Charly's blog

Lo chiamavano agente razionale: gli italiani, la scuola e il mondo del lavoro…

Sapete a cosa serve il moralismo? Sul piano esterno serve a mascherare i rapporti di dominanza sociale/culturale/economica in modo da scaricare la colpa sulla vittima: se sei sotto nella catena alimentare è colpa tua che non lavori, non sei intelligente o non lo fai/sei abbastanza. Sul piano interno, invece, serve per rassicurare il proprio locus di controllo: se non facendo il proprio dovere le vittime meritano il loro stato di vittima, allora, se io svolgo il mio dovere merito quello che possiedo. O avrò quello che ora non possiedo e che desidero.

Va da sé che la visione moralista non tiene conto dell’inevitabile peso del caso e nasconde quanto le nostre azioni, in realtà, siano vane e futili contro fenomeni e i loro effetti che trascendono il singolo e si scaricano su scala globale. Ma è un cane che si morde la coda e propria questa paura fornisce un ulteriore impulso alla visione moralista del mondo. Minore è il controllo sulla propria vita e maggiore è la tentazione moralista.

 

—- Itagliiiiaaaannnoooo, pentiti! —–

Gli ultimi moralisti in Italia non sono i preti che, ormai, non trovano più orecchie disposte ad ascoltare i loro sermoni o predicozzi. Gli ultimi moralisti rimasti sono i liberisti/liberali pronti a inneggiare al mercato globale, alla competizione e a flagellare gli italiani rei di essere pigri, ignoranti, statalisti e via dicendo.

Leggiamo l’ultimo esempio [1]:

Stranieri, donne, giovani. Nella classifica delle categorie sociali più discriminate in Italia il podio è questo, decidete voi in che ordine. La novità, semmai, è che a queste tre categorie si aggiunge un attributo dirimente. Anche in questo caso, scegliete voi come definirlo – la cultura, l’intelligenza, il titolo di studio -, ma l’importante è che non ve lo dimentichiate, perché dice molto del Paese in cui solo il 18% della popolazione è laureato, penultimi nell’area Ocse, davanti al solo Messico, contro il 37% del dato medio e il 46% di Regno Unito e Usa: un Paese che odia i cervelli, che non sa cosa farsene, che li vorrebbe lontano. E che poi, dopo aver buttato nel cesso la più importante risorsa economica a sua disposizione, in assenza di capitale e risorse naturali, ulula alla Luna contro l’invasione dei migranti e l’Europa cattiva.

Per quanto i laureati se la cavino meglio dei diplomati, su scala europea siamo sempre scarsini: «Ad esempio, scopriamo che la distanza tra il tasso di occupazione italiano (più basso) e quello medio dei Paesi Ocse (più alto) aumenta più il grado d’istruzione sale. La diciamo meglio, se volete: all’estero, più studi più lavori. Da noi, molto, molto meno. Talmente assurdo da stropicciarsi gli occhi, per sperare di aver letto male».

Peggio ancora sul piano finanziario: «E non è il solo dato assurdo, che certifica il nostro odio per il sapere: lo sapevate, ad esempio, che la spesa per studente, tra il 2010 e il 2015 è diminuita del 7%, anziché aumentare? Che rispetto alla media Ocse l’Italia spende il 27% per ogni singolo studente universitario? Che l’Italia è il Paese Ocse con gli insegnanti più anziani? O che è uno dei pochi al mondo in cui il valore reale dello stipendio di un’insegnante è sceso di 7 punti percentuali tra il 2010 e il 2016? Anni di inflazione zero, se non ricordiamo male. Come lo volete chiamare, questo, se non odio per il sapere? Come, se non menefreghismo assoluto – o, peggio: totale disinvestimento – per le giovani generazioni?».

Insomma, italiani rozzi e ignoranti, no? O, magari, c’è della razionalità in questa apparente follia, voi che dite?

