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Diamo i dati: i poveri in Italia

Sul web gira quest’immagine relativa al numero dei poveri in Italia sotto le varie legislature:

Al netto del messaggio politico retrostante, i dati sono corretti o meno? Perché si sa, in tempi di fake news è sempre meglio controllare.

 

—- Sì, siamo poveri —-

Il controllo dei dati, in realtà, è piuttosto semplice dato che viene indicata la fonte, l’Istat. E dopo un rapido controllo  sul sito dell’Istat non posso che confermare i numeri.

In sintesi:

 

Tabella n°1. Povertà assoluta famiglie/persone

Anni ITALIA
  Famiglie povere (in migliaia) incidenza di povertà (%) Persone povere incidenza di povertà (%)
2005 819 3,6 1911 3,3
2006 789 3,5 1660 2,9
2007 823 3,5 1789 3,1
2008 937 4,0 2113 3,6
2009 969 4,0 2318 3,9
2010 980 4,0 2472 4,2
2011 1081 4,3 2652 4,4
2012 1398 5,6 3552 5,9
2013 1614 6,3 4420 7,3
2014 1470 5,7 4102 6,8
2015 1582 6,1 4589 7,6
2016 1619,2 6,3 4741,5 7.9
2017 1778 6,9 5058,1 8.4

Fonte: Istat

Si impongono, però, alcune precisazioni metodologiche. Nell’immagine che circola non viene chiarito ma stiamo parlando di famiglie e persone in povertà assoluta. Ecco la differenza fra quella assoluta e quella relativa:

Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.

Soglia di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro-capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2017 questa spesa è risultata pari a 1.085,22 euro mensili.

Essendo i due indicatori differenti per metodologia e scopo, i dati relativi non sono, ovviamente, gli stessi.

 

—- Sempre più poveri… —-

La prima pessima notizia è che i valori del 2017 sono i più alti dal 2005. Con riferimento alle famiglie, «l’incremento rispetto al 2016 (da 6,3% a 6,9%) si deve per due decimi di punto percentuale alla crescita dei prezzi al consumo che nel 2017 è stata pari a +1,2%». Su scala geografica il «Mezzogiorno registra un incremento significativo rispetto all’anno precedente (da 8,5% a 10,3%) confermandosi come area del Paese più svantaggiata. L’incidenza della povertà assoluta cresce anche per gli individui (da 7,9% dell’anno precedente a 8,4%), raggiungendo nel Mezzogiorno il valore più elevato (11,4%) tra le ripartizioni».

Tra gli individui in povertà assoluta si stima che «le donne siano 2 milioni 472mila (incidenza pari all’8,0%), i minorenni 1 milione 208mila (12,1%), i giovani di 18-34 anni 1 milione e 112mila (10,4%, valore più elevato dal 2005) e gli anziani 611mila (4,6%)». Per quanto riguarda i minori «il valore dell’incidenza, infatti, dal 2014 non è più sceso sotto il 10%; nel tempo crescono anche i valori dell’incidenza fra gli adulti tra i 35 e i 64 anni (da 2,7% del 2005 a 8,1% del 2017)».

Tabella n°2. Incidenza di povertà assoluta per classe d’età

2016 2017
Fino a 17 anni 12,5 12,1
18-34 anni 10 10,4
35-64 anni 7,3 8,1
65 + 3,8 4,6

Fonte: Istat.

Per quanto riguarda l’istruzione, «continua a essere fra i fattori che più influiscono sulla condizione di povertà assoluta. Si aggravano le condizioni delle famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare (da 8,2% del 2016 al 10,7%); tale valore è il più alto osservato nell’intera serie storica a partire dal 2005. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%». Nessuna novità, abbiamo già visto che il tasso di occupazione cresce con l’aumentare del livello del titolo di studio conseguito mentre il tasso di disoccupazione cresce con il suo diminuire.

Fra le famiglie con persona di riferimento occupata e dipendente «si confermano i valori più elevati di incidenza di povertà assoluta se la condizione professionale è quella di ‘operaio e assimilato’ (11,8%); l’incidenza di povertà cresce in generale fra i non occupati (da 6,1% del 2016 al 7,7%) e raggiunge il valore massimo tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (26,7%); mentre permane al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,2%)». Anche qui nessuna sorpresa, se non lavori o lavori nel settore low skills sei a rischio povertà.

Tabella n°3: incidenza povertà assoluta per titolo di studio e condizione professionale

2016 2017
Licenza elementare, nessun titolo 8,2 10,7
Licenza scuola media 8,9 9,6
Diploma 4 3,6
Occupato 6,4 6,1
Dipendente 6,9 6,6
Indipendente 5,1 4,5
Non occupato 6,1 7,7

Fonte: Istat.

Passiamo ora alla povertà relativa.

