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Verso il 4 marzo: i +europeisti? Sono anche i +populisti (seconda parte)

Abbiamo visto che gli USE, dal punto di vista geopolitico non possono stare in piedi. Ma siamo magnanimi e immaginiamo che i +euroinomani riescano a fondare gli USE o trovando le Sfere del drago

 

o versando una copiosa quantità di LSD negli acquedotti. Così facendo, però, abbiamo un nuovo problema: come si organizzeranno gli USE?

 

— Qual è la lingua dell’Europa? —

Partiamo dai fondamentali. Essendo gli USE un’organizzazione politica abbiamo bisogno anche di una lingua ufficiale. La scelta scontata è l’inglese ma anche qui non mancano i punti dolenti. Il Regno Unito, infatti, è fuori dalla UE mentre l’inglese rimane comunque una lingua straniera per il resto della popolazione europea. Senza dimenticare che la lingua più parlata (per madrelingua) in Europa è il tedesco, mentre il francese e l’italiano sono nella stessa classe in termini demografici.

 

Tabella n°1. Numero di parlanti all’interno della UE.

Lingua

              Numero

Tedesco

              97.000.000

Francese

66.000.000

Italiano

65.000.000

Inglese

              60.000.000

Fonte: Wikipedia.

Se poi aggiungiamo due paesi per ora esterni alla UE ma che ci orbitano attorno come la Turchia e la Russa la situazione cambia ancora una volta dato che, in caso d’ingresso di questi paesi nell’Unione, i parlanti russi e turchi sarebbero fra i più numerosi. Il russo, anzi, diverrebbe la lingua più parlata all’interno dell’Unione (euroasiatica?). Senza dimenticare che subito dopo abbiamo i quasi 40 milioni di parlanti spagnoli (la terza lingua più parlata al mondo) e i quasi 40 milioni di parlanti polacchi.

Allo stato attuale, in teoria, tutte le lingue hanno lo stesso peso politico, ma in realtà sono le quattro più parlate a dettare i giochi in termini di organizzazione amministrativa. Come si possa avere un’entità politica stabile con più di venti lingue ufficiali è francamente un mistero. Mai sentito parlare della torre di Babele?

 

— Qual è l’assetto istituzionale dell’Europa? —

Ma, alla fine, ci si può sempre capire a gesti, no? Passiamo ad altri problemi pratici: l’assetto istituzionale. I paesi europei presentano scelte fra loro assai diverse:

  • Federalismo alla tedesca;
  • Centralismo alla francese;
  • Regionalismo alla spagnola;

Non mancano poi i paesi con le famiglie reali al completo e quelli che i Re li ghigliottinavano… Si può supporre che si risolva la cosa passando al federalismo e a un miscuglio di parlamentarismo con annesso Presidente eletto [1]:

Intendiamo anche batterci per: l’elezione del Presidente della Commissione europea a suffragio universale; la trasformazione del Consiglio dei ministri dell’Unione in un Senato europeo a elezione diretta, sia per politicizzarlo, liberandolo dal controllo delle burocrazie nazionali, che per rendere i suoi processi decisionali pubblici e trasparenti; l’istituzione di una valutazione annuale dello stato della libertà e della democrazia in ciascun stato membro da parte della Commissione – o della Corte di Giustizia, o di un’agenzia ad hoc – con il mandato di monitorare il rispetto dei diritti fondamentali elencati all’art. 2 del Trattato sull’Unione europea.

Non ci vuole un genio a capire, però, che in caso di interessi contrastanti fra paesi – quindi fra le Nazioni – sarà il peso demografico a decidere le questione. Il risultato? Che i paesi più piccoli si renderanno conto, prima o poi, della sproporzione e passeranno a manierie extra parlamentari. Ma, ehi, accettiamo l’ipotesi e diciamo che va tutto bene grazie alla copiosa quantità di LSD di cui sopra.

Torniamo ai problemi pratici. Gli Stati tassano e spendono: come farà l’USE? Ma su questo piano, ovviamente, registriamo ancora una volta situazioni fra loro assai diverse sia come livelli fiscali sia come modalità di tassazione: andiamo dai welfare universali scandinavi ai paradisi fiscali all’irlandese. L’idea di adottare una media aritmetica di questi valori come standard comune per tutti i paesi europei, ovviamente, non è possibile. L’unico risultato sarebbe quello di devastare i sistemi socioeconomici sottostanti o di eliminare i vantaggi competitivi dal punto di vista imprenditoriale. E si deve far notare che gli stessi paesi non accetterebbero di ridurre la spesa pubblica e il numero dei dipendenti pubblici (come quelli scandinavi) o di aumentare tali valori. Spiacenti, non sempre si può trovare la virtù nel mezzo.