 

—- Diamo i dati: l’Italia e l’educazione —-

Prima di procedere nello spiegare l’arcano fenomeno in questione, non può che farci bene dare un’occhiata a un paio di statistiche [2]. Se consideriamo la classe d’età 23-34, la percentuale di coloro che si fermano alla licenza media è pari al 29% per gli uomini e al 22% per le donne contro il 17% degli uomini e il 14% delle donne della media OECD. Se passiamo al diploma troviamo che il 51% degli uomini e il 45% delle donne si sono fermati alla maturità, contro il 46% degli uomini e il 37% delle donne della media OECD. A livello di educazione universitaria abbiamo il 20% degli uomini e il 33% delle donne che hanno discusso una tesi contro il 38% degli uomini e il 50% delle donne della solita media OECD. Studiamo di meno rispetto agli altri paesi industrializzati, c’è poco da dire ed è un fatto noto e risaputo.

Sul versante del tasso di occupazione nella classe di età 25-64 abbiamo quanto segue: per chi si è fermato alla terza media abbiamo il 50%, per i diplomati il 71% e per i laureati il valore sale a 82%. La solita media OECD registra ripettivmente 56%, 76% e 87%. Più che le differenze comparative fra i titoli di studio stessi che sono assolutamente trascurabili, io farei notare i valori più alti a tutti i livelli che possono vantare gli altri paesi economicamente avanzati. Allo stesso tempo fra i 25-9enni abbiamo il 24% dei NEETs contro il 13% targato OECD.

Sul versante finanziario riportiamo direttamente le parole del report: «The economic crisis on 2008 lasted longer in Italy than in other countries. For this reason, expenditure per student on primary to post scondary non-tertiary educational institutions only returned to the same level as in 2010 in 2015». Mi permetto, poi, gi aggiungere un altro concetto: «Teachers’ statuory salaries in pre-primary to secondary public schools fell steadily over the period 2010-16, in real terms; in 2016 they were 93% of their value in 2005. They were also lower than the OECD average: starting salaries ranged from 89% (in upper secondary general programmes) to 94% (pre-primary schools) of the OECD average». Mancano le risorse per nuove assunzioni o aumenti salariali. La cosa buffa è che i nostri amici moralisti non fanno che ripetere “i limiti del bilancio finanziario”…

 

—- C’è della razionalità in questa follia —-

Visti i numeri, passiamo al perché. Sul motivo per le ridotta spesa, beh, immagino che siate già giunti al punto “crisi fiscale”: dopo 30 anni di bilancio in rosso è normale che si spenda poco rispetto a paesi in condizioni economiche floride. Si deve poi aggiungere un più prosaico motivo, quello demografico. Ricordiamo che negli ultimi dieci anni abbiamo avuto un calo costante di marmocchi: «Nel 2016 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 473.438 bambini, oltre 12 mila in meno rispetto al 2015. Nell’arco di 8 anni (dal 2008 al 2016) le nascite sono diminuite di oltre 100 mila unità» [3]. E meno nuovi nati vuol dire anche meno studenti. I più acuti di voi avranno notato che lo stesso trend si registra nelle pensioni ma al contrario. Meno studenti vuol dire meno risorse nella scuola che, invece, finiscono nella spesa previdenziale per via dell’aumento del numero dei pensionati.

Per i nostri amici moralisti la situazione è come segue:

  • Crisi fiscale, stagnazione economica = meno risorse disponibili;
  • Calo delle nascite, aumento dei pensionati = spostamento delle risorse dalla scuola alla spesa previdenziale;

Poi, per carità, siamo tutti d’accordo che una cosa del genere non sia una strategia che possa assicurare un roseo avvenire. Ma è anche perfettamente razionale visti i fattori in gioco.

