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Il problema geografico del Reddito di cittadinanza (e altro ancora)

Fra i vari paradossi che allietano la politica italiana non possiamo non citare la lotta alla povertà: abbiamo avuto da una parte Di Maio gridare da un balcone di aver abolito la povertà grazie al Reddito di cittadinanza, mentre dall’altra il PD andava in piazza contro quel provvedimento. Non prima di aver etichettato come scansafatiche che vogliono stare sul divano i milioni di disoccupati italiani che sono pure tanto scemi da farsi ingannare dal M5S. Immaginate il messaggio comunicativo che è passato all’ascoltatore distratto dei Tg…

 

—- Ma cos’e’ il Reddito di cittadinanza? —

Dare un giudizio su questa misura è particolarmente complicato perché non è ancora chiaro come si articolerà in termini pratici. Se consideriamo la proposta di legge presentata alcuni anni fa possiamo notare la natura bicefala del provvedimento oscillante fra un sussidio di disoccupazione e un reddito minimo garantito. Nell’articolo 3 possiamo leggere chi sono i beneficiari [1]:

Il reddito di cittadinanza garantisce al beneficiario, qualora sia unico componente di un nucleo familiare, il raggiungimento, anche tramite integrazione, di un reddito annuo netto calcolato secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, quantificato per l’anno 2014 in euro 9.360 annui e in euro 780 mensili.

E l’articolo 4 si premura di evidenziare il requisito della cittadinanza:

Hanno diritto al reddito di cittadinanza tutti i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età, risiedono nel territorio nazionale, percepiscono un reddito annuo calcolato ai sensi dell’articolo 3, comma 1, e che sono compresi in una delle seguenti categorie: a) soggetti in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione europea; b) soggetti provenienti da Paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale.

  1. Non hanno diritto al percepimento del reddito di cittadinanza tutti i soggetti che si trovano in stato detentivo per tutta la durata della pena.

D’altronde è un reddito di cittadinanza, no? Messo così sembrerebbe un reddito minimo garantito ma andando avanti nella lettura del testo troviamo un sussidio di disoccupazione finalizzato al reimpiego. Vediamo l’articolo 9: «Il beneficiario, esclusi i soggetti in età pensionabile, deve fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti».

A cui si aggiunge un obbligo di servizi sociali seppur calibrato sulla persona:

In coerenza con il profilo professionale del beneficiario, con le competenze acquisite in ambito formale, non formale e informale, nonché in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso del colloquio di cui all’articolo 11, comma 1, lettera b), sostenuto presso il centro per l’impiego, il beneficiario è tenuto ad offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti gestiti dai comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza o presso quello più vicino che ne abbia fatto richiesta, mettendo a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività del beneficiario stabilite dalla presente legge e comunque non superiore al numero di otto ore settimanali.

L’articolo 12 specifica la natura congrua dell’offerta di lavoro che si dovrebbe accettare pena il ritiro del beneficio:

Ai fini della presente legge la proposta di lavoro è considerata congrua se concorrono i seguenti requisiti: a) è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario in ambito formale, non formale e informale, certificate, nel corso del colloquio di orientamento, nel percorso di bilancio delle competenze e dagli enti preposti di cui all’articolo 10; b) la retribuzione oraria è maggiore o uguale all’80 per cento di quella riferita alle mansioni di provenienza se la retribuzione mensile di provenienza non supera l’importo di 3.000 euro lordi. La retribuzione oraria non è inferiore a quanto previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento e in stretta osservanza di quanto previsto all’articolo 19 della presente legge; c) fatte salve espresse volontà del richiedente, il luogo di lavoro non dista oltre 50 chilometri dalla residenza del soggetto interessato ed è raggiungibile con i mezzi pubblici in un arco di tempo non superiore a ottanta minuti.

E qui nascono i problemi, sia di struttura di fondo sia di tipo geografico…

 

—- Reddito di cittadinanza: la geografia —-

Il primo problema della misura nasce dalla platea di persone che possono godere del benificio. Un sussidio di disoccupazione è destinato solo ai disoccupati mentre un reddito minimo copre anche gli inoccupati: si pensi, al riguardo, ai pensionati. Immagino che sia il motivo per il quale a contare è il reddito totale della famiglia e non quello dell’individuo ma così facendo si potrebbe penalizzare il semplice disoccupato in una famiglia ad alto reddito.

