Charly's blog

Mancò la fortuna, non il valore… sì e tutto il resto (seconda parte)

Il secondo conflitto mondiale si è caratterizzato per l’innovazione tecnologica in tutti i campi di battaglia dove vennero condotte le operazioni belliche:

  • terra: carri armati e mezzi meccanizzati;
  • cielo: bombardieri strategici, appoggio tattico al suolo;
  • acqua: portaerei con capacità di proiezione aumentata a centinaia di km;

Forse non vi stupirà sapere che l’Italia fascista, al netto della sua retorica militarista e aggressiva, risultò carente in tutti i settori.

 

 

—- Il dominio del cielo? Sarà per la prossima volta —-

Sulla carta la Regia Aeronautica era un’arma potente in grado di rivaleggiare per numero di aerei con la RAF o la Luftwaffe, oltre a essere dotata di esperienza bellica (Spagna ed Etiopia). Nella realtà era già prevedibile che la ridotta base industriale e la mancanza di risorse strategiche ne avrebbe compromesso l’operato sul lungo termine riducendo l’unica opzione bellica percorribile al conflitto breve e concentrato su pochi fronti operativi. Ma anche in uno scenario del genere si sarebbe dovuto fare affidamento, oltre alla superiorità numerica, a un livello tecnologico se non pari almeno simile a quello degli avversari. Peccato che:

  • l’Italia soffriva un complessivo ritardo tecnologico rispetto alla Germania e al Regno Unito dettato anche da un riarmo precoce: gli aerei validi fra il 1935 e il 1939 divennero obsoleti all scoppio delle ostilità;
  • la base industriale oltre a essere ridotta e di tipo artigianale era anche composta da una pletora di fornitori (Fiat, Macchi, Reggiane, Ambrosini, CANTZ, IMAM, Caproni, Breda, Piaggio) che rendeva complicata la logistica e disperdeva la produzione;
  • mancavano le tecnologie più recenti come il radar o i sistemi di puntamento per i bombardieri e radio affidabili;
  • l’addestramento non era nulla di che e nel caso dei caccia persino controproducente (volo acrobatico vs tattiche più razionali come quella del Boom and Zoom);

A questo scenario tetro si devono aggiungere alcune scelte errate riguardanti i mezzi e le tattiche. Privi di radar, sistemi di puntamento e radio affidabili, i bombarieri italiani erano per lo più dei bombardieri medi trimotori alcuni dei quali costruiti in legno. Se ancora validi nel 1940, divennero rapidamente obsoleti nel prosieguo del conflitto (si pensi ai B25 o ai B26 americani). Pur avendo dato i natali a un teorico del bombardamento strategico come Giulio Douhet, la Regia non aveva in organico un bombardiere quadrimotore pesante dato che il Piaggio P.108 entrò in servizio tardi e in pochi esemplari. Sul versante opposto, quello dell’appoggio tattico, le cose non andarono meglio visto che mancava un aereo da bombardamento in picchiata e si dovettero acquisire alcuni Ju87 tedeschi.

Ma l’apice della follia si raggiunse con le scelte operative dei caccia. I piloti della Regia preferirono rimanere con i biplani armati di due mitragliatrici pesanti al posto di quanto fecero gli altri belligeranti che impiegarono monoplani armati di mitragliatrici plurime (gli inglesi avevano un armamento standard di 8 mitragliatrici leggere presto sositutito da uno misto con i cannoni) o misto mitragliatrici/cannoni.

 

Si deve tenere conto che, a parità di motore, il biplano è sì più agile di un monoplano ma è anche inferiore per prestazioni per via del maggiore peso e della maggiore resistenza aerodinamica dovuta allla seconda ala. Gli aerei dell’epoca erano sprovvisti di sensori e potevano far affidamento solo sui propri occhi, mentre erano armati con armi da fuoco che avevano una gittata teorica di 400 metri se non fosse che, a qualla distanza, un aereo nemico è un puntino. I combattimenti avvenivano a distanze minori, anche sotto i 100 metri dal bersaglio, con il risultato pratico che una piccola differenza in prestazioni permetteva di entrare e uscire dal combattimento a piacere.