Passiamo ora al secondo punto, il ridotto valore del pezzo di carta. Il motivo è da ricercare in questa caratteristica del sistema economico italiano: «In Italia le PMI costituiscono una realtà numericamente molto significativa: su 4.338.766 imprese, 4.335.448 (il 99,9%) sono, infatti, piccole e medie imprese (Tab. 1). Inoltre, la quasi totalità di PMI (il 95%) è costituita da imprese con meno di 10 addetti. Il resto è formato da imprese che impiegano da 10 a 49 addetti (196.090 unità, pari al 4,5%), mentre le imprese di taglia più grande (da 50 a 249 addetti) sono appena 21.867, ossia lo 0,5% del totale» [4]. E: «Le Pmi non costituiscono solo numericamente l’ossatura del sistema produttivo nazionale, ma anche il loro contributo in termini di occupazione è significativo: impiegano, infatti, oltre l’81% degli occupati, in particolare nel settore dei servizi (circa il 49%). Analoga situazione si registra anche in termini di valore aggiunto: il 72,4% (esclusa l’agricoltura) è prodotto dalle PMI, di cui più della metà dalle imprese del terziario (Tab. 2).»

Il nanismo delle aziende italiane porta a due conseguenze facilmente prevedibili:

  • Una minore disponibilità finanziaria che non permette di pagare i laureati che, in teoria, costano di più;
  • Una dimensione ridotta che non permette né richiede una burocrazia interna;

Nel primo caso le PMI richiedono tecnici e non ingegneri – anche per via della specializzazione produttivamentre nel secondo caso quelli che volgarmente – e a torto – vengono definiti laureati umanistici non hanno mercato.

Meglio approfondire l’ultimo punto. In un paese di brambilla, aziendine e scarsa alfabetizzazione (tipo in materie come la sociologia dell’organizzazione) è comune sentir dire che non si deve lavura’ in ufficio ma nelle fabrichette. Se non fosse che all’estero gli uffici ci sono, per dirne una, io ci lavoro. Ma mica nelle PMI, si lavora nelle multinazionali da 150.000 dipendenti. E sapete perché? Se hai 150.000 dipendenti li devi organizzare e gestire, proprio grazie alla burocrazia interna (HR, accouting, logistica, customer service). Anche gli eserciti funzionano allo stesso modo, se per questo: durante l’ultimo conflitto mondiale un terzo dei mobilitati non era personale combattente ma amministrativo. Abbastanza razionale e logico, a parte per i brambilla…

 

—- E gli stranieri? —-

Un’ultima postilla: in Italia gli stranieri se la cavano male, persino peggio dei nativi. Ma anche qui abbiamo un paio di perché:

  • Gli stranieri in Italia lavorano in settore low-skills con un reddito minore da impiegare nello studio. L’università costa, santo cielo;
  • Gli stranieri in quanto tali e per le posizioni lavorative occupate hanno meno capitale sociale e relazionale rispetto a un nativo laureato e figlio di laureati;
  • Gli stranieri non sono madreligua e potrebbero avere problemi sotto questo versante;
  • La società italiana è scarsamente mobile e basata sui legami deboli: studiare sono soldi buttati;

Ricapitolando il tutto, che la situazione italiana abbia imboccato una brutta china è abbastanza palese. La specializzazione produttiva, la dinamica demografica, la scarsa alfabetizzazione in un mondo hi-tech sono cose che si pagano. Nulla da eccepire, ma sono anche fenomeni logici e assolutamente razionali. Con il curioso paradosso che chi cita sempre il modello dell’attore razionale poi fallisce miseramente nel notare le ragioni altrui…

 

Approfondimento:

– Locus di controllo: http://www.culturainimpresa.com/403/

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[1] Cfr. https://www.linkiesta.it/it/article/2018/09/12/litalia-e-un-paese-che-odia-i-cervelli-peggio-ancora-se-giovani-donne-/39402/

[2] Cfr. https://read.oecd-ilibrary.org/education/education-at-a-glance-2018/italy_eag-2018-53-en#page8

[3] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/213817

[4] Cfr. https://www.confcommercio.it/-/le-piccole-e-medie-imprese-in-italia

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Questa voce è stata pubblicata il 16 settembre 2018 da in società con tag , , , , .
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