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Boeri vs Salvini: di migranti, lavori e scambi ineguali

L’immigrazione è un fenomeno complesso che può essere analizzato da più punti di vista: economico, sociale, culturale, storico. Se consideriamo l’ottica economica il giudizio è in genere positivo sia per via dell’impatto professionale, sia per quello previdenziale [1]:

“Bisogno  di aumentare immigrazione regolare”  “Gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano quella di immigrati e di persone con meno di 14 anni. La deviazione fra percezione e realtà è  molto più accentuata che altrove. Non sono solo pregiudizi. Si tratta di vera e propria disinformazione”, ha detto Boeri. “Il nostro Paese ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare”. Sono “tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Nel lavoro manuale non qualificato ci sono il 36% dei lavoratori stranieri in Italia e l’8% degli italiani. “Il declino demografico   è un problema molto più vicino nel tempo di quanto si ritenga”, continua il presidente dell’Inps. Inoltre, aggiunge, “dimezzando i flussi migratori in cinque anni perderemmo una popolazione equivalente a quella odierna di Torino”. E, sottolinea, “azzerando l’immigrazione, secondo le stime di Eurostat, perderemmo 700.000 persone con meno di 34 anni nell’arco di una legislatura”.

Ma non manca chi contesta, ovviamente: «“Servono più immigrati per pagare le pensioni… cancellare la Legge Fornero costa troppo… Servono più immigrati per fare i tanti lavori che gli italiani non vogliono più fare…’. Il presidente dell’Inps continua a fare politica, ignorando la voglia di lavorare (e di fare figli) di tantissimi italiani. Dove vive, su Marte?”» [2].

Ma chi ha ragione fra Boeri e Salvini?

 

—- Ma siamo in piena occupazione? —-

Su un punto Boeri ha ragione: i dati non mentono… ma possono essere letti come si vuole. Tralasciando la solita distinzione fra immigrato regolare, profugo e clandestino da rimpatriare che praticamente sfugge a parecchi, la tesi della necessità economica dell’immigrazione sarebbe sostenibile in caso di due fattori non necessariamente presenti allo stesso tempo:

  • Piena occupazione in un contesto di grande sviluppo economico;
  • Crisi demografica;

Peccato che spulciando le pagine del Rapporto annuale dell’INPS si possano trovare dati molto interessanti e alquanto conflittuali con il primo punto [3]:

  • Nel quarto trimestre del 2007 i disoccupati erano 1.624 mila, nel quarto trimestre erano 2.914mila;
  • Nello stesso lasso di tempo il tasso di disoccupazione è passato dal 6,6% al 11,2%;

Nel frattempo dobbiamo registrare un altro flusso migratorio, dall’Italia all’estero:

Altro che piena occupazione, non solo abbiamo quasi 3 milioni di disoccupati, ma perdiamo anche 100mila lavoratori all’anno per via dell’emigrazione. E per quanto la crisi demografica sia evidente, non sarebbe meglio occupare i propri prima di prendere gente da fuori? Chissà perché ma penso che chi possa disporre di un reddito abbia una maggiore propensione a fare figli.

Né si può sostenere, inoltre, che ci sia una domanda enorme di lavoro da soddisfare per via della mancanza dei profili professionali giusti. Per il mese di giugno erano previsti 509.710 nuovi ingressi di cui il 22% di difficile reperimento. Sembra una percentuale enorme, ma facendo due calcoli viene fuori che i lavori dove è difficile trovare un candidato sono poco più di 100mila a fronte dei quasi 3 milioni di disoccupati  con un rapporto di 29 a 1 [4]. Il mismatch fra domanda e offerte di lavoro, allora, è una bufala come si è già avuto più modo di vedere a più riprese su questi pixels.

 

—- I lavori che non vogliamo più fare? —-

Per nascondere questo stato di cose di solito si passa alla storia del “i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Leggiamo [5]:

Nella maggior parte dei casi (il 66%), gli stranieri svolgono infatti lavori a basso livello di specializzazione – una situazione che peraltro trova solo in parte giustificazione nel più basso titolo di studio dei soggetti interessati (solo il 12% degli immigrati ha una laurea, contro il 22% degli autoctoni).  Gli immigrati sono principalmente dipendenti (87,5%) e trovano impiego soprattutto nei servizi – come collaboratori domestici, fornitori di assistenza e cura domiciliare, addetti alla ristorazione ed alle pulizie, operatori ecologici – oppure come operai, ausiliari di magazzino, braccianti agricoli ed artigiani edili.

