Charly's blog

Sacchetti bio o non sacchetti bio? Come scatenare una rivolta “social” in Italia

State seguendo le proteste di piazza in Iran? Occhio a non perdervi le rivolte via “social” che accadono in Italia. No, non sono dovute alla disoccupazione ai massimi storici, ma ai più prosaici sacchetti di plastica [1]:

17.28 I sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura scatenano polemiche e inviti alla “rivolta” sui social. Dal 1° gennaio è obbligatorio usare sacchetti compostabili, il cui prezzo medio è di 3 centesimi, rileva l’Adoc, per una spesa annua di 6 euro ciascuno. Contrarietà dall’85% dei consumatori per il Codacons:”Nuova tassa mascherata da provvedimento ambientale”.Per Legambiente, invece, questi sacchetti “fanno bene all’ambiente” e non favoriscono il monopolio di un’azienda,”la prima a investire 30 anni fa in questo settore”.

Protestare per pochi euro e tacere sui 10 milioni di poveri. Non è fantastico?

 

—- Fatta la legge, trovato l’inganno —-

Ma cos’è successo? Dal primo gennaio è entrata in vigore una legge, approvata lo scorso agosto, che prevede l’introduzione di nuovi sacchetti biodegradabili al posto dei sacchetti di plastica per la frutta e la verdura. Lo scopo della norma è nobile perché si vuole ridurre l’impatto inquinante della plastica sull’ambiente senza dimenticare l’immancabile campagna di sensibilizzazione: «nonche’ campagne di educazione ambientale e di sensibilizzazione dei consumatori sugli impatti delle borse di plastica sull’ambiente».

Se si considerano le borse il trend sarà come segue [2]:

 a) dal 1º gennaio 2018, possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento;

 b) dal 1º gennaio 2020, possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 50 per cento;

 c) dal 1º gennaio 2021, possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 60 per cento.

Da dove nasce la polemica, allora? Da questo: «Le borse di plastica di cui al comma 1 non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unita’ deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite». E da questo [3]:

Alcuni aspetti del divieto agli shopper di nylon sono però poco chiari: il Ministro Galletti spiega che dal 1 gennaio non saranno permessi nemmeno i sacchetti riusabili per il contatto diretto con alimenti, per motivi igienici. Chi come me era abituato a fare spesa al mercato diretto dei contadini, portandosi da casa shopper usati e riusabili, dovrà essere riempito di sacchetti compostabili usa e getta a pagamento.

Morale della favola: i sacchetti biodegradabili non possono essere né regalati né riutilizzati. Tanto basta per cercare il complotto [4]:

E allora, chi ci guadagna? La norma sgrava la grande distribuzione, che in Italia conta un player storicamente legato alla sinistra, la Coop, dal costo degli shopper, riversandolo sul cliente. […] Gli unici ad applaudire pubblicamente la norma sono i vertici di Assobioplastiche, il cui presidente, Marco Versari, è stato portavoce del maggiore player del settore, la Novamont, già nota per aver inventato i sacchetti di MaterBi, il materiale biodegradabile a base di mais. E infatti l’azienda di Novara sul suo sito, senza ironia, pubblica un sondaggio secondo cui i consumatori italiani sarebbero in maggioranza contenti di pagare.

Intorno a Novamont si concentrano altre coincidenze. L’amministratore delegato è Catia Bastioli, una capace manager che ha incrociato più volte la strada del Pd e di Renzi. Nel 2011 partecipa come oratore alla seconda edizione della Leopolda, quella in cui esplode il fenomeno Renzi. Molti degli ospiti di quell’evento oggi occupano poltrone di nomina politica. E Catia Bastioli non fa eccezione: nel 2014, pur mantenendo l’incarico alla Novamont, viene nominata presidente di Terna, colosso che gestisce le reti dell’energia elettrica del Paese. Con i buoni uffici del Giglio magico, si dice all’epoca. A giugno 2017 Mattarella la nomina cavaliere del lavoro.

L’azienda che guida è l’unica italiana che produce il materiale per produrre i sacchetti bio e detiene l’80% di un mercato che, dopo la legge, fa gola: inizialmente i sacchetti saranno venduti in media a due centesimi l’uno. Le stime dicono che ne consumiamo ogni anno 20 miliardi. Potenzialmente dunque, è un business da 400 milioni di euro l’anno. Il 15 novembre scorso Renzi ha fatto tappa con il treno del Pd proprio alla Novamont. Ha incontrato i dirigenti a porte chiuse e all’uscita ha detto ai giornalisti: «Dovremo fare ulteriori sforzi per valorizzare questa eccellenza italiana». Promessa mantenuta.

