Charly's blog

Sono dazzi vostri: Trump e la ricerca del leverage perduto

Di Trump si possono dire molte cose ma non si può non ammettere che non sia coerente. In campagna elettorale aveva promesso i dazi ed eccoli qui [1]:

Il presidente Usa è tornato a minacciare una guerra commerciale all’Unione Europea sostenendo – come aveva fatto qualche ora prima su Twitter – che potrebbe tassare le auto europee se l’Ue reagirà ai dazi imposti all’import in Usa di alluminio e acciaio. “Tasseremo la Mercedes Benz, tasseremo la Bmw”, ha detto. “Tanti Paesi si stanno facendo sentire… Tanti di voi arrivano dai Paesi europei, il che e’ buono, ma l’Ue ci uccide sul commercio”. E rivolgendosi direttamente a Bruxelles, ha proseguito: “Aprite le dogane e abolite i vostri dazi, e se non lo fate, tasseremo la Mercedes Benz, tasseremo le Bmw. Le auto sono un grosso affare”. Poi ha accusato i Paesi europei di voler “incastrare gli Stati Uniti” sul commercio: “Con l’Ue siamo sotto di 100 miliardi di dollari sul commercio perché abbiamo avuto politici stupidi”, ha detto. E ancora: “L’Ue sembra così innocua , ma non lo è, è molto dura, molto intelligente, ha barriere artificiali. Non solo i dazi, l’ambiente e altre cose che non credereste. Non puoi portare dentro i tuoi prodotti”, ha sostenuto il presidente, che ha rivendicato a beneficio dei suoi elettori. “Stiamo tutelando l’acciaio e molte acciaierie stanno aprendo. Non piace a tutti i miei amici di Wall Street, ma a noi sì. Molti impianti hanno annunciato negli ultimi giorni che stanno aprendo. L’acciaio è tornato! E l’alluminio è tornato!”

I dazi trumpiani possono essere letti sotto due punti di vista: economico e geopolitico.

 

—- I dazi! Ovvove, ovvove! —-

L’azione di Trump ha portato, ovviamente, all’isteria quanti hanno pontificato per anni e anni che nell’epoca della globalizzazione e del libero mercato non c’è più posto per i dazi. Si è visto, infatti.

Passando ad analisi più serie, vediamo in dettaglio le misure proposte [2]:

Nel 2017 le importazioni statunitensi ammontano complessivamente a 29 miliardi di dollari per l’acciaio e 17 miliardi per l’alluminio. I principali paesi esportatori negli Usa di entrambi i prodotti includono Canada (12 miliardi di dollari), Unione europea (7,3 miliardi), Russia (3 miliardi), Corea del Sud (2,9 miliardi) e Messico (2,8 miliardi). Meno colpita è la Cina che, pur essendo uno dei maggiori produttori mondiali di acciaio, ne esporta solo per 976 milioni di dollari negli Stati Uniti, mentre esporta 1,8 miliardi di dollari di prodotti di alluminio.

 Utilizzando le cifre contenute nelle simulazioni prodotte dallo stesso dipartimento del Commercio americano, la proposta di una tariffa del 25 per cento sull’acciaio porterebbe a un taglio di circa il 38,5 per cento delle importazioni statunitensi, mentre con una tariffa del 10 per cento la riduzione delle importazioni di alluminio sarebbe del 17,3 per cento. Riportando queste misure sui saldi commerciali bilaterali dei principali esportatori, si può calcolare un danno teorico pari a 3,2 miliardi di dollari per il Canada (2 miliardi in acciaio e 1,2 miliardi in alluminio), 2,6 miliardi per l’Unione Europea (2,4 per l’acciaio e 0,2 per l’alluminio), seguiti dalla Corea del Sud (1,1 miliardi), Messico (un miliardo), Brasile (965 milioni) e Russia (823 milioni). Altri paesi con perdite consistenti sono Giappone, Taiwan, Turchia, India, Emirati Arabi Uniti e Vietnam.

