Charly's blog

Il paradosso della dignità e dal caporalato: migliorare il lavoro vuol dire perderlo

Occasionalmente torna alla ribalta il problema del caporalato e delle condizioni lavorative vergognose in vigore nelle campagne italiane [1]:

Per dire no al caporalato sindacati e associazioni manifestano a Foggia. Due cortei per ricordare le 16 vittime dei due incidenti stradali avvenuti nelle campagne e protestare contro lo sfruttamento. Il primo, organizzato da Usb, è partito alle 8,30 dall’ex ghetto di Rignano, nel comune di San Severo. Un centinaio di persone hanno partecipato alla “marcia dei berretti rossi, quelli che i braccianti indossano nei campi come unica protezione dal solleone mentre raccolgono i pomodori per la vergognosa paga di un euro al quintale”. “Basta morti sul lavoro”, “schiavi mai”. Sono alcuni degli slogan che hanno accompagnato l’avanzare della marcia.

D’altronde il proclama è sempre quello: «è il momento di dire basta a ogni forma di sfruttamento, di sottosalario. E’ il momento di abbandonare la pratica del caporalato che oramai rende i lavoratori succubi di una ‘normalita non più accettabile». Vista la regolarità delle denunce e il permanere della situazione, strano a dirsi, vuoi vedere che le manifestazioni non bastano per risolvere il problema?

 

—- La legge contro il caporalato ?—-

Per cominciare vediamo di descrivere bene il problema del caporalato [2]:

Rassegna Professore, il ministro Salvini dice che la legge complica le cose. Il titolare dell’Agricoltura aggiunge che vuole parlarne con le associazioni dei produttori per capire cosa non va. Lei cosa ne pensa?

Pugliese Penso innanzitutto che l’approvazione di quella legge, per come è stata scritta e prodotta, è stata l’espressione di un momento di civiltà nel nostro Paese. Poi è ovvio che una legge “complica”, nel senso che rispettare le regole implica per l’appunto una “complicazione” di fronte al puro mercato dove vince il più forte. Il tema vero è un altro: è valutare quanto si riescano a garantire i diritti dei braccianti che prendono 2 euro l’ora a vantaggio dei caporali e delle aziende che non dovrebbero mettersi in combutta con loro. La grande novità della legge 199 che probabilmente non piace né a Salvini né al ministro dell’Agricoltura, è proprio il puntare sulle responsabilità delle aziende. Se la si vuole rendere più efficace, va bene. Purché non si tocchino i principi fondamentali: la lotta sul piano legale al caporalato e, soprattutto, il richiamo delle imprese alle proprie responsabilità.

Il nodo del contendere sono il reddito e le condizioni lavorative: «Il punto è alzare il tetto delle condizioni di vita dei braccianti. Quando sono salariati fissi, è l’impresa che deve garantire l’alloggio».

Il caporalato, tuttavia, esiste per una ragione economica [3]:

la questione non meno importante dell’utilità del caporale per gli imprenditori agricoli. Gli imprenditori ammettono con chiarezza che il caporale offre servizi fondamentali ad alcune aziende agricole. La mediazione con gruppi di braccianti che spesso non parlano l’italiano, il trasporto sui campi, il reperimento di un alloggio, sono tutti servizi che l’agricoltore preferisce esternalizzare. I caporali rappresentano oggi la modalità considerata più efficiente – anche se, o forse proprio perché, illegale – per fornire tali servizi. Secondo alcuni agricoltori nessun ufficio di collocamento sarebbe in grado di offrire un servizio così efficiente. In agricoltura il costo del personale è un costo comprimibile, soprattutto quando il potere contrattuale dell’imprenditore agricolo è basso, cosa che avviene lungo molte delle filiere dove manca la capacità di aggregazione degli agricoltori. Soprattutto nei distretti del Sud si tratta di organizzazioni frammentate e con scarsa funzionalità che, invece, di rafforzare l’agricoltore attraverso l’aggregazione, finiscono per indebolire ulteriormente la filiera.