 

— Che cosa si studia negli USE? —

Abbiamo poi la dimensione della scuola. Tralasciamo le differenze dettate dalle diverse organizzazioni scolastiche:

  • un percorso comune fino a una tardiva specializzazione scolastica, modello scandinavo;
  • un percorso comune con specializzazione a poco più della metà del percorso (e con relativa facile posibilità di passaggio fra un percorso e l’altro), modello Italia;
  • un percorso comune con una precoce specializzazione, modello tedesco;

e i differenti indirizzi di studio. Ma come si procederà per quanto riguarda i programmi? Ogni paese si studia la sua storia e la sua letteratura? Si studia un miscuglio europeo al grido di +europa&Boninovult, dite? Ah, va bene, ma ditemi solo una cosa: in che lingua si studia? Qualcosa mi dice che la letteratura polacca è scritta in polacco esattamente come quella greca è scritta in greco. Ricordiamo che le maestrine dalla penna rossa ci ripetono senza sosta che lo studio della letteratura è essenziale per migliorare la conoscenza della propria lingua. Quindi, presumo, per migliorare le mie abilità con l’italiano devo leggere un libro scritto in bulgaro? Neanche gli umanisti italiani sono così stupidi, non trovate?

 

— E tanto altro… —

E le leggi? Uniformiamo le leggi? Ma su quale base? E scritte in che lingua? Ricordiamo che un tratto essenziale delle leggi viene dall’interpretazione posta dall’intrinseca ambiguità dettata dal linguaggio. Immagino che sia a vostra conoscenza che le traduzioni da una lingua all’altra portano sempre a una perdita di sfumatura e intenzione. Non è difficile immaginare il caos normativo posto dalla scrittura di un quadro giudirico in una lingua – quale? – e relativa traduzione.

Ricordiamo, poi, che il multiculturalismo è possibile solo negli imperi dove, però, un elemento culturale è dominante sugli altri (dal latino al russo) e l’ordine viene stabilito con il manganello. Gli euroinomani vogliono costruire un impero? Vi dico fin da subito che negli imperi non si vive bene perché le risorse sono destinate alle politiche imperiali.

Ma immaginiamo che in qualche modo si riesca a uniformare il tutto – tasse, leggi, burocrazia – ma, persino in caso di successo, rimane un ostacolo: il salario. L’Europa presenta al suo interno enormi differenze salariali che non si possono parificare via politica come la storia dell’Italia ben dimostra. Ma a parità di fattori la differenza salariale risulterà determinante e se già oggi dove questi fattori sono e rimangono diseguali abbiamo una situazione del genere [2]:

I cinquecento licenziamenti alla Embraco di Riva di Chieri, in Piemonte, continuano ad agitare lo scenario politico ed economico di queste giornate pre-elettorali e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, è volato a Bruxelles per cercare di bloccare il progetto dell’azienda di spostare le linee produttive in Slovacchia. Un faccia a faccia con il ministro Vestager giudicato positivo dal ministro. L’incontro “è andato bene”, domani “la commissaria farà una conferenza stampa”, ha “molto ben chiaro il problema”, ha detto Calenda. “Mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte dell’Ue”.

Ieri la società del gruppo Whirlpool – che si occupa di compressori per frigoriferi – ha confermato i tagli al personale, generando l’ira dello stesso Calenda. Intanto prosegue la battaglia degli operai: Daniele Simoni, da 25 anni operaio a Riva di Chieri, si è incatenato ai cancelli della fabbrica: “Non voglio mollare, è la mia fabbrica che mi ha dato da mangiare per 25 anni, finché c’è uno spiraglio non mollerò”. Ai lavoratori, Calenda ha lanciato un messaggio di incoraggiamento: “Non molliamo, stiamo lavorando a tutti i livelli, lavoriamo qua, lavoriamo con Invitalia che è partita a fare una mappatura di progetti alternativi per l’industrializzazione, non si molla come è successo in casi di altre crisi prima di questa”.

In Slovacchia, è il ragionamento dell’azienda, si troverebbero costi di produzione ben inferiori mantenendo comunque l’accesso al mercato unico europeo. Niente cassa integrazione per consentire di esaminare proposte di reindustrializzazione, hanno spiegato i legali della Embraco presenti all’incontro, chiudendo la porta alle proposte del Ministero.

Cosa accadrà quando gli USE mostreranno una situazione piatta? Quando sarà possibile trovare le stesse persone per skills – grazie alla scuola +europea – ma a salari minori?

Una possibile scappatoia, a questo punto, è quella di lasciare tutti questi fattori ai singoli Stati. Ma, allora, verrebbe da chiedersi perchè mai creare gli USE visto che saremmo al punto di prima, esattamente alla situazione attuale. E ricordiamo che una politica estera e di difesa comune non può che basarsi su interessi geopolitici condivisi. E quelli, amici miei, mancano. Ah, se mancano…

 

[… continua]

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[1] Cfr. https://piueuropa.eu/programma/unione/.

[2] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/2018/02/20/news/calenda_embraco-189284750/.

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2 commenti su “Verso il 4 marzo: i +europeisti? Sono anche i +populisti (seconda parte)

  1. am
    20 febbraio 2018

    non sia così pessimista….
    alla fine consideri almeno che la gente non è contraria all’Europa unita..
    anche se per essere onesti, la gente non è mai contraria a niente..basta mangiare.

    • Charly
      21 febbraio 2018

      Ahimé la volontà può ben poco contro la realtà… al netto delle Sfere del drago.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 febbraio 2018 da in Uncategorized con tag , , .
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