 

—- La povertà relativa —-

Nel 2017 «si stima siano 3 milioni 171mila le famiglie in condizione di povertà relativa (con un’incidenza pari a 12,3% tra tutte le famiglie residenti), per un totale di 9 milioni 368mila individui (15,6% dell’intera popolazione). Di questi, 4 milioni 669mila sono donne (15,1%), 2 milioni e 156mila sono minori (21,5%) e quasi 1 milione e 400mila anziani (10,5%)».

Anche qui registriamo un trend in crescita rispetto al 2016 sia in termini di famiglie (da 10,6% del 2016 a 12,3%) sia di persone (da 14,0% a 15,6%): «tale peggioramento è trainato in larga parte dal Mezzogiorno (da 19,7% a 24,7% in termini di famiglie, da 23,5% a 28,2% in termini di individui). L’intensità della povertà nel 2017 è pari a 24,1% e corrisponde ad una spesa media equivalente delle famiglie povere di 824,02 euro mensili; nel 2016 era di 803,79 euro (24,3%)».

Tabella n°4. Incidenza povertà relativa per classe d’età.

2016 2017
18-34 anni 14,6 16,3
35-44 anni 14,6 14,8
45-54 anni 11,6 13,8
55-64 anni 9,4 11
65+ anni 7,9 10

Fonte: Istat.

Considerando il livello di istruzione della persona di riferimento, «segnali di peggioramento si rilevano ai livelli medio-bassi: con nessun titolo di studio o licenza elementare si passa dal 15,0% al 19,6%, con licenza di scuola media dal 15,0% al 16,6%. Se la persona di riferimento ha almeno il diploma l’incidenza si attesta a 6,5%».

Tabella n°5: incidenza povertà relativa per titolo di studio e condizione professionale.

2016 2017
Licenza elementare, nessun titolo 15 19,6
Licenza scuola media 15 16,6
Diploma e oltre 6,3 6,5
Occupato 10,2 10,5
Dipendente 10,7 11,3
Indipendente 9 8,4
Non occupato 11 14,1

Fonte: Istat.

Esattamente come la povertà assoluta anche per quella relativa il rapporto fra livello di studio e tipologia di lavoro con l’incidenza della povertà è evidente.

 

—- La povertà e i gruppi sociali —-

La povertà, infine, presenta un’incidenza differente in base ai gruppi sociali:

A mostrare la distanza più ampia dalla media nazionale (22 punti percentuali) e l’incidenza di povertà assoluta più elevata (28,9% per le famiglie e 33,4% per gli individui) sono le famiglie a basso reddito con stranieri. Queste rappresentano il 27,0% di tutte le famiglie povere in termini assoluti e il 31,0% degli individui poveri. All’interno del gruppo, si registrano differenze territoriali, con un’incidenza minima del 21,7% al Centro e una massima del 37,8% nel Mezzogiorno.

Le famiglie a basso reddito di soli italiani hanno un’incidenza di povertà assoluta dell’11,8% e rappresentano il 12,9% del totale delle famiglie povere: il Nord mostra il valore minimo (7,7%) e il Mezzogiorno quello più elevato (15,6%). Per le famiglie tradizionali della provincia, l’incidenza di povertà assoluta peggiora, passando dal 9,9% del 2016 al 14,0%.

Valori dell’incidenza della povertà assoluta superiori alla media nazionale caratterizzano anche le anziane sole e i giovani disoccupati (11,9%) con un picco del 15,5% nel Mezzogiorno e il valore minimo al Centro (6,1%). I redditi da lavoro, così come quelli da pensione da lavoro, anche nel 2017 continuano ad offrire una tutela dal rischio di povertà e caratterizzano in tal senso i quattro gruppi con valori dell’incidenza della povertà assoluta inferiore alla media nazionale.

La povertà assoluta è sostanzialmente inesistente tra la classe dirigente e le famiglie dei pensionati d’argento mentre mostra valori molto bassi dell’incidenza per quelle degli impiegati (2,1%).

Le famiglie degli operai in pensione e quelle dei giovani blue-collar mostrano un’incidenza di povertà pari al 4,8%. Va sottolineato che il Mezzogiorno presenta valori più elevati per entrambi i gruppi sociali (rispettivamente 8,6% e 6,4%) e il Nord quelli più contenuti (2,6% e 3,5%).

Morale della favola? Che i numeri che abbiamo visto sono figli di una situazione economica negativa – dopo la stagnazione abbiamo avuto la recessione e poi, ancora, la stagnazione – e che, a dispetto della retorica del laureato disoccupato, studiare conviene. Se non in Italia, mal che vada, all’estero.

 

Approfondimento:

– Metodologia:

Incidenza della povertà: si ottiene dal rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti. Relativamente alle persone, si ottiene come rapporto tra il numero di persone in famiglie povere e il totale delle persone residenti.

Intensità della povertà: misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.

 

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[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/164869 + https://www.istat.it/it/archivio/189188 + https://www.istat.it/it/archivio/217650.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 settembre 2018 da in Diamo i dati con tag , .
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