Dal punto di vista economico si evidenzia che «É noto che il commercio internazionale può danneggiare i lavoratori con minori qualificazioni (low skilled) dei paesi sviluppati, esponendoli alla concorrenza dei lavoratori di quelli in via di sviluppo. Sono invece avvantaggiati dall’apertura internazionale le imprese esportatrici e i loro lavoratori. Più in generale, il commercio internazionale – e quindi politiche che lo restringono – ha un effetto su benessere degli individui che passa sia attraverso il canale dei redditi (earning channel) sia attraverso quello della spesa (expenditure channel). Ovviamente lo stesso individuo è generalmente sia un lavoratore che un consumatore e quindi l’effetto complessivo può essere diverso per diversi soggetti» [3].

Particolarmente interessante è da notare l’impatto della misura in base all’istruzione e, di conseguenza, in base al lavoro:

•              «Gli individui più istruiti consumano una frazione maggiore di servizi – che sono tipicamente al riparo della concorrenza internazionale – ma, per quello che riguarda il consumo di beni, consumano una quota maggiore di beni esposti alla concorrenza internazionale (come auto, bevande alcoliche, elettronica) e all’interno dei vari settori spendono piů per varietà di beni importati. Per i meno istruiti vale in contrario: una quota maggiore della loro spesa va in beni invece che servizi, ma tra i beni acquistati è minore la penetrazione dell’import. Questo spiega perché l’effetto complessivo sia paragonabile tra le due classi di individui».

•              «I laureati tendono a essere impiegati maggiormente nel settore dei servizi e quindi a essere meno esposti alla concorrenza estera. Ma, tra coloro che lavorano nel manifatturiero, l’occupazione è principalmente nei settori con una maggiore quota di import (come computer e elettronica). In particolare, è il canale delle esportazioni a favorire i laureati poiché sono i settori che esportano a impiegare lavoratori con un maggior livello di istruzione. Complessivamente, per quello che riguarda il canale del reddito, sono gli individui piů istruiti a beneficiare maggiormente dell’apertura agli scambi internazionali».

Scava scava siamo sempre lì: le misure politiche sono figlie delle dinamiche di classe e ceto (intese in senso weberiano). A proposito, voi avete mai sentito la sinistra italiana parlare di interesse di classe? Ops.

 

—- Trump, homo oeconomicus… —-

Il problema con Trump è che la gente che piace ha deciso di avere a che fare con un emerito cretino, se non addirittura un pazzo. Pertanto tutte le azioni del Trump medesimo vengono lette come cretinate o come atti frutto della pazzia. Sarà anche un cretino o un pazzo, ma il nostro Trump ha pubblicato più di una dozzina di libri fra i quali troviamo quello che all’epoca fu un vero e proprio best seller: The art of the Deal. Si tratta di un libro in buona parte autobiografico dove però compare un capitolo, il secondo, dedicato ai cardini della strategia negoziale di Trump. Fra questi troviamo:

•              Maximize your options: I also protect myself by being flexible. I never get too attached to one deal or one approach. For starters, I keep a lot of balls in the air, because most deals fall out, no matter how promising they seem at first. In addition, once I’ve made a deal, I always come up with at least a half dozen approaches to making it work, because anything can happen, even to the best-laid plans;

•              Use your leverage: The worst thing you can possibly do in a deal is seem desperate to make it. That makes the other guy smell blood, and then you’re dead. The best thing you can do is deal from strength, and leverage is the biggest strength you can have. Leverage is having something the other guy wants. Or better yet, needs. Or best of all, simply can’t do without.;

•              Fight back: Much as it pays to emphasize the positive, there are times when the only choice is confrontation. But my experience is that if you’re fighting for something you believe in—even if it means alienating some people along the way—things usually work out for the best in the end.;

•              Contain the costs: I believe in spending what you have to. But I also believe in not spending more than you should.;

I libri autobiografici sono una brutta bestia perché sono credibili solo in parte dato che, ovviamente, si tende ad omettere l’imbarazzante e a esaltare l’esaltabile. Ma anche così c’è molto da imparare sia per quello che viene scritto sia per quello che si può leggere fra le righe. E che cosa viene fuori? Che Trump si considera come un uomo d’affari che si diletta non per il denaro, ma per il gioco in sé. Soprattutto Trump si considera un uomo che chiude affari vantaggiosi:

I don’t do it for the money. I’ve got enough, much more than I’ll ever need. I do it to do it. Deals are my art form. Other people paint beautifully on canvas or write wonderful poetry. I like making deals, preferably big deals. That’s how I get my kicks.

