Charly's blog

Il nanismo aziendale e il crollo della natalità

Continuiamo con il tour nell’intellighenzia della sinistra dove, guarda caso, sotto le elezioni si riscoprono le tematiche tipiche di quell’area politica. Dopo il lavoro ecco il tema collegato della natalità: «quasi la metà delle donne fra i 18 e i 49 anni, cioè in età potenzialmente fertile, non ha dei figli»[1]. Ed ecco la motivazione:

Ancora una volta il messaggio fra le righe è che queste donne sono colpevoli di non aver fatto tutto ciò che avrebbero potuto fare, invece di cogliere l’occasione per parlare di lavoro e del fatto che oggi una donna con meno di 30 anni che inizia un percorso professionale da professionista guadagna il 10% in meno di un suo collega uomo. Gap che fra i 30 e i 40 anni – che per la donna non sono solo gli anni cruciali per la maternità ma anche per l’avviamento di una professione – diventa del 27%. Oggi in Italia una professionista di 35 anni guadagna un terzo in meno rispetto al suo collega di scrivania. Fra i 40 e i 50 anni il gap è ancora del 23%. Inoltre, anche tralasciando le differenze di genere e facendo un discorso più generale, dal momento che come si diceva i figli non li fanno le donne ma le coppie, oggi un giovane professionista (uomo o donna) fra i 30 e i 40 anni guadagna il 36% rispetto a un uomo fra i 50 e i 60 anni (la generazione dei cosiddetti Baby boomers, i nati negli anni Sessanta). Per gli under 30 la situazione è ancora più desolante, con stipendi pari a un quinto di quelli dei loro genitori.

Ma come? E tutti i discorsi sulla crisi culturale e di fede? Messi in soffita, per ora.

 

—- Fare figli? Anche il lavoro vuole la sua parte —-

L’idea che non si possa conciliare la maternità con il lavoro è dura a morire in Italia ma basta incrociare i dati del tasso di natalità e del tasso di occupazione per vedere che i paesi nordici sono al vertice in entrambe le classifiche. E no, non è necessariamente dovuto agli immigrati visto che l’Islanda registra un tasso di occupazione dell’84,9% e un tasso di fertilità dell’1,9%.

Ma torniamo al mondo del lavoro [2]:

Le donne italiane si laureano più degli uomini, compresi master e specializzazioni post-universitarie, ma guadagnano di meno e il numero di quelle che arrivano a posizioni di vertice non tocca il 20 per cento del totale. È quasi impossibile superare il cosiddetto “soffitto di cristallo”. L’ascensore è bloccato, il 40 per cento è assorbito da mansioni di segretariato, dilagano i contratti precari tra le ragazze dai trenta ai quarant’anni. Il fardello che inibisce la libertà di carriera e la tranquillità in ufficio o in fabbrica delle donne è sempre lo stesso: la maternità. La maggior parte delle seicento donne che hanno bussato alla porta della Molendini lamenta che sia stata proprio questa la causa della discriminazione o del licenziamento subito. Le aziende tendono a mettere subito le cose in chiaro: se hai dei figli, e soprattutto se stai per averne qualcuno, non sei una lavoratrice gradita.

Invece di tirare in ballo improbabili spiegazioni culturali – in virtù del fatto che le battaglie culturali sono aggratis mentre quelle di riforma del sistema economico lasciano morti e feriti – proviamo a metterci nei panni di una donna: studi anni, fatichi a trovare un lavoro comunque precario e sottopagato salvo poi rischiare di perderlo in caso di gravidanza. Incredibile che non si facciano ingravidare, specie se il compagno a sua volta è sottopagato e precario. Incredibile, davvero.

 

—- Le aziende? Sono razionali —-

Fra i commenti all’articolo possiamo leggere la voce delle aziende:

Possiamo discutere finché vogliamo ma da madre e imprenditrice dico che è lo Stato – è solo lo S-T-A-T-O – a esserne colpevole. Le aziende – il 70% di quelle oneste che non rientrano nella immonda casistica riportata dall’articolo – sono le uniche a dover sopportare organizzativamente ed economicamente la maternità, non di rado come una vera e propria missione. Vi pare possibile? Perché diamine un evidente servizio sociale come il sostegno alle donne e alle madri di famiglia debba gravare su di loro? In Italia poi, con la crisi poi? Fosse per me le terrei a vita, gli regalerei asili nido, telelavoro e bonus a iosa. Secondo voi posso permettermelo? E dovrei farlo io?

E:

Piccola ditta individuale, per far conoscere almeno le basi del mio lavoro ad un neo assunto occorre almeno un anno forse più, in caso di maternità , paternità , mi ritrovo essenzialmente a corto di personale, non riesco ad offrire un servizio efficiente ai miei clienti che naturalmente migrano versano altri lidi. In poche parole il mio imponibile cade a picco. I lavoratori autonomi sanno bene che anche con quaranta di febbre ci si reca in ufficio. Si vive in uno stato di bilico specialmente dopo il 2007, una situazione del genere può affossare la mia attività. Ora tralasciando i casi estremi presi in esempio per quale motivo quando mi troverò ad assumere qualcuno mi impelagherei in una situazione del genere? Non sono io lo Stato Sociale, se dopo qualcuno mi trova una soluzione applicabile fin d’ora e non un’utopia futura, io sono pronto ad ascoltare

Queste posizioni non sono risultate molto convinceti, in realtà: «Certoc che ci vuole del coraggio a scrivere un post del genere! La carne da cannone sociale sono i poveracci che lavorano per voi che andate in giro con SUV e Rolex, poi piangete miseria e fate le vittime».

Nelle parole delle imprese, tuttavia, c’è molta razionalità se ci ricordiamo che in Italia il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e impiega quasi la metà dell’occupazione totale. Una maternità, allora, vuol dire pagare lo stipendio a una persona in una situazione di carenza di personale. Assumere un’altra persona, inoltre, vuol dire pagare doppio senza avere lo stesso servizio vista la necessità di formare il nuovo arrivato.

Morale della favola? Non potendo scaricare il costo sulle aziende per mancanza di liquidità dovrebbe intervenire lo Stato a tutela della maternità, mentre poi la flessibilità contrattuale/ economica dovrebbe permettere il rientro nel mondo del lavoro. Se non fosse, ahinoi, che le aziende nane italiane vogliono un personale già formato vista l’impossibilità di dedicare risorse alla formazione. Un cane che si morde la coda senza soluzioni pratiche se non quella di non fare figli se si ha la fortuna di lavorare. Non sono solo le imprese a essere razionali, ma anche le lavoratrici…

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[1] Cfr. http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/01/16/news/non-fare-figli-non-e-una-colpa-essere-sottopagate-si-1.317095?ref=HEF_RULLO.

[2] Cfr. http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/11/news/hai-figli-stai-per-averne-non-sei-una-lavoratrice-gradita-il-rapporto-choc-1.309424.

[3] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/64179.

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2 commenti su “Il nanismo aziendale e il crollo della natalità

  1. gianlore
    22 gennaio 2018

    insomma l’unica cosa davvero importante sono i soldi… complimenti!!!

    • Charly
      23 gennaio 2018

      Se si vuole mangiare, ahimè, sì.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2018 da in società con tag , .
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