Charly's blog

Diploma tecnico o non diploma tecnico? Dipende da dove vivete

Il Presidente di Confindustria Cuneo, Mauro Gola, ha scritto una lettera aperta ai genitori della provincia per invitarli a soppesare attentamente la scelta dell’indirizzo scolastico a cui iscrivere i prori figli [1]:

Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità. Un atteggiamento che potrete definire squisitamente razionale, ma che sicuramente denota RESPONSABILITA’, sia nei confronti dei nostri figli, che del benessere sociale e del nostro territorio.

Nel 2017 le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari. Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità.

Come hanno perfidamente notato quelli di ROARS, è normale che le assunzioni delle altre posizioni professionali siano marginali rispetto a quelle degli operai : se sommiano le percentuali fornite, infatti, viene fuori un risultato pari al 104% delle assunzioni [2]. Non male ‘sto diploma tecnico…

 

—- Ma il diploma paga? Mah —-

A infierire sul povero boss della Confindustria è stato anche il destino dato che pochi giorni dopo la Fondazione Agnelli ha reso pubblico un report dedicato agli esiti occupazionali dei diplomati tecnici [3]. Poco meno della metà degli studenti delle superiori si iscrive all’indirizzo tecnico professionale

 

ma risultati non sono eccezionali, in verità:

Da un’analisi aggregata dei dati sullo status occupazionale appare evidente come meno della metà dei diplomati tecnici e professionali entri nel mondo del lavoro nei due anni successivi al diploma: circa il 28% ha lavorato per più di sei mesi nel periodo considerato (Occupati), il 14,7% ha svolto lavori più saltuari e frammentari non superando i sei mesi di lavoro nel periodo considerato (Sottoccupati). Vi è un’ulteriore quota dell’8,6% dei diplomati che ha alternato o svolto contemporaneamente attività lavorative e di studio universitario, mentre poco più di uno su cinque si è dedicato completamente agli studi universitari e non ha svolto alcuna attività lavorativa nello stesso periodo. Nel 27,4% dei casi, i diplomati non risultano iscritti a corsi universitari e non hanno avuto esperienze lavorative di alcun tipo: si tratta di una popolazione che per caratteristiche anagrafiche e esiti scolastici è assimilabile alla categoria dei NEET.

 

Non manca, paradossalmente, il mismatch scuola-lavoro: «A due anni di distanza dal diploma, solo un diplomato su tre (34,3%) degli occupati svolge un lavoro coerente col titolo di studi conseguito. La metà dei diplomati (51,3%) deve accontentarsi di un lavoro qualsiasi, mentre il 14,4% svolge professioni trasversali e accessibili, oltre che con la propria, anche con maturità di diverso tipo. Per quanto riguarda la stabilità lavorativa (tipo di contratto), osserviamo che esattamente la metà dei diplomati che lavorano ha già raggiunto una posizione lavorativa stabile. In particolare, il 22,2% ha un contratto a tempo indeterminato e circa il 27,6% è inserita in un percorso di apprendistato che per i più giovani rappresenta il primo step di un rapporto di lavoro permanente».

Fra diploma e diploma tecnico ci sono differenze anche piuttosto marcate:

Se si prendono come riferimento i diplomati tecnici del settore economico, si osserva come, a parità di altre condizioni, i diplomati professionali del settore Servizi e quelli tecnici del settore Tecnologico abbiano una più bassa probabilità di occupazione (-1,6% e 1,9%, rispettivamente). I pur meno numerosi diplomati professionali del settore Industria e Artigianato godono invece di un piccolo vantaggio occupazionale (+1,1%) e accedono a contratti più stabili (+3,7%) e a occupazioni più coerenti col titolo di studio (+9,3%). Ma è in particolare l’istruzione professionale del settore Servizi ad essere premiante in termini di coerenza tra occupazione e percorsi formativi: i diplomati di questo comparto educativo hanno una probabilità di accedere a professioni in linea con gli studi compiuti che supera del 25,4% quella dei diplomati tecnici del settore Economico (riferimento nelle stime). Dal canto loro, i diplomati tecnici del settore Tecnologico trovano occupazioni coerenti col proprio percorso di studi in un numero minore di casi rispetto ai propri colleghi del settore Economico (-3,6%), ma in un numero leggermente maggiore di casi il loro inquadramento è a tempo indeterminato (+1,2%).