Ed è scritto nel primo capitolo, giusto dopo i ringraziamenti. Quando Trump twitta, pertanto:

Donald Trump ha annunciato suTwitter un incontro alla Casa Bianca alle 15.30 (21.30 inItalia) sui dazi promettendo flessibilità ai veri amici degli Usa. “Aspetto impazientemente l’incontro delle 3.30 pm oggi alla Casa Bianca. Dobbiamo proteggere e rafforzare la nostra industria dell’acciaio e dell’alluminio e nello stesso tempo mostrare grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono i veri amici e ci trattano equamente sia sul piano commerciale che militare”, ha scritto.

è un errore leggerlo come un passo indietro o un rimangiarsi la parola. Trump si sta muovendo secondo il frame con cui guarda il mondo, in base ai suoi principi e linee guida. Prima da imprenditore ha visto un costo da tagliare, il deficit commerciale USA, e poi si è mosso come se si dovesse rinegoziare un contratto con un fornitore. In poche parole Trump sta valutando le opzioni, Trump sta già trattando. Ma per saperlo bisogna leggerli i libri e non considerare il prossimo come un folle o un cretino.

 

—- … o Trump homo geopoliticus? —

Alla fin fine Trump è relativamente prevedibile dato che gli imprenditori ragionano, chi più e chi meno, tutti allo stesso modo. Dovremmo saperlo visto che Berlusconi, alla fine, non era poi tanto differente.

Il piano di Trump, però, potrebbe scontrarsi con la dura realtà della geopolitica. Quello che gli economisti leggono, di solito, come globalizzazione è in realtà la pax imperiale americana. Senza le portaerei a stelle e strisce non ci sarebbe nessun commercio mondiale altro che mani invisibili o sciocchezze da 18° secolo. Ma uno dei problemi dei centri imperiali è quello di legare a sé le periferie. Lo si può fare militarmente ma è una strategia di breve respiro destinata a scomparire con il declinare del potere militare. Una strategia piů accorta, invece, è quella di legare le periferie dal punto di vista economico: se alle periferie l’impero conviene dal punto di vista economico non hanno motivo di ribellarsi. Specie se un conflitto con il centro equivarrebbe a perdere i crediti accumulati tramite il commercio.

Il deficit commerciale americano, allora, è dovuto al fatto che il dollaro è la moneta di riserva mondiale – e questo spiega anche perché né la Germania né la Cina saranno mai un centro imperiale mondiale: devi essere in deficit, non in surplus – e al tentativo di legare a sé il resto del mondo, fra tutto l’Europa e il Giappone e, poi, a seguire la Cina.

La Cina, fra tutti, è il paese più interessato al fenomeno dato che a differenza dell’Europa non è sotto occupazione militare americana. Purtroppo per loro i cinesi hanno avuto la pessima idea di imbottirsi di titoli di Stato americani e, checché se ne dica di solito, nel processo non sono affatto gli americani a essere tenuti per le palle. Se i cinesi, infatti, decidessero di sbarazzarsene di colpo ci rimetterebbero (l’eccesso di offerta farebbe crollare il valore) senza, però, infliggere un danno agli USA visto che qualcun altro potrebbe fiutare l’acquisto sicuro visto che i titoli di Stato americani sono ripagati in dollari forniti, guarda caso, dagli USA medesimi. Allo stesso tempo gli USA con i soldi gentilmente forniti dai cinesi si pagano le spese militari per contenere i cinesi!

Il piano di Trump, allora, è destinato a infrangersi per via del fardello imperiale americano? Non proprio, leggiamo [4]:

Il segretario al tesoro Steve Mnuchin ha lasciato intendere che agli alleati Usa che vogliono evitare i dazi su acciaio e alluminio Donald Trump potrebbe chiedere di rafforzare i loro contributi alla Nato. «Se siamo nella Nato, lui (Trump, ndr) vuole essere sicuro che la Nato ottenga più soldi in modo che possa proteggerci tutti e realizzare i suoi obiettivi», ha spiegato in una intervista alla Cnbc. Trump aveva puntato l’indice contro la Germania perché paga solo l’1% del suo Pil in spese militari per la Nato.

