Charly's blog

Il gombloddo dei matusa: i pensionati e le pensioni d’oro

Se c’è un argomento che riscuote sempre un gran successo di dibattito e discussione pubblica in Italia è quello della riforma delle pensioni. Ancora le pensioni, sbuffate? In effetti negli ultimi vent’anni sul tema abbiamo abbondantemente dato:

  • Riforma Amato del 1992;
  • Riforma Dini del 1995;
  • Riforma Maroni del 2004;
  • Riforma Prodi del 2007;
  • Riforma Fornero del 2011;

Ma a quanto pare non è abbastanza visto che l’ultimo report targato OCSE Pensions at a Glance 2017 ha scatenato vivaci reazioni per via di una tabella e di un grafico ivi presenti [1]. Ecco la prima, relativa al reddito dei pensionati rispetto alla media della popolazione complessiva:

 

Terribile, no? Gli over 65 hanno un reddito quasi pari agli under 65, mentre per la classe di età 66-75 il valore è persino superiore. Terribile, no? Ah no, l’ho già scritto.

Ed ecco il grafico relativo all’effettiva età di pensionamento:

 

Non che sia una novità dato che già Boeri ne aveva parlato in un’intervista a Il Sole 24 ORE: «Non è vero. Bisogna guardare all’età effettiva di pensionamento, che in Italia è più bassa che in Germania e della media europea. I dati 2014 lo dimostrano: da noi si va in pensione appena sopra ai 62 anni, mentre in Germania a 65 anni» [2]. Sia come sia la realtà è innegabile e siamo di fronte a un complotto dei vecchi che rubano risorse e vanno in pensione troppo presto. O no?

 

 

—- Volete andare in pensione a 60 anni? Fate i muratori —-

Partiamo dall’ultimo grafico. Perché esiste una differenza fra l’età effettiva e l’età legale per il pensionamento? Per via della pensione anticipata che permette a chi ha sul groppone 35 anni di contributi di bruciare le tappe [3]:

 


anzianità contributiva
Decorrenza

Uomini

Donne

dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012

42 anni e 1 mese

41 anni e 1 mese

dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2013

42 anni e 5 mesi

41 anni e 5 mesi

dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015

42 anni e 6 mesi

41 anni e 6 mesi

dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018

42 anni e 10 mesi

41 anni e 10 mesi

dal 1° gennaio 2019

42 anni e 10 mesi*

41 anni e 10 mesi*

 

Sarebbe opportuno ricordare che l’Italia è un paese caratterizzato da un basso tasso di alfabetizzazione complessivo, con particolare rilevanza nelle coorti d’età più anziane. Significa, in soldoni, che chi ha più di 50 anni può vantare spesso al massimo una licenza media inferiore con relativo ingresso nel mondo del lavoro verso i 15 anni. E quanto fa 15 più 42? Se aggiungiamo al tutto qualche anno per via di mancati contributi, contratti irregolari e compagnia, non è tanto difficile da capire perché ci siano persone che possano accedere alla pensione in così “giovane” età. Per un laureato che entra nel mercato del lavoro 10 anni dopo la musica cambia, ovviamente, ma siete sempre liberi di cominciare a fare i muratori e i camerieri dopo la terza media invece che studiare.

Questa considerazione ci porta anche al punto successivo: è facile chiedere di rimanere sul posto di lavoro fino a 67 anni se sei un impiegato che lavora davanti al computer e su una sedia come il sottoscritto. Leggermente più complicato se si lavora in un cantiere o in posizioni lavorative che richiedono uno sforzo fisico superiore a quello di creare una tabella pivot. Ma non preoccupatevi, tanto il mercato tende ad espellere gli anziani o tramite la disoccupazione – 530mila disoccupati nella classe d’età 15-24 vs 521mila negli over 50 – o tramite i prepensionamenti. Ed è meglio la seconda opzione rispetto alla prima a meno che non si preferisca avere migliaia di persone per strada e senza reddito.