E la retorica sull’innovazione, l’industria 4.0? Fuffa 1.0…

Per quanto riguarda invece la tipologia di contratto, «osserviamo che esattamente la metà dei diplomati che lavorano ha già raggiunto entro i primi due anni dal termine degli studi una posizione stabile. In particolare, il 22,2% ha un contratto a tempo indeterminato e circa il 27,6% è inserita in un percorso di apprendistato che per i più giovani rappresenta il primo passo nell’ambito di un rapporto di lavoro di tipo permanente».

Arrivati a questo punto non rimane che chiederci dove il nostro erore abbia visto il 104% di assunzioni per i diplomi tecnici. Mi sa che è meglio ricordare che se gli economisti hanno il brutto vizio di trascurare la realtà a favore di astratti modelli analitici, gli imprenditori hanno l’altrettanto brutto vizio di elevare il proprio particolare a legge universale. I risultati, poi, si vedono…

 

—- Il lavoro? Dov’è che vivete? —-

Avendo gli autori del report scelto come perido di analisi l’esito occupazonale a due anni, risulta difficile compararlo con il tasso di occupazione dei laureati che viene di solito considerato dopo 1, 3 e 5 anni. Per quanto imperfetto, ecco il confronto con i laureati di primo livello [4]:

 

E con quelli magistrali:

 

Anche se in calo rispetto a al decennio scorso, la laurea continua a presentare una percentuale migliore rispetto al diploma tecnico. Ma prima di correre a iscrivervi alle università, vi invito a guardare questa cartina:

 

e leggere che la distribuzione territoriale delle iscrizioni agli istituti tenici «rivela che la preferenza per i percorsi liceali è più accentuata nelle regioni del Centro, del Sud e delle Isole. Al Nord almeno uno studente su tre frequenta un percorso ad indirizzo tecnico con una punta del 37% nel Nord-Est. Vi è una forte eterogeneità territoriale dovuta a fattori di domanda (specializzazioni produttive, mercato del lavoro, modelli culturali) e conseguentemente di offerta, tant’è che il dettaglio regionale lascia intravedere delle polarizzazioni non sorprendenti. Ad esempio, nel Lazio prevale la scelta per il Liceo con il 66% di iscritti, un terzo dei quali si indirizza al liceo scientifico, mentre il Veneto si conferma come la regione dove il liceo risulta meno attrattivo (45,8% di iscritti) e dove l’istituto tecnico viene preferito con una percentuale di iscritti superiore rispetto alle altre regioni (38,2%)».

Se si persegue come obiettivo principale l’occupazione nella provincia di residenza è una mossa furba quella di selezionare un percorso scolastico che possa intercettare la domanda del tessuto produttivo locale. Di conseguenza, se si vive in una provincia a vocazione turistica si dovrà seguire un percorso differente rispetto a chi vive in un distretto industriale. Se, invece, si predilige la propria vocazione consiglio di tenere la valigia a portata di mano. Come sempre, nella vitta, è tutta una questione di scelta…

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[1] Cfr. https://www.uicuneo.it/servizio/direzione/notizia/18763/lettera-alle-famiglie-cuneesi/.

[2] Cfr. https://www.roars.it/online/cari-giovani-non-studiate-troppo-il-104-dei-neoassunti-saranno-operai-parola-di-confindustria/.

[3] Cfr. http://www.fondazioneagnelli.it/2018/02/01/loccupazione-dei-diplomati-tecnici-professionali-2/.

[4] Cfr. https://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione15/volume.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 febbraio 2018 da in economia con tag , , , .
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