Charly's blog

L’errore di fondo del Decreto Dignità

Visto il prevalere delle forme di contratto del lavoro a termine sull’indeterminato, il Governo sta lavorando a un decreto, battezzatto Decreto Dignità, destinato a combattere il precariato. La reazione del mondo imprenditoriale, come prevedibile, non è stata delle migliori [1]:

«La caratteristica principale del Decreto Dignità appena varato dal Consiglio dei Ministri in tema di lavoro introduce una serie di norme restrittive in materia di contratti a termine e contratti di somministrazione. L’intento del Governo, con questa misura, è quello di limitare pesantemente il loro utilizzo attraverso la reintroduzione di paletti non attuali e, in alcuni casi, favorendo una forte limitazione. In questo modo si otterranno due conseguenze negative: da una lato la misura non favorirà l’aumento dei contratti a tempo indeterminato e, dall’altro, si porranno limiti all’utilizzo di strumenti contrattuali che favoriscono l’emergere del lavoro nero».  

Così reagiscono l’Aidp (la maggiore associazione dei Direttori del personale in Italia) e i manager delle risorse umane, che spiegano la loro posizione: «Va spiegato che il contratto a termine è un’esigenza imprescindibile per le aziende e per le produzioni, dettata dalla imprevedibilità dei mercati. Nessuna azienda può programmare assunzioni a tempo indeterminato per tutti perché sarebbe destinata al fallimento. Le produzioni si reggono su un giusto mix tra contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato. Non partire da questo dato di fatto rischia di compromettere qualsiasi ipotesi di riforma e avere ricadute negative sia sulle aziende sia sui lavoratori. Una cosa è limitare gli abusi, un’altra è compromettere il funzionamento di uno strumento utile. Il Decreto Dignità, purtroppo, è più vicino alla seconda ipotesi». 

Sul versante governativo la Lega e il M5S sembrano essere su lunghezze d’onda differenti e il Decreto deve comunque passare per il Parlamento dove potrebbe subire modifiche consistenti. Ma possiamo comunque muovere un paio di osservazioni in merito.

 

—- Cosa prevede il Decreto Dignità —-

L’obiettivo dichiarato del Decreto Dignità è quello di «limitare l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato, favorendo i rapporti a tempo indeterminato» [2]. Per raggiungere questo scopo si mettono dei paletti nell’uso dei contratti a tempo determinato:

Al contratto di lavoro subordinato può essere apposto un termine di durata non superiore a dodici mesi. Al contratto può essere apposto un termine avente una durata superiore comunque non oltre ventiquattro mesi solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

a) esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività per esigenze sostitutive di altri lavoratori;

b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria.

E: «Il termine del contratto a tempo determinato può essere prorogato, con il consenso del lavoratore, solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a ventiquattro mesi, e, comunque, per un massimo di quattro volte nell’arco di trentasei mesi a prescindere dal numero dei contratti. Qualora il numero delle proroghe sia superiore, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di decorrenza della quinta proroga».

Si interviene anche sul versante fiscale in termini punitivi: «Al fine di indirizzare i datori di lavoro verso l’utilizzo di forme contrattuali stabili, inoltre, si prevede l’aumento dello 0,5% del contributo addizionale – attualmente pari all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali, a carico del datore di lavoro, per i rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato – in caso di rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in somministrazione»

Altro punto toccato dal Decreto è quello delle delocalizzazioni:

Fatti salvi i vincoli derivanti dai trattati internazionali, le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi ai fini dell’attribuzione del beneficio decadono dal beneficio medesimo qualora l’attività economica interessata dallo stesso ovvero un’attività analoga o una loro parte venga delocalizzata in Stati non appartenenti all’Unione Europea entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata. In caso di decadenza si applica anche una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma in misura da due a quattro volte l’importo dell’aiuto fruito.