Più che un aiuto all’ambiente, dicono le malelingue, si tratterebbe di un regalo agli amici.

 

—- Sacchetti bio? Purché siano riutilizzabili —-

A parte per l’esiguità dell’importo, pochi euro l’anno, ci si dovrebbe ricordare che i sacchetti di plastica di solito si pagano. Quelli utilizzati per la frutta e la verdura magari non sempre, ma non si dovrebbe escludere a priori che il costo venga scaricato sul consumatore finale via prezzo. Nessuna novità, allora.

Cosa rimane, quindi, a dare tanto fastidio al consumatore? L’idea del regalo agli amichetti. E come lo si può risolvere? Semplice, permettendo l’uso multiplo dei sacchetti o di eventuali sostituti [5]:

Una bella iniziativa all’insegna del risparmio e della sostenibilità arriva dalla Coop Svizzera, che dal 6 novembre ha messo a disposizione buste riutilizzabili per frutta e verdura, chiamate Multi-Bag, in alternativa ai sacchetti di plastica distribuiti gratuitamente. Si tratta di sacchetti a retina, riutilizzabili e lavabili in lavatrice a 30°C, su cui si possono attaccare e staccare le etichette con il prezzo dei prodotti acquistati. Per evitare di pagare anche il peso del sacchetto (27 g), basta pesare frutta e verdura sulla bilancia, imbustare e incollare l’etichetta sulla retina. In una sola busta si possono mettere prodotti diversi, ad esempio mele e banane o arance e cavolfiori e aggiungere le etichette con i prezzi. Le Multi-Bag, certificate da Oecoplan e sostenute dal WWF, sono realizzate in Lenzing-Modal®, una fibra a base di cellulosa ricavata da legno di faggio sminuzzato. Questo materiale proviene dalla gestione sostenibile di foreste dell’Europa Centrale ed è certificato FSC (Forest Stewardship Council). Coop Svizzera vende a 4,95 franchi (circa 4,55 €) un set composto da 3 sacchetti (1,52 € l’uno).

D’altronde per la spesa uso già dei sacchetti di stoffa con la sola eccezione della frutta, della verdura e del pane dove devo usare i sacchettini di plastica.

Il problema non è pertanto di queli insormontabili, sempre ammesso che non si voglia fare un regalo agli amichetti, ovviamente.

 

Approfondimenti:

– come siamo arrivati fin qui: http://www.camera.it/temiap/t/news/post-OCD15-10929.

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[1] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-810547c0-5a8b-4ef1-99ad-f004267bbfff.html.

[2] Cfr. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/08/12/17G00139/sg.

[3] Cfr. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/27/sacchetti-per-frutta-e-verdura-a-pagamento-evitiamo-i-supermercati/4060745/.

[4] Cfr. http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tassa-sui-sacchetti-plastica-fa-ricca-manager-renziana-1479003.html.

[5] Cfr. http://www.ilfattoalimentare.it/sacchetti-riutilizzabili-coop-svizzera.html.

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Un commento su “Sacchetti bio o non sacchetti bio? Come scatenare una rivolta “social” in Italia

  1. Pegaso
    3 gennaio 2018

    Ci sono diversi aspetti di problematicità in questa legge.
    Se è comprensibile (e lecito) un divieto dei sacchetti di plastica a favore di quelli biodegradabili, non lo invece la decisione di farli pagare obbligatoriamente a parte al cliente, considerando che già prima c’erano supermercati che li davano gratuitamente già biodegradabili Quale è il fine se il sacchetto è ecologico? Perché non si faceva pagare un imballaggio inquinante prima e se ne fa pagare uno non inquinante adesso? Inoltre che diritto ha lo Stato di intervenire a gamba tesa nelle mie relazioni commerciali con la clientela imponendomi che cosa far pagare o no, invece di scaricarlo sui costi generali.
    Comunque il problema sarebbe facilmente risolvibile se i supermercati di loro iniziativa prevedessero degli sconti di pari importo rispetto al numero dei sacchetti, aggirando così una norma idiota oltre che incomprensibile.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 gennaio 2018 da in Uncategorized con tag , , , , , , .
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