 

 

—- E il reddito dei giovani? —-

Passiamo, ora, al secondo capo d’accusa: i pensionati hanno un reddito prossimo o leggermente superiore a quello della popolazione complessiva. Di per sé non vedo il problema a meno che non si voglia far passare l’idea che il reddito degli anziani sia a detrimento dei più giovani. Che quest’ultimi se la passino male è un dato di fatto [4]:

nel periodo 1993-2016 gli andamenti del mercato del lavoro hanno impattato in modo differente e speculare sui lavoratori giovani e adulti. Il tasso di occupazione, che non risente della componente demografica, per i 15-34enni passa dal 50,2% nel 1993 al 39,9% nel 2016, mentre per i 55-64enni sale dal 29,8% al 50,3%, tanto che a partire dal 2013 il tasso dei più adulti supera quello dei giovani (Figura 2.4); per i 65-69enni l’indicatore è in crescita dal 2011 e si attesta al 9,1% nel 2016. Il tasso per i 35-54enni tra il 1993 e il 2016 passa dal 68,4% al 72,0%. […] Riguardo alla congiuntura negativa degli anni ’90, i giovani avevano recuperato più velocemente: il tasso di occupazione dei 15-34enni aveva raggiunto il valore del 1993 già nel 1998, quello dei 55-64enni nel 2004. Del resto, uno dei tasselli delle politiche industriali dell’epoca per attuare le ristrutturazioni aziendali si basava sui canali della cassa integrazione, della mobilità o del prepensionamento dei lavoratori più anziani. Nel periodo 2008-2016 si assiste invece a un’inversione di tendenza: il tasso dei più giovani ha perso 10,4 punti percentuali, mentre quello degli over55 è cresciuto di 16 punti. Le perdite dell’indicatore dei 15-34enni sono state maggiori nel Centro-nord e per la componente maschile. Di contro, all’ascesa dell’indicatore dei 55- 64enni hanno contribuito entrambi i generi e soprattutto le regioni settentrionali. Negli ultimi due anni la condizione dei giovani mostra segnali di miglioramento: dopo otto anni di calo, il tasso di occupazione torna a crescere nel 2015 e soprattutto nel 2016 (+0,1 e +0,7 punti).

Il tasso di disoccupazione per i giovani 15-34enni aumenta dall’11,7% del 2008 al 22,5% del 2016. L’indicatore per i 55-69enni si attesta al 5,5% nel 2016. Tuttavia, nonostante la ripresa degli ultimi anni, la crisi ha avuto un forte impatto anche per gli ultracinquantacinquenni: dal 2008 al 2016 il tasso di disoccupazione 55-69 anni è aumentato di 2,5 punti, facendo emergere un nuovo problema di esclusione dal mercato del lavoro delle fasce più mature della popolazione (paragrafo 2.4). L’andamento del tasso di disoccupazione giovanile risente peraltro dell’aumento degli inattivi per motivi di studio che ha di fatto ridotto la platea di giovani su cui viene calcolato l’indicatore. A fronte di un aumento di sette punti del tasso di disoccupazione, infatti, l’incidenza dei disoccupati sul totale dei 15-34enni tra il 1993 e il 2016 è aumentata di 2,4 punti (da 9,2% a 11,6%). Questo aspetto, sebbene ridimensioni la gravità della condizione giovanile, non sminuisce le difficoltà – più acute rispetto al passato – di inserimento e di reinserimento dei giovani nel mercato del lavoro, che lungi dall’essere risolta è piuttosto “slittata in avanti” (Reyneri 2014) dalla classe 15-24 anni a quella 25-34 (paragrafo 2.3). A partire dal 2015 il gap intergenerazionale a sfavore dei giovani diminuisce: mentre per i 55-69enni l’indicatore continua a salire lievemente, per i 15-34enni il tasso di disoccupazione si riduce dopo sette anni di crescita.

Ma il problema, allora, non è dovuto ai pensionati che godono delle mitologiche pensioni d’oro visto che ci sono anche quelli sotto i mille euro al mese: «Il 39,1% dei pensionati, pari a quasi 6,3 milioni, ha un reddito da pensione sotto i mille euro al mese. Lo indica l’Osservatorio dell’Inps, con i dati riferiti al 2016, sottolineando che questa percentuale è in discesa (era la 39,6% nel 2015) “per la possibilità di cumulo di più trattamenti pensionistici”. Invece il 38,4% dei pensionati percepisce redditi mensili compresi tra i 1.000 e i 2.000 euro; con più di 2.000 euro al mese sono il 22,5% (oltre 3,6 milioni pensionati), con importi che pesano per il 35,7% sulla spesa pensionistica complessiva» [5]. Il problema, invece, è il reddito dei giovanni falcidiato dalla disoccupazione e dai lavori precari. E ditemi, qual era l’obiettivo delle riforme del lavoro degli ultimi vent’anni? Alzare l’occupazione giovanile? Un successone, mi pare.

