Charly's blog

Di immigrati ed emigranti: chi va e chi viene in quest’Italia?

Il dibattito pubblico sull’immigrazione è piuttosto deprimente perché si riduce a un “immigrato sì” versus un “immigrato no”. Si dovrebbero, invece, prendere in considerazione altri fattori:

  • immigrazione perché;
  • immigrazione come;
  • emigrazione perché;
  • emigrazione come;

 tenendo bene a mente l’interesse di una nazione e non vaghi proclami filantropici.

Se leggiamo l’ultimo report dell’Istat possiamo trovare delle chicche del genere [1]:

  • Le immigrazioni (iscrizioni in anagrafe dall’estero) ammontano a quasi 301mila (+7% rispetto al 2015); circa nove su dieci riguardano cittadini stranieri.
  • Ancora in crescita le emigrazioni (cancellazioni dall’anagrafe per l’estero): nel 2016 sono 157mila (+7% sul 2015). L’aumento è dovuto esclusivamente alle cancellazioni di cittadini italiani (+12%).

Abbiamo chi arriva ma anche chi parte. La domanda che si pone, quindi, verte sulle caratteristiche di queste persone. Vediamole assieme.

 

—- Immigrazione: chi entra —-

Partiamo dai flussi: «Negli ultimi dieci anni le immigrazioni si sono ridotte del 43%, passando da 527mila nel 2007 a 301mila nel 2016. Le emigrazioni, invece, sono più che triplicate passando da 51mila a 157mila». Non è difficile ipotizzare una singola chiave di lettura in grado di spiegare entrambi i fenomeni: la crisi economica. Un’economia che non è in grado di rispondere alle esigenze lavorative dei nativi non è neppure in grado di attirare persone da fuori. E molti di quelli che arrivano sono qui solo per motivi di passaggio vista la posizione dell’Italia.

Se consideriamo la popolazione residente, complessivamente «è diminuita di 76 mila unità. Il calo riguarda esclusivamente i cittadini italiani (97mila residenti in meno), mentre la popolazione straniera aumenta di circa 21mila residenti. L’apporto della componente straniera della popolazione fornisce un contributo ampiamente positivo sia alla differenza tra nascite e decessi (+63mila) sia al saldo migratorio con l’estero (+220mila). I cittadini italiani, invece, hanno accumulato nel corso del 2016 una perdita netta di popolazione di circa 77mila unità fra iscritti e cancellati per l’estero e di ben 205mila unità per effetto del saldo naturale (nascite meno decessi)».

Fra gli immigrati, ovviamente, abbondano le nazionalità:

Nel 2016, dei 301mila iscritti dall’estero, ben 263mila sono cittadini stranieri (87% del totale), provenienti da 181 Paesi differenti e con 185 diverse cittadinanze. Di essi, 97mila hanno un passaporto europeo (37%), 79mila cittadinanza africana (30%), 65mila sono cittadini asiatici (25%) e circa 23mila americani (8%) (Prospetto 2). Rispetto al 2015 sono in forte aumento gli ingressi dei cittadini africani, in particolare della Guinea (+161%), della Costa d’Avorio (+73%) e della Nigeria (+66%); in crescita anche gli ingressi di ghanesi (+37%) e gambiani (+30%). Queste comunità hanno fatto registrare negli ultimi cinque anni un consistente aumento di ingressi per asilo e protezione internazionale2 : gli immigrati provenienti dal Gambia sono passati da poche centinaia nel 2012 a quasi 7mila nel 2016, anche dalla Guinea si registrano livelli significativi di immigrazione (da 516 a più di 2 mila) e dalla Nigeria (da 6mila a 15 mila).

La recente ondata di migrazione si riverbera anche nell’aumento dell’immigrazione di origine africana: «quasi la metà degli iscritti in anagrafe nel 2016 tra 16 e 20 anni è composta da cittadini africani, maschi nel 74% dei casi. La popolazione migrante ha tradizionalmente un profilo per età molto giovane, sia per l’emigrazione che per l’immigrazione. Tuttavia, l’osservazione dei consistenti flussi di sbarchi4 degli ultimi anni denota importanti cambiamenti nella composizione per età degli immigrati, soprattutto per gli uomini per i quali si ravvisa un significativo aumento tra 16 e 20 anni, e un picco proprio in corrispondenza dei 18 anni».

Particolarmente interessante è la dinamica anagrafica:

In generale, la distribuzione per età degli immigrati ha un andamento differenziato per sesso: l’età media delle donne è di 32,7 anni contro i 28,7 degli uomini. Infatti, mentre nelle classi di età più giovani (meno di 40 anni) i maschi sono più numerosi delle femmine, accade il contrario nelle classi di età mature (40-64 anni) e anziane (65-79 anni). Nei flussi in uscita, invece, i profili per sesso ed età sono simili: l’età media degli emigrati è pressoché uguale per entrambi i sessi (32,7 anni per i maschi e 32,8 anni per le femmine).

Detto in soldoni? Fra i giovani abbondano i maschi che, magari, finiscono nei campi. Fra gli anziani abbondano le femmine che, magari, finiscono a fare le badanti. Non proprio quel che si dice essere lavori ad alto valore aggiunto.

 

—- Emigrazione: chi esce —-

Sul lato opposto si registra che «Delle complessive 157mila emigrazioni per l’estero registrate nel 2016, soltanto 42mila riguardano cittadini stranieri, le restanti 115mila sono dovute alle cancellazioni per l’estero di cittadini italiani (73%). Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità (Figura 4)».