Veniamo, adesso, alla GDO. Il potere contrattuale non è certo in mano degli industriali, ma è più nelle mani della Grande Distribuzione Organizzata che, soprattutto in determinati comparti, come il pomodoro da industria, stabilisce il prezzo prima della stagione di raccolta, mediante il cosiddetto meccanismo delle aste online con doppia gara al ribasso. Inoltre, il compratore (la catena di supermarket) detta anche tutti gli standard di produzione come qualità e quantità. In definitiva, la richiesta di standard di qualità e sicurezza alimentare più elevati la pressione sui prezzi esercitata sulle industrie conserviere si scarica poi sull’azienda agricola e sul bracciante.

Scontata la difesa da parte della GDO: «Respingo l’accusa perché noi ci siamo sempre dichiarati favorevoli alla legalità e abbiamo interagito con le autorità, sottoscrivendo accordi e codici di autoregolamentazione. Sulle aste a doppio ribasso, per esempio, l’anno scorso abbiamo fatto un accordo al ministero dell’Agricoltura, assieme a Coop e Conad, per escludere questo tipo di strumento nella nostra attività e in quella dei nostri associati» [4].

—- Il caso dell’Olanda —-

Schiacciata fra la concorrenza della GDO e la necessità di esternalizzare tutte le variabili che girano intorno al reperimento della manodopera, sembra quasi che non ci siano alternative al modello economico adottato nelle campagne italiane. Eppure basta volgere lo sguardo a Nord per trovare una realtà completamente diversa [5]:

Se ci basassimo soltanto sulle dimensioni e latitudini a nessuno verrebbe in mente di pensare all’Olanda come un paese per l’agricoltura. È un piccolo lembo di terra, densamente popolato e dove quindi la disponibilità di suolo coltivabile scarseggia. E le condizioni climatiche non sono delle migliori, se consideriamo le basse temperature che si registrano e una ridotta luminosità. Eppure in Olanda l’agrihood rappresenta più del 10% del PIL nazionale e il paese è il secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli, secondo soltanto agli USA, che sono però 270 volte più grandi.

Il modello olandese si basa «sulla ricerca scientifica e sull’innovazione tecnologica per sviluppare nuovi modelli di agricoltura indoor del futuro».  La tecnologia ha un impatto su più livelli:

L’efficacia di quello che può essere definito a tutti gli effetti il modello olandese risiede nel fatto di aver polarizzato la ricerca, di aver unito allo studio anche la produzione agricola e soprattutto di aver sviluppato una forte sinergia con l’industria. Oltre ad aver sdoganato alcune pratiche che sono ormai diventate mainstream nelle aziende agricole olandesi, come l’utilizzo di illuminazione a led che consente la coltivazione 24 ore su 24 in serre climatizzate, dove la temperatura viene mantenuta sempre a dei livelli ottimali grazie al calore generato dalle falde geotermiche presenti in gran parte dei Paesi Bassi, all’interno del Wur sono nate molte tecnologie interessanti che saranno sicuramente alla base dell’agricoltura indoor del futuro.

  • Fra queste vi sono sistemi digitali che consentono di monitorare e gestire il processo di crescita delle piante in modo ottimale. Si tratta di dispositivi che calcolano l’apporto idrico necessario, controllano l’intensità luminosa, valutano alcuni parametri come temperatura e anidride carbonica e consentono anche di stimare e regolare l’altezza dei soffitti delle serre in modo da garantire un ambiente confortevole a ogni stadio di sviluppo delle piante.

  • Un altro filone di ricerca importante è quello legato alle tecnologie ‘post-harvest’, ovvero a tutti quegli interventi che possono essere messi in pratica nella fase successiva al raccolto per preservare al meglio i prodotti ortofrutticoli, al fine di evitare gli sprechi e massimizzare la distribuzione. Sono attualmente allo studio una serie di tecnologie che puntano sulla sanificazione, umidificazione e perfezionamento di frutta e ortaggi con l’obiettivo di preservarne integrità, sapore e freschezzadal momento del raccolto fino a quella di permanenza nei magazzini dei rivenditori.

  • Diverse sono infine le applicazioni, disponibili per smartphone e tablet, che consentono di monitorare con maggiore semplicità, velocità e praticità, alcuni parametri da cui dipende l’efficacia della produzione agricola: ph del suolo, temperatura, carenza di fertilizzanti.Dati che generalmente vengono utilizzati per stilare dei rapporti completi sullo stato di salute del terreno coltivato.

L’esatto contrario dell’Italia, insomma. Se da noi si è puntato alla riduzione dei costi per far fronte alla concorrenza, in Olanda si è puntato sulla tecnologia per aumentare la resa ma anche per ridurre l’elemento di fatica umano. Meno braccianti e più Apps, in poche parole.

