Charly's blog

Di scuola, bulli e… utilità

Una caratteristica costante della politica italiana è la mancanza di progettualità e l’essere in costante balìa degli eventi. Generalmente ci si occupa di tutt’altro finché un evento strombazzato dai media porta l’attenzione pubblica a focalizzarsi un argomento [1]:

LUCCA. Sono quattro gli studenti, tutti minorenni, di una classe dell’Itc Carrara di Lucca, finiti nel registro degli indagati dopo la registrazione e la diffusione sui social del video in cui uno di loro offende e minaccia pesantemente un professore. “Prof non mi faccia incazzare, non mi faccia incazzare. Mi metta sei, lei non ha capito nulla, chi è che comanda? chi è che comanda? In ginocchio!”, dice uno dei “bulli” della classe dopo una verifica puntando il dito contro il docente, 64 anni di Lucca, che allarga le mani sconsolato. In breve i video sono diventati virali e la procura aveva già aperto un’inchiesta. Mercoledì 18 aprile, però, anche il preside della scuola ha presentato una formale denuncia.

Ovviamente, da brava tradizione italiana, si tratta di un’emergenza: «Punizioni che vengono chieste anche dalla politica: “L’episodio della scuola di Lucca ci dimostra ancora una volta che siamo di fronte a un’emergenza educativa: occorre intervenire in maniera netta e decisa per contrastare con forza le azione di violenza, anche solo verbale, che arrivano dai ragazzi, anche attraverso un percorso educativo. Credo sia necessaria una punizione giusta e ferma che sia realmente educativa”, dice Gabriele Toccafondi, sottosegretario al Miur che pensa per loro a un percorso sociale.»

 

—- Colpa del ’68! No, dei media! —-

Ma come siamo arrivati fin qui? Al netto del solito ’68 abbiamo la new entry dei social media [2]:

Tutti, di fronte al caso di Lucca, ci siamo detti: se fosse successo a me, i miei genitori mi avrebbero chiuso in casa per l’eternità. C’è un vuoto genitoriale?«Sì. Che ragazzi così giovani osino con comportamenti così violenti senza avere consapevolezza della gravità è per l’incapacità educativa dei genitori. Non riescono più a impartire la consapevolezza dei limiti, delle regole di una comunità, il rispetto dei ruoli a scuola». […]

Perché si è smarrita?

«Oggi i genitori sono assenti, distratti dal lavoro, da un tempo frammentato. Devono affrontare temi più complessi di un tempo e la modernità ha complicato le cose. I lavori atipici, ad esempio, sottraggono spazio alla famiglia, per questo bisogna imparare a pianificare i rituali, i momenti di incontro. Poi ci sono le nuove tecnologie: sono diventate una barriera all’ascolto e al dialogo. Al ristorante, a cena, a tavola genitori e figli non comunicano più, continuamente incollati al cellulare. È come se il genitore, nel momento in cui deve fissare i limiti, le regole, educare, alzasse un muro. La disciplina si impara anche attraverso l’esempio, ed è per questo che i ragazzi crescono con un forte egocentrismo e narcisismo».

O, invence, perché non c’è più la famiglia [3]:

Lo smarrimento di una educazione della persona ha prodotto una sterminata flotta di docenti che navigano smarriti nei corridoi delle nostre scuole, privi di una proposta chiara, vissuta, appassionata, certa. Per questi educatori (non sono tutti così per fortuna) i ragazzi di oggi sono un problema. Quei ragazzi che si concepiscono inadatti, martellati da un potere estetizzante che li vuole al top in tutto quello che fanno. In balia di una realtà, vera o virtuale, che li segna anche duramente. Ragazzi soli perché si son divertiti a smantellare anche la famiglia.

Così hanno riempito le scuole di esperti, psicologi, “Circle Time”, attività per l’integrazione, il recupero contro la dispersione scolastica (ancora altissima in Italia), screditando ancora di più i professori e non capendo che il problema è degli adulti. Non serve una grande scienza per coglierlo. Il “Rapporto giovani 2018” dell’Istituto Toniolo edito da pochi giorni lo chiarisce bene. I ragazzi vogliono essere più protagonisti del loro presente, coinvolti in un cambiamento che reputano possibile; vorrebbero contare di più nella vita privata ma soprattutto in quella sociale, desiderosi che ci siano persone che riconoscano loro un valore e non una persona da cambiare. La scuola ha perso questa capacità di riconoscere ai suoi studenti un valore. Il problema non è sociale ma è dell’io. La società come la scuola si fonda sull’educazione dell’io. Quando si oblitera questa responsabilità la primissima conseguenza è un alunno che prende a testate un professore.

Ma l’analisi migliore è quella di Serra che sottolinea la natura classista del problema [4]:

Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall’altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di “populismo”.

Colpa dei poveri, signori miei: «Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita».

 

—- Ma la scuola serve? —-

Proviamo a vedere le cose da una prospettiva differente. Una norma sociale ha sempre tre dimensioni:

  • normativa;
  • repressiva;
  • preventiva;

Le tre dimensioni sono fra loro collegate dato che senza l’elemento repressivo quello preventivo cade a sua volta e la norma è indicativa e non più prescrittiva. Per vedere quanto l’elemento repressivo sia in buona salute è sufficiente cercare su Google “aggredisce carabinieri rilasciato”:

 

L’impressione generale è che in Italia l’unico esito di un reato sia l’impunità. Vi pare un ambiente favorevole per una disciplina ferrea in ambito scolastico?