 

 

—- Il Leviatano: la spesa pensionistica —-

L’ultima chicca viene dall’amara constatazione che il rapporto spesa pensionistica/PIL non accenna a diminuire [6]:

In Italia, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è al 16,3%, contro una media per i Paesi occidentali pari alla metà (8,2%). La cosa che più sbalordisce è, del resto, che siamo ancora (come conferma lo stesso rapporto Inps) al primo posto in Europa, Paese con le pensioni più costose del continente – nonostante vent’anni di riforme– la prima fu di Amato nel 1992, la settima e ultima di Fornero – e aggiustamenti in Finanziaria; e che la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Nell’ultima nota al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria presentata dal Ministro Padoan alla Commissione Europea a Settembre, si legge – a pagina 55 – che il rapporto è destinato a salire ulteriormente fino a 18,4 nel 2040. Solo tra 23 anni potremo vedere i primi, timidi miglioramenti della malattia che ci sta già consumando da venticinque anni. Chiarissimo è, poi, il confronto con la Germania che pure è un Paese che ha la stessa nostra struttura demografica, un welfare più sviluppato del nostro e meno anziani in condizione di povertà: i tedeschi spendono il 10,1% del loro PIL in pensioni. In teoria, se qualcuno fosse così folle dal proporre di allinearci in dieci anni non alla Cina o all’India ma al noioso Paese governato da Angela Merkel, potremmo ottenere risparmi di spesa pubblica pari a circa sei punti di Pil: qualcosa come 90 miliardi di euro all’anno.

A dispetto, bisogna rammentare, delle ripetute e ripeture riforme pensionistiche. Perché? Io un’idea l’avrei e diamo un’occhiata al tasso di crescita del PIL degli ultimi vent’anni [7]:

Per avere lo stesso rapporto PIL/pensioni tedesco, magari, sarebbe bastato avere la loro stessa crescita economica. Anche qui si registra l’errore che abbiamo avuto modo di vedere con il debito pubblico. Trattandosi di valori che si misurano in rapporto a un altro, il PIL, si dovrebbe agire su quest’ultimo se si vuole abbattere il mostro, sempre ammesso che non si voglia fare la fine di Mario “il salvatore Monti che ha lasciato la politica con un debito pubblico più alto rispetto ai tempi di Berlusconi. Ma vedo che la sindrome di Monti persiste scambiando i sintomi per le cause…

 

Approfondimenti:

– Vent’anni di riforme: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/10/25/pensione-com-cambiata-fino-oggi_7R0xq8djGKi0HkK5FJDa0L.html.

 

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[1] Cfr. http://www.oecd.org/publications/oecd-pensions-at-a-glance-19991363.htm.

[2] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-16/pensioni-stop-67-anni-costa-141-miliardi–104922.shtml?uuid=AEM8z1xB&refresh_ce=1.

[3] Cfr. https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?sPathID=%3B0%3B45138%3B45545%3B45590%3B45556%3B&lastMenu=45556&iMenu=1&iNodo=45556&p4=2.

[4] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/207245.

[5] Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2017/10/26/inps-63mln-pensionati-sotto-mille-euro_836c1112-245a-4cf9-857b-42842980e888.html.

[6] Cfr. http://www.linkiesta.it/it/article/2017/12/18/non-solo-pensioni-doro-tutte-le-ingiustizie-e-gli-sprechi-da-eliminare/36530/.

[7] Cfr. https://www.termometropolitico.it/1224487_la-mappa-della-crescita-del-pil-degli-ultimi-20-anni-in-europa-italia-allultimo-posto.html.

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3 commenti su “Il gombloddo dei matusa: i pensionati e le pensioni d’oro

  1. Pegaso
    18 dicembre 2017

    Senza contare che molti giovani disoccupati in italiana vivono proprio della pensione dei loro vecchi.

  2. Dario De Marchi
    18 dicembre 2017

    Maledetto gomploddo dei matusa, per fortuna che ora abbiamo SuperGiovane al governo con le sue riforme sgoppieddandi che rottamano la pubblica quiete.

  3. Dario De Marchi
    18 dicembre 2017

    Per fortuna grazie a tutte queste riforme ora i gggiovani possono limonare felici mentre esaminano giornali tipo Democratika.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 dicembre 2017 da in Uncategorized con tag , , .
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