Il confronto fra lo Spitfire britannico e il BF109 tedesco permette di rendere evidente il punto:

  • BF109E + Spitfire Mk1: velocità massima 560 km/h;
  • BF109F + Spitfire Mk5: velocità massima 595/615 km/h;
  • BF109G + Spitfire Mk9: velocità massima 650 km/h;
  • BF109K + Spitfire Mk14: velocità massima oltre 700 km/h;

Il tutto a discapito della manovrabilità che venne sacrificata per le prestazioni (velocità massima, ascensionale, accelerazione). Il combattimento manovrato è al centro di ogni film sull’argomento, ma in realtà il 70% dei piloti abbattuti non vide mai l’aereo attaccante. Il dogfight è pericoloso mentre la quota e la velocità sono sinonimi di sicurezza. Nulla di nuovo, in realtà, visto che i piloti tedeschi lo teorizzarono e lo misero in pratica nel primo conflitto mondiale.

Davanti agli insuccessi bellici la Regia cominciò a mettere in campo monoplani, fra tutti il Macchi 202, e poi i caccia della serie 5 come il Fiat G55:

 

Ma è facile vedere, comparandolo con il Fiat CR 42, quanto le scelte iniziali della Regia fossero errate:

  • monoplano vs biplano;
  • motore a cilindri in linea vs motore radiale;
  • armamento misto cannoni/mitragliatrici vs solo due mitragliatrici;

L’esatto contrario, insomma. Ma fu troppo poco e troppo tardi. Il risultato pratico fu che la Regia non poteva condurre campagne di bombardamento strategico né un valido appoggio tattico, i suoi caccia non potevano imporsi sugli avversari né per qualità né per numero (al netto di alcune eccezioni) e le sue risorse erano in via di esaurimento battaglia dopo battaglia.

 

 

—- La guerra moderna? Niente carri armati, siamo italiani! —-

L’esercito italiano entrò nel conflitto con equipaggiamento e tattiche paragonabili a quelli del conflitto precedente: artiglieria, armi leggere, mentalità da guerra di trincea e non da guerra di movimento con concentrazione di mezzi e appoggio aereo. La meccanizzazione delle forze armate era ridotta, d’altronde la base industriale era quella che era, e i carri armati principali erano i carri leggeri:

 

Pur non essendo un grande esperto in mezzi corazzati, personalmente preferirei essere assegnato a un mezzo dotato di corazza e cannone specie se l’avversario è il Matilda inglese:

 

Nel prosieguo delle azioni belliche l’esercito cominciò a usare mezzi più prestanti come il M11/39 (limitato dall’armamento fisso in casamatta) e poi i medi M13, M14 e M15. Ma anche qui si devono registrare alcune limitazioni tecnologiche:

  • corazzatura inferiore per quantità e qualità costruttiva;
  • radio assente o di dubbia qualità;
  • le sospensioni non eccezionali riducevano la mobilità dei mezzi;
  • apparati di mira inferiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi;

Complessivamente i mezzi corazzati itaiani risultarono sempre inferiori a quelli inglesi che, a loro volta, non erano nulla di eccezionale se comparati a quelli degli altri paesi belligeranti. L’andamento del conflitto in Nord Africa è così facilmente spiegabile: per quanto superiore in numero, l’esercito italiano era privo di validi mezzi corazzati e dell’appoggio aereo, nonché impiegato con tattiche obsolete e statiche. Gli inglesi, invece, potevano contare su validi e rapidi mezzi corazzati da impiegare in un teatro bellico caratterizzato da ampi spazi che premiavano la rapidità e permettevano di attaccare su più punti aggirando le posizioni nemiche.