Se l’ambiente non aiuta, inoltre, come al solito si deve evidenziare quello che tutti ignorano: ma la scuola serve? La scuola, in teoria, ricopre due funzioni:

  • formativo – civico: dalla socializzazione fondamentale agli elementi essenziali per ricoprire il ruolo di cittadino;
  • professionale;

Sul primo piano la scuola ha sempre avuto alcune limitazioni dettate dal contesto sociale d’origine dello studente. Per quanto riguarda l’aspetto civico, invece, non possiamo che registrare il totale fallimento dell’istituzione scolastica dato che le materie tipiche del dibattito pubblico non vengono minimamente prese in considerazione lasciando lo spazo a Dante o Manzoni. Quando poi si legge una notizia del genere [5]:

L’Unione europea sta cercando di costruire un fronte unito contro la Belt and Road iniziative, la Nuova Via della Seta cinese, dopo che 27 dei 28 ambasciatori dell’Ue a Pechino hanno firmato un documento che critica il progetto. Solo l’Ungheria si sarebbe rifiutata di firmare il documento, che denunciava il progetto infrastrutturale che ostacolerebbe il libero scambio e concederebbe vantaggio alle imprese cinesi.

[…] Il documento afferma che la Cina sta cercando di plasmare la globalizzazione in base ai propri interessi, e la Belt and Road, che prevede una serie di progetti infrastrutturali transcontinentali per collegare la Cina all’Europa e all’Africa, sta perseguendo obiettivi di politica interna come la riduzione delle eccedenze, la creazione di nuovi mercati di esportazione e la salvaguardia dell’accesso alle materie prime.

l’ex studente e ora cittadino a tempo pieno non ha la minima idea della posta geopolitica in gioco. Si vede che né Aristotele né il Boccaccio hanno mai trattato la cosa

E sul piano lavorativo? Che il tasso di occupazione cresca e che il tasso di disoccupazione decresca in parallelo con il titolo di studio è un dato statistico, per quanto misconosciuto. Ma come al solito i dati statistici sono sempre parziali. L’aumento occupazionale è dovuto alle skills spendibili sul mercato del lavoro e non al tempo speso sui banchi in sé. Fin qui tutto bene se non fosse che le skills valide sono solo una parte del curriculum scolastico. Se si lavora con il tedesco, per dire, quel che conta è la padronanza della lingua e non l’andamento complessivo della carriera scolastica. Né tantomeno interessa a chi assume se il candidato conosca o meno la differenza fra il Tardo Antico e la prima Età Moderna.

Se poi lo studente sceglie di andare all’università il fenomeno assume una piega ancora più sfavorevole per la scuola:

  • il diploma perde d’importanza e non viene più menzionato nel CV;
  • una carriera disastrosa potrebbe improvvisamente diventare brillante: le università sono sempre specialistiche mentre la scuola primaria e secondaria si spaccia per universalista;

Senza dimenticare, infine, che nel curriculum scolastico sono sì presenti alcune skills, ma altre mancano in toto. Io, ad esempio, che lavoro nel settore HR non ho mai avuto la minima formazione in questo ambito mentre mi sono dovuo sorbire il disegno tecnico. Perché? Boh.

 

—- Autorità? Stocazzo —-

Al netto delle giaculatorie che ci tocca sorbire a intervalli regolari, parlare di crisi dell’autorità in generale non ha senso perché altre professioni sempre legate all’insegnamento (dall’istruttore in palestra al docente della scuola di lingue privato) non registrano gli stessi fenomeni o la stessa perdita di prestigio sociale e professionale. Gli unici ad avere il problema in questione sono i docenti della scuola pubblica perché la scuola, ahiloro, non serve a nulla né sul piano professionale (o serve molto poco) né sul piano civico.

Anche gli studenti e i genitori si sono resi conto della cosa e considerano i professori – sempre più vecchi e magari con un titolo di studio inferiore a quello dei genitori – come una sorta di baby sitter. Soprattuto gli studenti hanno intuito che un voto alto o basso non avrà influenza nella loro vita professionale, specie se finiscono all’estero dove manco sanno come sia organizzata la scuola italiana (né interessa). Io stesso lo posso testimoniare e con me molti altri laureati felicemente accasati in termini lavorativi in contesti internazionali.

La risposta razionale al problema, allora, sarebbe quello di cambiare l’offerta scolastica in modo da rendere coerente l’andamento scolastico con la carriera professionale e “civica”: avere la certezza, insomma, che il successo scolastico garantisca quello professionale. La risposta della scuola, invece, è “autorità”: si deve studiare perché si deve studiare. Il classico “perché sì” tipico dei bambini. Amen, i docenti e la scuola pubblica si estingueranno. Sotto un’ondata di violenza, pare.

 

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[1] Cfr. http://iltirreno.gelocal.it/lucca/cronaca/2018/04/18/news/bullismo-contro-il-prof-a-lucca-indagati-tre-studenti-1.16729217

[2] Cfr. http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2018/04/19/news/i-genitori-distratti-dai-social-non-sanno-piu-educare-i-figli-1.16733293

[3] Cfr. https://www.ilfoglio.it/scuola/2018/04/19/news/perche-i-video-dei-bulli-di-lucca-parlano-di-noi-e-di-quello-che-la-scuola-non-e-piu-capace-di-fare-190503/

[4] Cfr. https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/2018/04/19/news/l_amaca_di_michele_serra-194340068/

[5] Cfr. http://www.agcnews.eu/cina-il-fronte-unito-ue-contro-la-nuova-via-della-seta/

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Questa voce è stata pubblicata il 21 aprile 2018 da in società con tag , , .
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