Brexit o non Brexit il Regno Unito continua a fare la parte del leone:

Nel 2016 assumono particolare rilievo i flussi degli italiani verso il Regno Unito che, nell’arco di un solo anno, sono passati da 17mila a 25mila (+42%). Si tratta verosimilmente di un effetto indotto dalla prospettiva della Brexit: l’aumento degli emigrati italiani verso il Regno Unito, infatti, può dipendere dalla necessità di registrarsi in AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) per poter dimostrare di essere residenti nel territorio britannico prima che vengano resi esecutivi i negoziati di uscita dall’Ue. È presumibilmente una “regolarizzazione” di italiani che già si trovano nel Regno Unito e che potrebbero quindi non essersi necessariamente trasferiti nel corso del 2016.

Sul piano della formazione scolastica, «Sono 81mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)». Non si deve dimenticare, poi, che questo dato è sovrarappresentato visto che la percentuale di laureati complessivi sul totale risulta essere inferiore – di alcuni o svariati punti percentuali in base alla classe d’età presa in esame – rispetto alla percentuale presente fra i residenti in Italia.

E anche qui il Regno Unito si rivela essere la meta più gettonata:

Il Regno Unito continua ad essere la meta più scelta dai laureati (5mila), davanti a Germania (oltre 3mila) e Svizzera (più di 2mila). Anche gli emigrati che posseggono un titolo di studio fino al diploma prediligono il Regno Unito (11mila), seguito da Germania (9mila) e Svizzera (6 mila). Infine, tra le mete oltreoceaniche, ci si reca soprattutto negli Stati Uniti e in Brasile (4mila), movimenti che interessano, nel 36% dei casi, italiani in possesso di laurea. Gli immigrati italiani con più di 24 anni sono 27mila (+6mila sull’anno precedente). Di essi, oltre 10mila posseggono la laurea (37%), circa 17mila hanno un titolo di studio mediobasso (63%) e provengono prevalentemente da Germania, Brasile e Svizzera.

 

 

—- Struttura socio-economica che hai, migrante che trovi —-

Se fossi cinico potrei sostenere che il lieve calo della disoccupazione degli utlimi mesi è da attribuire all’emigrazione piuttosto che alla ripresa del mercato del lavoro, ma vorrei invitarvi a considerare un altro fattore: il livello professionale di chi entra e di chi esce. Fra quelli che lasciano il paese troviamo persone giovani e istruite che potrebbero perfettamente lavorare qualora ci fossero le possibilità lavorative. O credete davvero che tutti gli italiani all’estero siano pizzaioli e camerieri?

Per gli stranieri invece la situazione non è molto rosea [2]:

In secondo luogo, se è vero che gli stranieri lavorano tanto, è anche vero che vengono pagati poco. Nella maggior parte dei casi (il 66%), gli stranieri svolgono infatti lavori a basso livello di specializzazione – una situazione che peraltro trova solo in parte giustificazione nel più basso titolo di studio dei soggetti interessati (solo il 12% degli immigrati ha una laurea, contro il 22% degli autoctoni).  Gli immigrati sono principalmente dipendenti (87,5%) e trovano impiego soprattutto nei servizi – come collaboratori domestici, fornitori di assistenza e cura domiciliare, addetti alla ristorazione ed alle pulizie, operatori ecologici – oppure come operai, ausiliari di magazzino, braccianti agricoli ed artigiani edili.

Ciò si traduce ovviamente in differenziali di stipendio e reddito molto alti tra italiani e stranieri: se il valore mediano degli stipendi dei dipendenti italiani è di 1,300 euro, quello degli stranieri si attesa invece sui 1.000 euro; i redditi Irpef degli italiani sono stimati a quasi 21.000 annui mentre quelli degli stranieri non superano i 13,000.
Questo emerge ovviamente anche a livello di nuclei familiari: mediamente il reddito annuo di una famiglia italiana si attesta sui 31 mila euro, il 43% in più rispetto a quello di una famiglia immigrata media (il cui reddito annuo ammonta a 18 mila euro).

Non solo: lo studio di Fondazione Moressa sottolinea il fatto che gli immigrati siano inseriti nei segmenti lavorativi più bassi e svolgano le mansioni meno qualificate ha ripercussioni anche sulle condizioni relative alla sicurezza (e infatti sono più frequenti le denunce di infortuni sul lavoro). Inoltre è evidente una tendenza alla precarizzazione dei rapporti lavorativi: tra gli immigrati aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono quelli a tempo indeterminato; elevata è l’incidenza delle collaborazioni, del lavoro stagionale e del lavoro occasionale accessorio (sempre più spesso pagato con i voucher).

Insomma: quello degli stranieri è in genere un lavoro meno qualificato, meno pagato, meno sicuro.

Ma così viene a crearsi uno cambio diseguale fra l’Italia e l’estero figlio anche della specializzazione produttiva del paese. Un paese caratterizzato da piccole imprese come l’Italia non c’è spazio per tutta una serie di attività che richiedono una dimensione minima per poter essere attivate (dalle professioni burocratiche a quelle di ricerca).

Il fenomeno migratorio, quindi, deve essere letto sotto una duplice lente:

  • immigrazione;
  • emigrazione;

E fra le varie problematiche connesse non troviamo solo il problema dell’identità culturale di un paese, ma anche quello della sua struttura economica. Che lavori vanno a ricoprire gli italiani che emigrano e quali lavori toccano agli stranieri che arrivano in Italia? Qui ci si sarebbe da discutere dell’Italia che verrà a formarsi nei prossimi anni ma per farlo si dovrebbe avere un dibattito pubblico interessato a un ordine temporale superiore alle 3 settimane. Sono l’unico a non ritenerlo possibile?

 

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[1] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/206675.

[2] Cfr. http://openmigration.org/analisi/immigrazione-facciamo-i-conti-ecco-quanto-vale-il-lavoro-degli-stranieri-in-italia/.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 dicembre 2017 da in società con tag , , .
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