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Scuola: merito, disciplina e severità? Basterebbe soltanto la parola utilità…

Se ci fate caso l’Italia è un paese dominato da tutta una serie di miti e mistiche che guidano e determinano il dibattito pubblico quale che sia l’effettivo rapporto con la realtà. Prendiamo, ad esempio, la scuola e la ricerca della severità perduta [1]:

“Tutto quello che è comodo è stupido, scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi. E una scuola che non boccia è una scuola marcia”. Lo psichiatra Paolo Crepet parla dei danni che gli adulti e la scuola fanno ai nostri ragazzi.

Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Un quattro in un’interrogazione è per uno studente un’esperienza mistica. E invece…”. E invece “stiamo costruendo una società in cui gli adulti vogliono il male di coloro che hanno messo al mondo. La vera trasgressione oggi è studiare, fare le cose fatte bene”. 

Di per sé è un topos vecchio di millenni dato i docenti si lamentano degli studenti dal tempo di Sumer e Babilonia. Nessuno si chiede, invece, perché sia necessario ricorrere alla severità per convincere qualcuno a fare qualcosa a proprio vantaggio. Magari perché quella cosa non è, in realtà, utile e necessaria? Voi che dite?

 

—- Ma che serve la scuola? —-

Ma a che serve la scuola? L’istituzione scolastica di massa è stata creata per rispondere a due esigenze:

  • civica: fornire la formazione necessaria per assolvere il ruolo di cittadino con particolare riferimento al ruolo politico;
  • economico: avere la formazione necessaria per rispondere alle esigenze del sistema produttivo;

In genere si sente dire che il sistema scolastico italiano non è in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze del sistema produttivo italiano, peccato che spesso si tirino in ballo i liceali o i gli universitari che non hanno una formazione professionale specifica. Vi sembra credibile, allora, che chi studia ragioneria non sia in grado di registrare una fattura o chi studia programmazione non sia in grado di creare un’applicazione? Suvvia.

Non manca in ogni caso un problema bello grosso. Se si studia ragioneria, al datore di lavoro interessa la capacità in ambito contabile esattamente come in un programmatore si cerca la capacità di programmare e non la conoscenza delle opere di Manzoni o Dante. In più il sistema scolastico non copre tutte le esigenze lavorative dato che il disegno tecnico tocca a tutti mentre le risorse umane o l’organizzazione aziendale a nessuno. Buon per chi si diletta nel disegno tecnico, ma chi lavora nel settore burocratico-amministrativo? Per loro nulla. La dimensione professionale, pertanto, per quanto copra molti settori lavorativi presenta comunque il problema che la formazione offerta non è completa nè offre alternative. Chi studia programmazione studia solo programmazione esattamente chi studia ragioneria studia solo ragioneria. E qualora si dovesse cambiare settore professionale?

Passiamo, adesso, alla dimensione civica. Per valutare la bontà dell’educazone ricevuta è sufficiente effettuare il test del giornale. Prendiamo un giornale generalista come il Corriere o la Stampa e analizziamo le tematiche trattate:

  • pagine dedicate alla politica: scienze politiche e comunicazione, psicologia compresa;
  • pagine dedicate all’economia: economia;
  • pagine dedicate all’impianto legislativo: diritto;
  • pagine dedicate alla società: sociologia, psicologia, antropologia;

Per quanto riguarda gli elementi fin qui esaminati il sistema non offre la minima preparazione con solo alcune ridotte eccezioni (socio-pisco-pedagogico e ragioneria). Detto in termini brutali: dopo 13 anni di percorso scolastico non si è ricevuta la benché minima preparazione sulle tematiche che sono oggetto di dibattito pubblico. Come si possa votare con giudizio in questi casi, francamente, mi sfugge.

Ma cosa si studia, allora, nelle scuole italiane? Il solito polpettone basato sull’ideologia degli umanisti: se le tematiche di dibattito politico vertono sulla riforma dell’impianto amministrativo dello Stato (la riforma costituzionale questo è, per la cronaca) il celeberrimo “senso critico” non si forma studiando le varie forme di organizzazione statale, ma imparando a memoria l’opera omnia di Petrarca. Perché, al netto della mistificante propaganda, il “senso critico” di matrice umanista non è altro che un insime di poesie e quadri. Niente formazione specialistica in definitiva: se si dibatte sulla riforma del Codice Penale per gli umanisti è preferibile conoscere Boccaccio che sapere la differenza fra il Codice Civile e quello Penale.

 

—- Gli studenti? Sono razionali, non fannulloni —-

A dispetto di quel che si sente solitamente dire, allora, la scuola bene o male riesce a coprire la dimensione professionale – seppur con svariati limiti – ma si rivela essere disastrosa sul piano civico perché non insegna quel che un cittadino dovrebbe sapere per ricoprire il suo ruolo. Evidenziamo nuovamente, poi, che l’aspetto professionale è scollegato dall’insegnamento dell’ideologia umanista poiché se si vuole assumere un elettricista se ne valutano le capacità tecniche e non il suo livello di conoscenza della storia mondiale o della biologia.

Che cosa dobbiamo concludere, quindi? Che gli studenti non sono fannulloni, ma perfettamente razionali a non perdere tempo con la scuola italiana. E che la scuola italiana non è marcia perché non boccia, ma è marcia perché è costretta a bocciare o a dare i votini per obbligare gli studenti a perdere tempo con cose assolutamente inutili. Se la scuola fosse utile e necessaria nessun studente sarebbe così stupido da non studiare perché l’unico a ricevere un danno sarebbe lo studente stesso.

Ben lungi dall’utilizzare slogans quali “la buona scuola” o “no one left behind” sarebbe sufficiente usare il più prosaico slogan “sono cazzi tuoi”. Se la scuola è necessaria e utile la scelta di non studiare non è un atto di ribelliione o anti conformismo ma solo l’anticamera del vivere sotto i ponti. Ma questo giochino, ovviamente, lo si può fare solo se la scuola è per davvero utile e necessario. E così si torna sempre all’origine.

Non volendo riconoscere l’inutilità della loro offerta formativa i docenti hanno superato il problema creando il frame docente severo – studente discolo. Nelle loro fantasie gli studenti sarebbero una sorta di minus habens del tutto incapaci di riconoscere i propri interessi e geneticamente – persino razzialmente? Abbiamo la razza degli studenti? – portati al divertimento e alla nullafacenza. Il docente, pertanto, deve ergersi a unico arbitro del bello e del vero imponendo con severità lo studio e i programmi scolastici. Il termine utilità, ovviamente, viene bandito del tutto dal dizionario scolastico.

Morale della favola? Che a dispetto di quanto si dica la severità è solamente l’ultima spiaggia di chi è senza argomenti validi. Non c’è bisogno di essere severi se ci si limita a spiegare ciò che è utile e necessario. E se non lo si vuole studiare, pazienza, tanto il culo in gioco non è il mio.

 

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[1] Cfr. https://www.orizzontescuola.it/scuola-non-boccia-scuola-marcia-crepet-vogliamo-male-messo-al-mondo/

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2 commenti su “Scuola: merito, disciplina e severità? Basterebbe soltanto la parola utilità…

  1. magiupa
    24 novembre 2017

    Hanno perso me che ero uno a cui le cose che insegnavano piacevano.

    • Charly
      24 novembre 2017

      Altri tempi 😛

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 novembre 2017 da in società con tag , , .
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