 Se solo bastasse abolire per legge il lavoro precario…

 

—- I conti con l’oste: il mercato del lavoro —-

Il principale problema del Decreto consiste nel non riconoscere l’influenza della situazione economica complessiva sull’andamento del mercato del lavoro e, allo stesso tempo, nel sopravvalutare l’influenza dell’azione legislativa. Immaginate di essere un’azienda con un dipendente con un contratto di lavoro dalla durata annuale prossimo alla scadenza. E immaginate di non avere le risorse finanziarie, né tantomeno la situazione economica è rosea visto il calare delle commesse, per far passare il contratto all’indeterminato: come credete che possa finire? Con un contratto non rinnovato e, nel caso di leggi particolarmente punitive, senza neppure l’assunzione di un sostituto.

Si deve ricordare, infatti, che le PMI con meno di 10 addetti costituiscono il 95% delle aziende italiane e occupano il 47% dei lavoratori [3]. Con aziende così piccole il fatturato non può che essere ridotto rendendo, di conseguenza, onerosa anche l’assunzione di un singolo lavoratore. In un contesto incerto e asfittico dal punto di vista degli ordinativi, il giro di vite sui contratti a termine potrebbe portare a un blocco delle assunzioni. Se non hai i mezzi per assumere a tempo indeterminato e se non puoi procedere a tempo determinato, non resta che fermare tutto.

Altre tipologie d’impiego, inoltre, sono per loro natura a tempo determinato, stagionali o pat time. Si tratta di lavori come quello dei riders, dei bagnini o dei camerieri in località turistiche. In questi casi la stagionalità o lo scarso valore aggiunto – si pensi la consegna di una pizza rispetto alla pizza stessa – fanno sì che l’alternativa al voucher o al part-time temporaneo sia il nero.

Che fare, dunque? Beh, tanto per cominciare è un dramma se uno studente ha un contratto part time a tempo determinato finché non finisce gli studi? Direi di no, il problema nasce dai non studenti o da chi desidera un full time stabile. Ma perché, allora, si finisce nel part time involontario? Domanda di facile risposta: per mancanza di scelta. Visto che l’offerta lavoro supera la domanda delle imprese, data l’ampia disoccupazione e il fatto che il mismatch fra domanda e offerta di lavoro è un mito, non si può che prendere quello che passa o in alternativa emigrare. Chissà se un giorno le imprese italiane riusciranno a mettere in relazione questi due fatti:

  • Oltre 100mila italiani lasciano il paese all’anno;
  • Risulta difficile trovare determinati profili professionali di medio ed elevato livello;

Uno scenario che non può essere cambiato semplicemente per legge: l’economia va male, punto.

 

—- La vera flessibilità: la piena occupazione —-

Per quanto lodevole nelle intenzioni, è quantomeno dubbio che il Decreto Dignità possa incidere per davvero sul mercato del lavoro attuale. Potrebbe, anzi, portare a una riduzione degli occupati o a un’espansione dei contratti in nero. D’altronde il problema è sempre quello: se non c’è lavoro per via delle perfomance insoddisfacente dell’economia italiana c’è poco da fare sul versante della contrattualistica.

Anche la norma sulle delocalizzazioni potrebbe andare incontro a esiti controintuitivi. La prossima volta che un’azienda entra in crisi invece di presentarsi un’altra azienda con le intenzioni di delocalizzare potrebbe, assai più semplicemente, non presentarsi nessuno. Con conseguenze facilmente intuibili.

L’unico antidoto alla precarietà, alla fine, è la piena occupazione dettata da una crescita sostenuta. Se è difficile trovare il personale adatto, le imprese saranno costrette ad alzare le condizioni di lavoro a standard dignitosi, pena la fuga da parte dei propri dipendenti. Ma persino qui alcuni lavori rimarranno comunque part time o a voucher, per via della loro natura. Ma in questo scenario puoi anche non accettare simili offerte di lavoro…

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[1] Cfr. http://www.lastampa.it/2018/07/04/economia/i-rischi-del-decreto-dignit-per-imprese-e-lavoratori-tjjDBYF3l8X2cph1ds2wUN/pagina.html

[2] Cfr. http://www.altalex.com/documents/news/2018/07/03/decreto-dignita-tabella

[3] Cfr. https://www.pmi.it/economia/lavoro/news/9179/istat-litalia-delle-pmi.html

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Questa voce è stata pubblicata il 9 luglio 2018 da in Uncategorized con tag , , , .
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