Se siete particolarmente cinici dovreste notare che i due principali paesi colpiti dai dazi verso l’alluminio e l’acciaio sono la Francia e la Germania… gli stessi paesi che vogliono anche creare un esercito europeo. E che cosa ne pensa la Nato dell’esercito europeo? Ufficialmente questo [5]:

It can provide more capabilities, more defence spending and fairer burden sharing. But to be sure that we are able to fulfil this potential we have to focus on especially 3 things.

First, there has to be coherence between capability developments of NATO and the EU. We cannot risk ending up with conflicting requirements from EU and from NATO to the same nations.

The second, forces and capabilities developed under EU initiatives have to be available also for NATO because we only have one set of forces.

And thirdly we need the fullest possible involvement of non-EU Allies because they are key to European security.

Fra le righe possiamo leggere che un eventuale esercito europeo non deve essere indipendente ma soggetto alla Nato sia strategicamente sia tatticamente e che l’equipaggiamento deve essere comune – ovvero americano: F35 al posto di Typhoon e Rafale – e che i paesi extra UE devono essere coinvolti il più possibile per annacquare l’europeità dell’esercito. In pratica tanto vale che non ci fosse…

 

—- Dopo gli imperi ideologici torna la geopolitica, tornano le Nazioni —-

Il problema di quelli che si credono intelligenti è che, alla fine, non lo sono affatto. A forza di ritenere il prossimo stupido o pazzo – nel caso italiano rassssita e fasssista – si perdono di vista le ragioni estremamente razionali che guidano le azioni degli attori coinvolti. L’unico risultato è che non si è in grado di capire il perché e il per come di quello che sta succedendo.

Dopo la fine della guerra fredda, un contesto dominato da due imperi a vocazione universale, venne coniata l’idea della fine della storia solo per congelare il mondo sotto la pax americana. A distanza di venti anni è facile vedere che non solo la storia non è finita, ma che gli Stati-nazione sono risorti per via della loro intrinseca efficienza tornando al caro e vecchio concerto delle Nazioni. In un contesto di anarchia internazionale gli Stati-nazione perseguono la propria sicurezza e il proprio interesse (risorse naturali, rapporti commerciali) e chi non è uno Stato-nazione semplicemente non esiste (vale tanto per la Libia quanto per la UE, per la cronaca).

Quello che sta succedendo non è altro che il profilarsi del conflitto fra USA e Germania – lo scandalo Volkswagen e i richiami sul surplus commerciale sono solo colpi d’avvertimento – perché la UE non è stata creata per dare ai tedeschi il quarto Reich, né tantomeno per rendere gli europei indipendenti: vuoi mai che si alleino con la Russia e la Cina?

Nel frattempo siamo già finiti sotto il fuoco incrociato [6]:

All’Italia potrebbe costare cara la controffensiva europea agli Stati Uniti. Un po’ di calcoli sul costo della guerra commerciale con gli Stati Uniti li ha fatti la Coldiretti per la quale sono a rischio circa 4 miliardi di export agroalimentare made in Italy con le esportazioni di cibo e bevande che sono aumentare del 6% nel 2017. Gli Usa si collocano infatti al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta.

E di cosa si parla in Italia? Di fasssisssmo, rasssimo e Stati Uniti d’Europa….

 

Approfondimenti:

– la vendetta americana: https://it.businessinsider.com/trump-si-vendica-di-berlino-e-parigi-con-i-dazi-la-ue-si-spacca-e-pure-il-wto/.

– cosa dice la stampa americana: https://www.agi.it/economia/dazi_trump_acciaio_alluminio_pro_contro-3618718/news/2018-03-12/.

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[1] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/dazi-Trump-alla-Ue-giu-le-tariffe-o-tasseremo-auto-e-altri-prodotti-europei-af144815-88d5-45d4-a9d8-bd63a6dbc956.html.

[2] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/51839/guerre-commerciali-donald-trump-contro-tutti/.

[3] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/51803/dazi-li-conosci-li-affronti-meglio/.

[4] Cfr. http://www.lastampa.it/2018/03/10/economia/lultima-idea-di-trump-chi-investe-di-pi-nella-nato-pu-evitare-i-dazi-MiECz8UBvWdyNrO8eQDHeN/pagina.html.

[5] Cfr. https://www.nato.int/cps/ic/natohq/opinions_150001.htm.

[6] Cfr. http://formiche.net/2018/03/dazi-usa-ue/.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2018 da in politica con tag , , , , .
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