Charly's blog

I Signori dei media? Stanno morendo e con loro il dibattito pubblico

Nel corso degli ultimi anni abbiamo potuto assistere alla fine del potere dei media: i giornali e la televisione. Per quanto riguarda la carta stampata è facile notare che vent’anni di opposizione a Berlusconi non hanno portato pressoché a nulla, esattamente come gli ultimi anni spesi a lottare contro il “populismo”. Anche la televisione se la passa male altrimenti Berlusconi non sarebbe al 10% nei sondaggi, non trovate? I media hanno ormai evidentemente perso il loro potere di influenza sull’opinione pubblica e, sinceramente, anche la loro capacità di comprensione dei fenomeni socioculturali mi pare parecchio compromessa.

Il problema è che, se consideriamo in particolare il dibattito politico, i media non si limitano a informare il pubblico ma concorrono a formare l’opinione pubblica strutturando il dibattito su alcuni argomenti a discapito di altri. Come abbiamo già visto, inoltre, i fatti non sono nulla senza l’interpretazione tacendo, poi, della selezione a monte delle notizie da riportare. Non solo i media strutturano gli argomenti del dibattito, quindi, ma stabiliscono anche l’interpretazione da dare ai suddetti argomenti. O, meglio, lo facevano e ora non ci riescono più. Perché?

 

—- Chi legge i giornali e chi guarda la tv? —-

Prima di procedere è bene notare che la platea di lettori di giornali è sempre stata limitata per via dello sforzo cognitivo dettato dalla lettura, mentre quella degli spettatori televisivi è spesso formata da spettatori casuali che ascoltano distrattamente i Tg. Nel primo caso i lettori sono, in genere, le persone con titoli di studio più elevati e impiegati in professioni impiegatizie, nel secondo caso la tipologia dell’ascoltatore è più universale. Ma il numero limitato veniva compensato da

  • Il peso specifico di chi leggeva: dai ceti medi in su;
  • Il peso specifico dei quotidiani in un regime di monopolio;

Al giorno d’oggi fra i lettori dei quotidiani, dati Audipress [1], i pensionati e gli studenti registrano ottime percentuali (rispettivamente del 23,2% e del 9,5%), seguiti dagli operai con il 13,9% dei lettori complessivi mentre gli imprenditori/liberi professionisti sono il 7,1% del totale e gli impiegati il 12%. Va tenuto presente che queste categorie non sono omogenee dal punto di vista numerico e alcune, di conseguenza, sono sovrarappresentate.

Anche la tecnologia ha il suo peso come l’andamento demografico dei lettori dei quotidiani può mostrare:

Tabella 1: percentuale lettori per classe età

Classe età Percentuale lettori
14-17 4,3%
18-24 7,9%
25-34 12,6%
35-44 16,3%
45-54 18,4%
55-64 15%
65+ 25,5%

Fonte: Audipress

 

Cosa possiamo concludere? Che fra i lettori dei giornali è più facile trovare persone istruite e non proprio giovanissime. I più giovani, invece, per leggere leggono ma è più probabile che si fermino alla dimensione online.

L’Istat può fornire dati ulteriori in merito [2]:

L’abitudine alla lettura dei quotidiani riguarda meno della metà della popolazione: il 43,9 per cento delle persone di 6 anni e più, infatti, legge quotidiani almeno una volta alla settimana (Tavola 10.5). La lettura dei giornali è prerogativa degli adulti: solo il 12 per cento circa dei ragazzi fino ai 17 anni ne legge almeno uno in una settimana, si sale al 35 per cento circa tra i 18-24enni, i lettori di quotidiani diventano quasi la metà della popolazione dei 25-44enni, mentre oltrepassano la metà solo a partire dai 45 anni e raggiungono la quota più alta tra le persone di 60-64 anni (57,2 per cento). [..] Le persone che leggono i quotidiani cinque volte o più alla settimana sono il 35,4 per cento dei lettori (il 31,0 per cento delle lettrici e il 39,2 per cento dei lettori); gli anziani sono i più assidui: oltre il 40 per cento a partire dai 60 anni. Il 2016 si contraddistingue per una ripresa del calo di quanti si dedicano alla lettura dei giornali: meno 3 punti percentuali rispetto al 2015 quando la quota di lettori era pari al 47,1 per cento. Coloro che leggono frequentemente (5 volte e più alla settimana), però, rimangono perlopiù stabili, passando dal 36,3 al 35,4 per cento della popolazione di 6 anni più.

Per quanto riguarda la Tv, lasciamo sempre la parola all’Istat:

Guardare la tv è un’abitudine consolidata fra la popolazione di 3 anni e più: il 92,2 per cento delle persone la guardano e tra questi l’86,7 per cento lo fa con frequenza giornaliera (Tavola 10.5). L’ascolto della radio è, invece, meno diffuso: poco oltre la metà delle persone di 3 anni e più (53,0 per cento) segue le trasmissioni radiofoniche e di queste quasi il 60 per cento lo fa quotidianamente. La televisione si vede abitualmente in tutte le fasce di età, ma i telespettatori sono più numerosi tra i giovanissimi e gli anziani e, in particolare, tra i 6-14enni e i 65-74enni (per entrambi pari a circa il 96 per cento).

Gli anziani sono presenti in entrambi i gruppo per via del loro peso demografico e grazie al tempo libero di cui dispongono. I bambini, invece, non possono leggere i giornali per ovvi limiti dettati dal livello di educazione e dalla mancata esperienza personale delle tematiche di discussione.