Il secondo fattore da considerare è che un sussidio di disoccupazione universale, che protegge il lavoratore ed è finalizzato al reinserimento lavorativo, non è logicamente compatibile con la cassa integrazione che difende un’azienda fuori mercato con tutto ciò che ne consegue in termini di “distruzione creativa” delle imprese. E finora Di Maio si è guardato bene dall’abolire la CIG [2]:

“Nei prossimi giorni – ha ricordato Di Maio – scadrà la Cassa integrazione straordinaria per centinaia di migliaia di italiani. Se la Cassa integrazione straordinaria finisce è perché sia quella per cessazione sia questa ha una fine prevista dal Jobs Act: sia dannato il 7 marzo 2015, quando fecero il Jobs act. Quelli che lo fecero, eliminando un diritto fondamentale, non dovrebbero essere trattati come statisti, ma come assassini politici perché quello che hanno fatto ce lo troviamo oggi come governo”. Il ministro ha aggiunto che, “nel decreto Emergenze, meglio conosciuto come Genova, c’è anche la ricostituzione della Cassa integrazione per cessazione, uno strumento fondamentale per i lavoratori delle aziende che subiscono la delocalizzazione, ma anche per chi cessa l’attività per problemi di business”.

Ma al di là di queste problematiche si deve segnalarne un’altra potenzialmente fatale al Reddito di cittadinanza: la geografia. La misura fissa dei limiti per quanto riguarda l’obbligo di accettare offerte di lavoro congrue sia spaziali sia temporali: 50 km e 80 minuti. Nulla di nuovo e limiti simili sono presenti anche nei welfare universale scandinavi, se non fosse che l’Italia è uno dei paesi più grandi d’Europa e simili limitazioni riducono enormemente il numero delle possibili posizioni lavorative congrue. E, inoltre, la disoccupazione non è uniformemente distribuita in tutto il pase. Secondo il database online dell’Istat nel secondo trimestre dell’anno in corso i disoccupati nel Nord-Ovest erano 538mila, quelli del Nord-Est 314mila, quelli del Centro 536mila e quelli del Sud un milione e 416mila. Non ci vuole un genio per capire che la maggior parte dei disoccupati vive in regioni dove la disoccupazione abbonda con l’ovvia conseguenza che non si potrà offrire loro delle offerte di lavoro congrue al loro profilo.

Eliminare questa norma non risolverà il problema perché il nuovo salario minimo verrebbe di fatto stabilito dal Reddito di cittadinanza: 780 euro al mese, pare. Ma voi vi trasferireste dall’altra parte del paese per un contratto di somministrazione di 6 mesi e a 800 euro netti al mese? È evidente che a simili condizioni non converrebbe da un punto di vista meramente finanziario.

 Al quadro si deve aggiungere il fatto che il mismatch fra domanda e offerta di lavoro è una leggenda metropolitana. Per settembre 2018 si prevedeva la stipula di più di 415mila contratti di lavoro ma il 26% di questi presenterebbero difficoltà di reperimento [3]. Se non fosse che il 26% di 415 mila supera di poco le 100mila unità a fronte di 2,5 milioni di disoccupati: senza i lavori di difficile reperimento la disoccupazione calerebbe a 2,4 milioni. Un successone, non c’è che dire…

Ricapitolando:

  • La disoccupazione è dovuta all’andamento negativo del ciclo economico;
  • Le posizioni di difficile reperimento sono trascurabili se considerato il totale dei disoccupati;
  • Le limitazioni alla mobilità geografica ridurranno ulteriormente le possibili offerte di lavoro congrue;
  • L’assenza di limitazioni geografiche porterebbe all’impossibilità finanziaria di accettare offerte basse dall’altra parte del paese;

E non è finita qui.