 

 

—- La battaglia per il Mediterraneo —-

Sul versante marittimo il secondo conflitto mondiale rese evidente che l’epoca del dominio delle corazzate era ormai giunto al tramonto. Al loro posto assurgevano al rango di prima unità bellica le portaerei in virtù della capacità degli aerei imbarcati di poter colpire obiettivi, siano essi marittimi o terrestria, a centinaia di km di distanza . Le navi tradizionali, invece, erano limitate alla gittata dei loro cannoni che non superava i 20/30 km. I missili erano ben lungi dall’entrare in sevizio, all’epoca.

In un confronto diretto fra una portaerei e una corazzata, quindi, la prima tipologia di unità non solo poteva localizzare l’avversario per prima grazie alle ricognizioni aeree conseguendo l’iniziativa, ma poteva anche attaccare a più riprese rimanendo fuori dalla reazione nemica. Anche la perdita di un intero stormo di aerei sarebbe stato più che giustificato dalla messa fuori uso del natante nemico per via della facilità di rimpiazzo dei mezzi perduti e il minore dispendio di risorse.

La marina italiana era sprovvista di portaerei, a differenza della Royal Navy, nonché delle tecnologie più moderne come il radar. La cooperazione con la Regia Aeronautica era pessima non garantendo la necessaria copertura aerea. La qualità di armi e munizioni era anch’essa non eccelsa e la catena di comando era rigida privando i comandanti delle flessibilità imposta dalle esigenze belliche. Senza dimenticare, di nuovo, i bassi ritmi produttivi e la carenza di risorse strategiche come il carburante.

Nessuna sorpresa, allora, se la marina italiana subì numerosi rovesci e non riuscì né a ottenere la superiorità sulla Royal Navy, né a garantire il flusso dei rifornimenti alle truppe impiegate in Nord Africa. Viceversa la Royal Navy riuscì sempre a garantire l’afflusso di risorse necessarie per le operazioni belliche e per la mera sopravvivenza del Regno Unito. Ma quello inglese era un impero mondiale che si era portato a casa due rivoluzioni industriali su due, quello italiano era l’impero dei sassi etiopi e della sabbia libica e rimaneva un paese agricolo.

 

 

—- Come non condurre una guerra —-

In conclusione l’Italia entrò in guerra con una base produttiva insufficiente per un conflitto mondiale, con confusi obiettivi strategici e carente nelle risorse naturali richieste in una guerra fra società industriali. I mezzi erano obsoleti, le tattiche d’impiego inadeguate. Che volete, a quanto pare il valore e il coraggio tanto esaltati dai militari possono ben poco contro la superiorità in tecnologia e risorse: in poche parole il cervello contro i muscoli.

L’URSS, invece, si comportò assai meglio dato che apprese le lezioni tattiche dei tedeschi e concentrò la produzione su pochi mezzi (T34, i caccia Yak) facili ed economici da produrre in massa e, seppur non all’altezza degli equivalenti tedeschi dal punti di vista tecnico, efficaci sul campo di battaglia.

A distanza di 70 anni, abbiamo appreso la lezione? Dal punto di vista strategico direi di no visto che la discussione politica verte su tutto fuorché gli obiettivi strategici (che sono “fasssisssti e nazzzzionalisti!111!”, immagino). Le forze armate italiane odierne a dispetto di qualche limite sono valide e potenti, mentre la base industriale italiana per quanto imponente risulta essere ancora frazionata e di tipo artigianale. Più in generale e fuori dal settore militare si deve però registrare la tendenza a mandare allo sbaraglio le persone incuranti dei feedback negativi. Al riguardo si pensi al nulla cosmico rappresentato dalla scuola italiana…

 

[…fine]

 

Approfondimento:

– Boom and Zoom: https://wiki.warthunder.com/index.php?title=Boom_and_Zoom

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Questa voce è stata pubblicata il 19 giugno 2018 da in Uncategorized con tag , , , , , , .
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