 

—- I media: la crisi —-

Capito chi legge è tempo di vedere che di lettori, in realtà, ne sono rimasti pochi [3]:

negli ultimi dieci anni la diffusione complessiva dei quotidiani si è più che dimezzata, passando da 5,4 milioni a 2,6 milioni di copie giornaliere al netto della free press, che dieci anni fa valeva diverse centinaia di migliaia di copie al giorno ed oggi è pressoché irrilevante. Nel solo 2016 la riduzione delle copie diffuse ha superato il 10%, e i primi mesi del 2017 non sembrano discostarsi da questo trend: nel mese di aprile, ultimo disponibile al momento della chiusura di questo rapporto, la diffusione è risultata inferiore del 3% rispetto a dicembre 2016 e dell’11% rispetto all’aprile 2016. Ancora peggiore, se possibile, la performance del mercato pubblicitario. L’ultimo decennio è stato attraversato da una crisi economica gravissima, la peggiore dal secondo dopoguerra, che in Italia ha visto un calo complessivo degli investimenti pubblicitari del 27%, da 8,8 a 6,4 miliardi di euro, peraltro con un lieve, promettente recupero (+1,7%) nel 2016. In questo contesto già non brillante, la performance dei prodotti editoriali è stata particolarmente negativa: nel decennio considerato, il fatturato pubblicitario di quotidiani e periodici si è ridotto di oltre il 60%, ad un ritmo annuo di poco inferiore al 10%

E anche i talk show mostrano segni di crisi [4]:

Gli ascolti medi assoluti, che nel migliore dei casi raggiungono il milione di telespettatori, risentono delle lunghe durate dei programmi (intorno alle 3 ore), che chiudono dopo la mezzanotte e costringono il pubblico a faticose maratone e a un crescente abbandono della visione nel corso della serata. Il tutto per aumentare lo share, ormai utilizzato, spesso in modo improprio, come principale indicatore per decretare “vincitori e vinti”. Calo di ascolti, invecchiamento del pubblico, bassa permanenza, basso tasso d’innovazione dei format e dei linguaggi, sono indicatori negativi dello stato di salute di un’offerta considerata ridondante, cui si rimprovera di esser condizionata da un esasperato inseguimento degli ascolti, che spinge ad alzare i toni, a spettacolarizzare, a trasformare gli studi in tante piccole arene, con applausometri annessi, a privilegiare la logica dell’urlo e dell’insulto.  Una logica, però, che alla lunga non sembra ripagare.

Sempre ricordando la dimensione tecnologica, è bene far presente che molti lettori e spettatori sono anziani con nulla o scarsa dimestichezza con internet. Una volta passati a miglior vita, pertanto, i numeri potrebbero calare ancor di più…

 

—- Il perduto potere dei Signori dei Media —-

Nel corso degli anni sono state proposte varie misure per arginare il crollo dei lettori dei quotidiani: dai gadgets allegati, alla virata verso le notizie virali e alle fotogallery con i gattini fino all’idea di far pagare le notizie online. I risultati sono stati piuttosto deludenti e si sta diffondendo l’idea dei giornali ridotti a media di nicchia con un base di lettori ristretta e “altolocata”. Ma abbiamo già visto che i media non sono solo importanti perché forniscono le notizie, ma soprattutto perché strutturano il dibattito. Ma se nessuno legge i giornali, gli arguti editorialisti come possono strutturare il dibattito pubblico?

Anche ammesso che rimangono validi strumenti per le élite, il problema è che la massa non legge i giornali o i mensili e ne ignora il contenuto. Morale della favola? Che gli opinionisti possono scrivere tutti gli editoriali di fuoco che desiderano, ma finché nessuno li legge l’impatto sarà pressoché nullo sull’elettorato. E finché siamo in democrazia vince il numero dei votanti, non quello dei direttori di giornale.

Capito perché i media ormai valgano ben poco, assai banalmente il numero dei lettori e degli ascoltatori cala, dobbiamo registrare un ultimo cambiamento relativo al dibattito pubblico. Strutturando il dibattito i vecchi media permettevano di avere un dibattito su alcune temi selezionati. In assenza di questa attività non ci sarebbe un dibattito ma un’insieme di capannelli di persone che parlano fra loro con scarsa o nulla comunicazione con gli altri gruppi sia per assenza di volontà sia per mera impossibilità stante la dimensione numerica.

Nel prossimo futuro è prevedibile l’uso crescente di internet come prima fonte d’informazione:

  • Crisi di fiducia nei media tradizionali;
  • Maggiore propensione dei più giovani verso l’online;
  • Dipartita delle classi d’età più anziane e più legate alla carta;
  • Possibilità di accesso diretto alle fonti (si pensi all’Istat);

Anche se i media tradizionali si buttassero anima e corpo sulla rete la situazione non cambierebbe visto che finirebbero fagocitati in un ecosistema molto più grande e in continua espansione. Quanto basta per chiedersi se l’opinione pubblica riuscirà a sopravvivere in un contesto così destrutturato e senza controllo.

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[1] Cfr. http://audipress.it/visual_report/f/2017_III/cartarep

[2] Cfr. https://www4.istat.it/it/archivio/207188

[3] Cfr. http://www.fieg.it/

[4] Cfr. http://www.fabriqueducinema.com/seriewebserie/auditel-tv-serie-tv/la-grande-fuga-dai-talk-show/

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Questa voce è stata pubblicata il 5 giugno 2018 da in politica con tag , , , , .
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