Charly's blog

Il futuro demografico del paese: ma le pensioni chi le paga?

Fra un annuncio e l’altro Salvini non si è dimenticato lo scottante argomento della natalità: «L’obiettivo che mi pongo da qui fino a fine governo è introdurre il concetto di quoziente familiare, in modo da premiare la natalità e la scommessa sul futuro.» [1]. La demografia è importante perché i bambini di oggi saranno i lavoratori di domani e i lavoratori di oggi saranno i pensionati di domani. E senza lavoratori come si possono pagare le pensioni?

 

—- Le previsioni dell’Istat —-

Le previsioni demografiche sono estremamente difficili da fare visto che l’andamento demografico può essere influenzato da numerosi fattori. In genere si delineano più scenari proprio per far fronte all’incertezza derivante dal futuro. Ecco quanto prevede l’Istat come scenario mediano [2]:

  • Si stima che in Italia la popolazione residente attesa sia pari, secondo lo scenario mediano, a 59 milioni nel 2045 e a 54,1 milioni nel 2065. La flessione rispetto al 2017 (60,6 milioni) sarebbe pari a 1,6 milioni di residenti nel 2045 e a 6,5 milioni nel 2065. Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici, la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,4 milioni a un massimo di 62.

  • Il Mezzogiorno perderebbe popolazione per tutto il periodo mentre nel Centro-nord, dopo i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, si avrebbe un progressivo declino della popolazione soltanto dal 2045 in avanti.

  • La fecondità è prevista in rialzo da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2017-2065. Tuttavia, l’incertezza aumenta lungo il periodo di previsione. L’intervallo di confidenza proiettato al 2065 è piuttosto alto e oscilla tra 1,25 e 1,93 figli per donna

  • La sopravvivenza è prevista in aumento. Entro il 2065 la vita media crescerebbe di oltre cinque anni per entrambi i generi, giungendo a 86,1 anni e 90,2 anni, rispettivamente per uomini e donne (80,6 e 85 anni nel 2016). L’incertezza associata assegna limiti di confidenza compresi tra 84,1 e 88,2 anni per gli uomini e tra 87,9 e 92,7 anni per le donne.

  • Si prevede che il saldo migratorio con l’estero sia positivo, mediamente pari a 165 mila unità annue (144 mila l’ultimo rilevato nel 2016), seppure contraddistinto da forte incertezza.

  • L’età media della popolazione passerà dagli attuali 44,9 a oltre 50 anni nel 2065. Considerando che l’intervallo di confidenza finale varia tra 47,9 e 52,7 anni, il processo di invecchiamento della popolazione è da ritenersi certo e intenso.

  • Si prevede un picco di invecchiamento che colpirà l’Italia nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%.

Tralasciando gli aspetti socio-culturali, l’immigrazione potrebbe essere una soluzione al declino demografico dato che in genere i migranti sono giovani e lavoratori. In effetti in caso di migrazione nulla si perderebbero ulteriori 2,6 milioni di individui. C’è come al solito un problema: l’immigrato cerca lavoro e un’economia in crisi demografica è anche un’economia che non offre grandi aspettative professionali. Avere bisogno di immigrati giovani non vuol dire essere nelle condizioni di poterli attrarre…

 

—- L’invecchiamento non è uguale per tutti —-

Considerando l’andamento dell’età media  e il peso degli over 65 dovremmo ritrovarci una situazione del genere:

già nell’anno base (2017 N.d.R.) la struttura per età risulti piuttosto sbilanciata, con un’età media che si avvicina ai 45 anni e una quota di ultrasessantacinquenni superiore al 22%.

Nel 2025 le medesime coorti, che nel frattempo transitano a un’età compiuta di 47-62 anni, sono ancora le più numericamente consistenti. La popolazione in età attiva, oltre che a invecchiare, comincia anche a ridursi, scendendo al 63,2% del totale rispetto all’iniziale 64,2%.

Un periodo critico sotto il profilo della composizione per età della popolazione è quello a ridosso del 2045. Intorno a tale anno la popolazione in età attiva scenderebbe al 54,5% del totale, con un’età media della popolazione salita nel frattempo a 49,6 anni (scenario mediano). Lo sbilanciamento strutturale in favore delle età anziane si fa quindi consistente, in virtù di una quota di ultrasessantacinquenni pari al 33,5% del totale.

Nell’arco di 30 anni gli over 65 aumenterebbero del 50% raggiungendo un terzo della popolazione totale. In più si dovrà anche registrare il calo della popolazione attiva, da unire all’aumento del numero dei pensionati.

Tanto per non farsi mancare niente il problema assume una connotazione di stampo regionale:

Nel Sud e nelle Isole, invece, la popolazione passerebbe da un’età media iniziale compresa tra i 43 e i 44 anni, quindi più bassa di quella registrata nel Centro-nord, a una vicina ai 46 anni entro il 2025 e quindi a una superiore ai 50 entro il 2045. Intorno a tale periodo il Mezzogiorno risulterebbe così l’area del Paese a più forte invecchiamento, con un’ulteriore prospettiva di aumento dell’età media che, pur decelerando, perverrebbe al livello di 51,6 anni entro il 2065.

In un paese di anziani ci sarebbe comunque una parte ancora più anziana e mantenuta da quella meno anziana. Con tutto quello che ne consegue in termini di convivenza politica fra il Nord e il Sud…

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[1] Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/08/10/salvini-introdurro-quoziente-familiare_cb4419ab-aebf-43fb-b74f-2130fb222ded.html

[2] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/214228

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Questa voce è stata pubblicata il 21 agosto 2018 da in società con tag .
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