[…] Non solo: lo studio di Fondazione Moressa sottolinea il fatto che gli immigrati siano inseriti nei segmenti lavorativi più bassi e svolgano le mansioni meno qualificate ha ripercussioni anche sulle condizioni relative alla sicurezza (e infatti sono più frequenti le denunce di infortuni sul lavoro). Inoltre è evidente una tendenza alla precarizzazione dei rapporti lavorativi: tra gli immigrati aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono quelli a tempo indeterminato; elevata è l’incidenza delle collaborazioni, del lavoro stagionale e del lavoro occasionale accessorio (sempre più spesso pagato con i voucher). Insomma: quello degli stranieri è in genere un lavoro meno qualificato, meno pagato, meno sicuro.

Ma se mettiamo a confronto il flusso in entrata e quello in uscita cosa abbiamo? Che gli italiani che lasciano il paese sono spesso istruiti e con anni di esperienza – magari sono le figure tecniche che a fatica si trovano in Italia, che dite? – e non necessariamente vanno a fare i camerieri a Londra, mentre gli immigrati che entrano vengono messi a fare le badanti o a raccogliere i pomodori. Si viene a configurare un vero e proprio scambio ineguale che vede l’economia italiana fortemente penalizzata poiché gli immigrati vengono impiegati in lavori a basso valore aggiunto mentre gli emigrati italiani magari finiscono in settori hi-tech o del terziario avanzato.

Ma visto che l’Italia non è ancora il Bangladesh e che c’è tuttora un cuore manifatturiero che riesce a esportare in ogni dove, è credibile che la sua forza lavoro sia composta da badanti e contadini? Vediamo sempre nel database excelsior:

Si è visto che nell’intero periodo 2018-2022, nello scenario benchmark il fabbisogno occupazionale dell’economia italiana è stimato a 2.576.200 unità. La distribuzione di questo valore per grande gruppo di professioni (classificazione Istat) segnala una prevalenza delle professioni commerciali e dei servizi (26,0% del totale), delle professioni tecniche (18,2%) e di quelle specialistiche (16,8%). Seguono poi con un certo distacco gli operai specializzati (10,3%), le professioni impiegatizie (8,9%) e le professioni non qualificate (11,9%). I conduttori di impianti industriali e di mezzi di trasporto si attestano poi al 6,6%, mentre risulta piuttosto marginale (0,9%) la quota delle professioni dirigenziali5 . In un’ottica più aggregata, il fabbisogno medio annuo previsto nel periodo considerato si può ripartire nel 35,8% di figure di alto profilo (high skill, cioè dirigenti, specialisti e tecnici), nel 34,9% di figure di livello intermedio (impiegati e professioni commerciali e dei servizi) e ancora nel 28,8% di figure operaie e non qualificate.

Cosa possiamo concludere? Che le assunzioni dei prossimi anni sono previste essere per 2/3 di medio e alto profilo (le aziende che assumono sono quelle che sono sui mercati e stante lo stato comatoso di quello interno, quelle che riescono a esportare) e solo per un 1/3 di basso livello. E gli immigrati che entrano sono in genere caratterizzati da livelli di istruzione piuttosto bassi.

 

—- L’immigrazione? O le immigrazioni? —-

Il problema del dibattito sull’immigrazione non è tanto la sua natura ideologica ma l’incapacità di vedere la questione da un punto di vista strategico e in un’ottica di lungo periodo. Ogni paese è una storia a sé stante e gli immigrati o gli emigrati non sono tutti uguali. Alla domanda “l’immigrazione fa bene?” Non si può che rispondere con un “dipende”, mentre l’emigrazione difficilmente può aiutare il paese d’origine a parte per le rimesse e per le minori tensioni sociali.

Nel caso specifico italiano è evidente che argomentare la necessità di un maggior numero di disoccupati in un contesto caratterizzato dalla disoccupazione di massa e senza una particolare richiesta di determinati profili professionali sia, quantomeno, curioso. Specie se si considera il fatto che l’Italia esporta laureati per importare raccoglitori di pomodori…

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[1] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/inps-boeri-servono-immigrati-regolari-lavori-italiani-non-piu-fare-27daa903-11ba-4c4f-b3b1-dce950157f74.html

[2] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/salvini-servono-piu-migranti-boeri-vive-su-marte-2afb0298-da73-44e1-821f-fda0fc49db2f.html

[3] Cfr. https://www.inps.it/nuovoportaleINPS/default.aspx?sPathID=0%3b46396%3b51431%3b&lastMenu=51431&iMenu=1

[4] Cfr. https://excelsior.unioncamere.net/

[5] Cfr. https://openmigration.org/analisi/immigrazione-facciamo-i-conti-ecco-quanto-vale-il-lavoro-degli-stranieri-in-italia/

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Un commento su “Boeri vs Salvini: di migranti, lavori e scambi ineguali

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Questa voce è stata pubblicata il 5 luglio 2018 da in politica con tag , , , .
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