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Italy vs Japan: più vicini di quanto si pensi

In attesa della Nota di Aggiornamento del Def, vorrei far presente quanto sia facile leggere l’andamento economico sotto una chiave di lettura moralistica vagamente agonistica. Non è, infatti, facile argomentare che i paesi che fanno le riforme e sono competitivi godono di elevata occupazione, elevato reddito e crescita del PIL? D’altronde, si sa, nella vita quotidiana chi si impegna e rispetta le regole ottiene solo vantaggi a dispetto di truffatori e scansafatiche… o no?

 

—- E l’Italia non cresce più —-

Che la perfomance economica dell’Italia sia deludente da almeno vent’anni non è di certo un mistero. Secondo Carlo Cottarelli il motivo sarebbe da attribuire a fattori quali «evasione fiscale, corruzione, peso della burocrazia, giustizia lenta, crollo demografico, divario fra Sud Italia e resto del Paese sono i sei peccati capitali commessi dall’Italia» [1]. Fattori dovuti alla «mancanza di capitale sociale e con l’abitudine degli italiani di essere “individualisti” e free rider».

Cottarelli cita anche l’euro: «Dal 1999 al 2008 i costi di produzione italiani sono aumentati più che in Germania ma con l’euro, non potendo più ricorrere alle svalutazioni, ci sarebbe stato bisogno di più disciplina. In questo modo l’Italia ha perso di competitività, a discapito delle nostre importazioni e degli investimenti». Ma anche qui, ovviamente, la colpa è dell’italiano improvvido che non si è preparato all’evento e che ha bisogno di disciplina.

La soluzione è che l’Italia diventi più efficiente e competitiva, diagnosi condivisa anche dal The Global Competitiveness Report [2]. Complessivamente il bel paese si piazza al 43esimo posto su 137 economie prese in esame. La cause della scarsa competitività del paese sono da ricercare in fattori quali:

  • Inefficienza della burocrazia statale;
  • Peso e complessità della tassazione;
  • Mercato del lavoro troppo regolamentato;
  • Difficoltà per l’accesso al credito;
  • Carenze infrastrutturali;
  • Poca propensione all’innovazione;
  • Corruzione;

Più distaccata e di minore successo l’idea del livello inadeguato di istruzione della forza lavoro.

 

—- Mica come il Giappone, eh… —-

Per il Giappone la storia è differente visto che si piazza in nona posizione. È facile notare quanto il Giappone sia ricco [3]:

The Japan of today is amazingly prosperous. The first thing you notice is that it is spic and span clean: not a cigarette butt on a station platform; metro car floors you could eat off of; all new autos including many Mercedes and BMWs; endless flows of prosperous Japanese students and other tourists; ultra modern buildings everywhere; restaurants full of diners; Kobe beef at $250 or more a pound. In back streets of Tokyo and Kyoto, there is not a sign of poverty, dirt, or disease.

Così come è semplice elencare i punti di forza del paese [4]:

  • To a large extend the progress of Japan is the result of extended working week and day. Compared with other countries, Japan needs a shorter period of time to achieve the same financial results.

  • One of the secrets of the incredible success of Japan lies in the traditional culture and way of thinking of the Japanese people. They have enormous respect when it comes to the workplace and are very serious about their duties. In addition to the long hours they spent at work, Japanese people make great efforts to reach the highest possible quality of their job.

  • Investment in research is a giant step towards the progress of each nation. Japan makes great efforts and regularly invests huge resources to develop new technologies and innovations in every sphere of the economy. The country promotes creative and imaginative thinking in the younger generation and invests serious amounts of money in education. Japan does not underestimate the new and strange-looking ideas.

  • Building a good name and perfect reputation. As a producer of high-quality technological and industrial products, over the years Japan has become one of the countries with the most impeccable reputation.

  • Rapid deployment of new technologies.

  • Investment in promising industries.

  • The high level of personal security in most Japanese corporation is considered to be one of the main factors behind the powerful economic development of Japan. In many companies is popular the so called lifetime employment. This is a kind of guarantee that a person can keep their job in the corporation until retiring. This affects the quality of work, because people feel a greater responsibility, especially having in mind that most corporations guarantee gradually climbing up the career ladder.

  • Strong industrial production. Yes, Japan is dependent on raw materials, but on the other hand the country produces about 97% of all the needed industrial goods.

  • Excellent infrastructure.

  • Extremely low levels of crime. Japan is extremely safe and peaceful country. Although the capital Tokyo is the largest city on the planet, it is very safe in comparison with most large cities in the world.

Per non farsi mancare nulla anche la scuola Giapponese è eccellente: «La qualità del sistema di istruzione del Giappone rappresenta un caso d’eccellenza. Lo studente medio ha ottenuto un punteggio pari a 529 punti in termini di competenze in scienze, lettura e matematica nell’ambito del Programma dell’OCSE per la valutazione internazionale degli studenti (PISA)». Mica come l’Italia, no?

 

—- Il Giappone e l’Italia: più vicini di quanto si pensi —-

Insomma, il Giappone può solo vantare fattori positivi e pro crescita del PIL. Vediamo un attimo l’andamento del PIL:

Aspetta un attimo, dopo il 1990 non vedo grandi differenze fra i due paesi, mentre il debito pubblico – il fardello che grava sulle generazioni future, ricordate? -giapponese è quasi il doppio di quello italiano. Il reddito medio procapite nipponico è pari a 28.641 dollari americani annui, più alto dei 26.063 italiani, ma sempre sotto la media OCSE di 30.563 dollari. Che poi 2,6mila dollari lordi all’anno in più vuol dire  una busta paga più ricca di poco più di duecento euro lordi. E questo sarebbe il premio di oltre 30 posizioni in più nella classifica delle economie più competitive?