 

—- Il problema italiano: il nanismo —-

Ma qual è la ragione dietro all’adozione di strategie così differenti? Le dimensioni, direi. Leggiamo [6]:

La superficie agricola utilizzata (SAU) nell’UE-28 era pari a quasi 175 milioni di ettari (circa il 40,0 % della superficie totale), con una dimensione media di 16,1 ettari per azienda agricola. In termini di superficie agricola utilizzata, la Francia e la Spagna possedevano la percentuale più elevata di superficie agricola dell’UE-28, con una quota rispettivamente del 15,9 % e del 13,3 %, mentre il Regno Unito e la Germania registravano quote poco al di sotto del 10,0 % (cfr. grafico 1). Di contro, il numero più elevato di aziende agricole si registra in Romania (3,6 milioni), dove si trova un terzo (33,5 %) di tutte le aziende dell’UE-28. La Polonia ha registrato la seconda percentuale più elevata di aziende agricole (13,2 %), poco al di sopra dell’Italia (9,3 %) e della Spagna (8,9 %).

Se consideriamo le dimensioni per ettaro delle imprese agricole l’Italia si situa in fondo alla classifica. Così facendo, tuttavia, viene a mancare il fatturato e le risorse da poter spendere sull’innovazione tecnologica e l’utilizzo delle Apps o della robotica. Per non parlare, poi, delle competenze richieste per passare da un’azienda con il bracciante in nero a una con tecnici che gestiscono droni e Apps.

Average_utilised_agricultural_area_per_holding,_2010_and_2013_(¹)_(hectares)_YB16

Si badi bene che il fenomeno non è limitato al solo settore agricolo ma, complessivamente, investe l’intera struttura economica italiana. Essendo l’economica italiana specializzata in settori esposti alla concorrenza delle economie emergenti (concorrenza di costo, quindi) ed essendo le aziende italiane di dimensioni ridotte e pertanto caratterizzate da scarse risorse e dalla necessità di avere dipendenti tuttofare, si è ben pensato di puntare sulla flessibilità per ridurre i costi tagliando le retribuzioni. Il che spiega, anche, perché l’export tira mentre l’import muore: con il mercato interno comatoso o esporti o chiudi.

Ovviamente è una strategia senza futuro perché chi può cambia lidi e, guarda caso, fra i migranti italici troviamo profili e professioni qualificate, mentre chi scappa proviene più dalla Lombardia e dal Veneto che dalla Calabria. A chi rimane, poi, tocca anche sorbirsi le lamentele degli imprenditori italiani che faticano a trovare determinati profili per un tozzo di pane… che sono richiesti in tutta Europa con retribuzioni molto più interessanti.

Per chiudere il post dobbiamo solo evidenziare il paradosso della dignità: esattamente come succede per i fattorini, i braccianti hanno un lavoro solo grazie alle condizioni disgustose alle quali possono lavorare. Con un reddito decente le aziende dovrebbero scaricare il costo sui consumatori che, semplicemente, comprerebbero i prodotti di altre realtà (magari olandesi). Se, invece, si seguisse il modello olandese il risultato non cambierebbe vista la necessità di skills e competenze non presenti nei lavoratori e non ottenibili, al netto delle fantasie dell’Ichino di turno, con un corso di tre mesi. Sfruttati o disoccupati, alternativa non c’è….

 

Approfondimenti:

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[1] Cfr. http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/08/08/news/strage_dei_braccianti_due_cortei_a_foggia_ora_basta_con_il_caporalato_-203640810/?refresh_ce

[2] Cfr. http://www.rassegna.it/articoli/legge-sul-caporalato-presidio-di-civilta

[3] Cfr. http://www.meltingpot.org/Conoscere-la-Grande-Distribuzione-Organizzata-e-il.html#.W22v2NIzbIU

[4] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-08-08/caporalato-difesa-gdo-le-doppie-aste-non-dipendono-noi-191935.shtml?uuid=AEK5WeXF

[5] Cfr. http://www.green.it/agricoltura-indoor-del-futuro-food-valley/

[6] Cfr. http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Farm_structure_statistics/it

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Questa voce è stata pubblicata il 10 agosto 2018 da in economia con tag , , .
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