso visti secondo una parabola ascesa/declino ma, per quelli di maggior successo, si dovrebbe parlare di cicli imperiali. Superata la prima fase di conquista l’impero deve entrare, pena la sua fine, nella cosiddetta soglia augustea nella quale l’impero assume una struttura organizzativa stabile e duratura. Un impero di successo non solo deve entrare nella soglia augustea, ma deve anche far fronte agli alti e bassi del potere imperiale.

L’Impero Romano, per fare un esempio, ne è una lampante dimostrazione. Anche se lo scadente sistema scolastico italiano presenta la storia del basso impero come un ininterrotto periodo di crisi, in realtà ci ritroviamo di fronte a un susseguirsi di cicli:

  • fase di conquista;
  • soglia augustea;
  • instabilità del primo secolo post Tiberio;
  • secolo d’oro sotto gli imperatori adottivi;
  • anarchia militare;
  • riforme di Diocleaziano;
  • invasione dei Visigoti;
  • invasioni barbariche;

Lo stesso si può dire, ovviamente, con l’Impero d’Oriente (Giustiniano, invasioni arabe e slave, dinastia macedone, Comneni).

La nascita e il successo di un impero è determinato anche dalla posizione georafica: una posizione marginale permette di farsi impegnare solo in piccoli conflitti evitando le grandi coalizioni, gestendo anche i tempi della propria espansione. Da questo punto di vista alla Germania è toccata la posizione peggiore, al centro dell’Europa, mentre gli USA hanno goduto di oltre un secolo di sviluppo prima di esercitare il dominio imperiale. La Russia, invece, era sì periferica nel concerto delle Nazioni europee, ma doveva gestire la regolare invasione dei popoli nomadi provenienti dall’Asia.

Il libro, infine, si conclude con alcune riflessioni sul ruolo degli USA e della UE ma sono piuttosto trascurabili.

 Come giudizio finale, il libro risulta essere un pochino dispersivo ma è comunque abbastanza chiaro nel delineare i caratteri essenziali di un impero. Un’approfondita conoscenza storica non è richiesta, basta un livello da studi secondari superiori. Ma è anche vero che essendo il sistema scolastico italiano basato sulla litania studio/prendo il votino/dimentico tutto non puoi aspettarti molto…

 

Voto: 7. Da studiare nelle scuole superiori.

 

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[1] Cfr. https://www.mulino.it/isbn/9788815240194.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 novembre 2017 da in recensioni con tag , , , .
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