Persino questi valori che a prima vista sono positivi per il Giappone in realtà nascondono un altro significato:

  • Il numero di ore lavorate all’anno è simile: 1710 per il Giappone, 1723 per l’Italia [5];
  • Tasso di occupazione: Giappone 76,7%, Italia 58,2% [6];
  • Tasso di disoccupazione: Giappone 2,4%, Italia 11% [7];

Aggiungiamo poi al tutto la qualità del sistema di istruzione italiano: «lo studente medio ha ottenuto un punteggio pari a 485 punti in termini di competenze in scienze, lettura e matematica nell’ambito del Programma dell’OCSE per la valutazione internazionale degli studenti (PISA). Il punteggio è leggermente inferiore alla media OCSE, pari a 486 punti».

Cosa viene fuori allora? Che i giapponesi, pur muovendosi in un contesto molto più competitivo e con un’istruzione migliore rispetto a quella italiana, a grandi linee producono lo stesso PIL. Ma con un’ulteriore aggravante: se le ore lavorate annue più o meno sono le stesse, a essere diseguali sono le persone che lavorano. In Giappone lavorano molte più persone che in Italia… ma producono a grandi linee tanto quanto gli italiani che si muovono in un contesto istituzionale e sociale poco competitivo e che vengono da una formazione scolastica mediocre nel migliore dei casi.

Messa così suona in modo diverso, non trovate? E tutte le chiacchiere sui giapponesi super studiosi e super lavoratori? Fuffa, visti che i risultati sono gli stessi dell’italiano cialtrone. O, magari, la storia è più complicata di così.

 

—- Contro il moralismo —-

Se le scienze naturali sono hard, quelle sociali sono complesse. È difficile trovare una relazione univoca fra più variabili, una spiegazione universale o anche solo comparare fra loro gli stessi fenomeni. In tutto questo l’economia non è un’eccezione al pari di altre discipline. Fin qui, a scanso di equivoci, abbiamo giocato visto che comparare il mero risultato finale del processo economico – tralasciando centinaia di altre possibili variabili, serie storiche e contesti extra economici – è nel migliore dei casi rozzo e poco significativo. Ma volevo far notare quanto le favolette moralistiche che ci tocca sorbire per l’Italia perdano di significato se applicate ad altri paesi considerati, non si sa bene perché, migliori o “più civili”.

Il discorso, ovviamente, è applicabile in toto anche alla Cina visto che quello che si è detto negli ultimi su Pechino lo si era detto, alcuni decenni prima, anche su Tokyo. E alla fine, al netto delle solite sciocchezze sul fatto che i cinesi, signora mia, studiano tanto, lavorano tanto, il dinamismo confuciano, anche in questo caso sarà divertente sentire poi i cantori della rinascita del dragone. Quando, fra 20/30, la Cina se sarà fortunata farà la fine del Giappone o se sarà sfortunata quella dell’Italia. Con tanti saluti ai cinesi che studiano tanto…

 

Approfondimenti:

– Dinamismo confuciano: http://www.itimitaly.it/66-il-modello-a-cinque-dimensioni-di-hofstede.html

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[1] Cfr. http://www.wallstreetitalia.com/italia-cottarelli-ecco-perche-leconomia-non-cresce/

[2] Cfr. https://www.weforum.org/reports/the-global-competitiveness-report-2017-2018

[3] Cfr. https://www.theatlantic.com/business/archive/2010/12/the-surprising-wealth-and-success-of-japan/67302/

[4] Cfr. https://www.touristmaker.com/blog/why-is-japan-so-rich/

[5] Cfr. https://data.oecd.org/emp/hours-worked.htm

[6] Cfr. https://data.oecd.org/emp/employment-rate.htm

[7] Cfr. https://data.oecd.org/unemp/unemployment-rate.htm

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2 commenti su “Italy vs Japan: più vicini di quanto si pensi

  1. Tusk
    28 settembre 2018

    Che poi i cottarelli sembrano far finta che sotto l’euro il decantato export cardine di ogni virtù è casomai aumentato (e la narrativa dell’assenza di disciplina? Seguendo la logica stessa di costoro si direbbe casomai il contrario) e se l’assenza di disciplina c’è proprio stata è da parte degli economisti e fini analisti come i cottarelli, che tanto berciano contro l’evasione fiscale ma stanno zitti come mosche riguardo il regime fiscale ridicolarmente basso a cui sono sottoposti i proprietari di immobili, rendite e grandi capitali. Ai quali se fai pure notare l’effetto nefasto delle delocalizzazioni (fatte perlopiù per cercare costi del lavoro più bassi possibile) con sfacciata bronzaggine in volto ti dicono che ciò è colpa delle tasse troppo alte sul lavoro (quelle che applicano loro stessi sempre e solo verso il lavoro e mai su capitali e rendite) , e quando gli fai notare che le delocalizzazioni sono la pratica preferita del capitalismo USA (dove i 7 fattori che hai elencato non si manifestano in quell’ambiente business-friendly) eccoteli che cadono dal pero o iniziano a sviare il discorso.

    • Charly
      30 settembre 2018

      Nel caso americano non manca l’ironia della storia: la Cina è diventata la seconda potenza mondiale proprio grazie alle localizzazioni e all’apertura dei mercati occidentali. America first…

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 settembre 2018 da in economia con tag , , , .
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