 

—- La natura del sistema aziendale italiano —-

La riforma dei centri dell’impiego, ovviamente, influirà ben poco sui problemi fin qui presi in esame: se il lavoro non c’è non basta assumere più operatori allo sportello. Così come non si dovrebbe riporre molte speranze nel percorso formativo a cui destinare i disoccupati. Nel periodo 2018-22 si prevede che il fabbisogno medio annuo previsto per le nuove assunzioni si suddividi “nel 35,8% di figure di alto profilo (high skill, cioè dirigenti, specialisti e tecnici), nel 34,9% di figure di livello intermedio (impiegati e professioni commerciali e dei servizi) e ancora nel 28,8% di figure operaie e non qualificate” [4]. Ma non bastano di certo tre mesi di corso per passare da un profilo elevato all’altro (da ingegneria a medicina e viceversa) e neppure da elevato a medio o da medio a medio. Se bastasse un trimestre per diventare ragionieri o periti informatici sarebbe molto più logico dichiararsi disoccupato dopo le medie piuttosto che sorbirsi cinque anni di superiori. I percorsi formativi devono essere molto più lunghi, almeno 6/12 mesi, e in ogni caso il neo formato sarebbe privo di esperienza lavorativa al netto di uno stage curriculare.

La richiesta di esperienza pregressa, infine, è un altro dilemma di difficile risoluzione. Passare da un lavoro all’altro è possibile, ma non è così semplice passare da una professione all’altra. Se la mansione lavorativa è frazionata in più Team lavorativi – ad esempio in ambito HR abbiamo recruitment e back office, administration (da payroll a customer service) – è possibile farlo perché la quantità di conoscenza richiesta è limitata e facilmente acquisibile. Ma una simile realtà aziendale è di grandi dimensioni con più dipartimenti e più Team.

La realtà economica italiana, tuttavia, è composta da PMI per il 99% dei casi [5]:

In Italia le PMI costituiscono una realtà numericamente molto significativa: su 4.338.766 imprese, 4.335.448 (il 99,9%) sono, infatti, piccole e medie imprese (Tab. 1). Inoltre, la quasi totalità di PMI (il 95%) è costituita da imprese con meno di 10 addetti. Il resto è formato da imprese che impiegano da 10 a 49 addetti (196.090 unità, pari al 4,5%), mentre le imprese di taglia più grande (da 50 a 249 addetti) sono appena 21.867, ossia lo 0,5% del totale.

Un simile ecosistema economico, per via del numero ridotto del personale, non permette di effettuare per le piccole e micro imprese (meno di 50 e di 10 dipendenti rispettivamente) il frazionamento delle mansioni lavorative e lo rende impegnativo per le medie (meno di 250 dipendenti). Per ovviare al problema si richiede esperienza pluriennale per qualsiasi posizione professionale evidenziando che si tratta di un lavoro universale che copre l’intero spettro disponibilie. Ma così facendo un neo formato con 6 mesi di corso ne risulterebbe inevitabilmente escluso. Così abbiamo il paradosso delle PMI italiane: nasce prima il lavoro o l’esperienza? Ah, saperlo.

 

Personalmente non sono contrario alla misura in sé, ma non si deve dimenticare la natura dell’ecosistema economico italiano. Altrimenti rischia di diventare un sussidio a fondo perduto che promuoverà il lavoro nero e che metterà fuori mercato i lavori part time legali. Se si lavora part time, infatti, non si può prendere il sussidio di disoccupazione ma, al massimo, il reddito minimo che però viene calcolato su base familiare. Il reddito part-time, inoltre, è inferiore al Reddito di cittadinanza e non conviene dal punto di vista finanziario. Allo stesso tempo la cifra passata dal Reddito è bassina e invita all’integrazione con altre fonti di reddito. La risposta non può che essere il nero da affiancare al sussidio…

 

Approfondimenti:

– Il mondo delle PMI: http://www.educational.rai.it/materiali/pdf_articoli/39231.pdf

—————————————————————————————————–

[1] Cfr. http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00814007.pdf

[2] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/lavoro-di-maio-continuita-cassa-integrazione-straordinaria-c565ac53-1f76-4cc3-9c4e-ea88caa980e3.html

[3] Cfr. https://excelsior.unioncamere.net/images/comunicati/07092018_com_Excelsior_settembre2018.pdf

[4] Cfr. https://excelsior.unioncamere.net/images/pubblicazioni2017/report-previsivo-2018-2022.pdf

[5] Cfr. https://www.confcommercio.it/-/le-piccole-e-medie-imprese-in-italia

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2 commenti su “Il problema geografico del Reddito di cittadinanza (e altro ancora)

  1. fla
    15 ottobre 2018

    Si potrebbe proporre il licenziamento di tutte le persone che svolgono il proprio lavoro con serietà ed efficienza. Per ognuno di questi si potrebbero liberare in media 5 posizioni. In questo modo la disoccupazione callerebbe drasticamente e i centri per l’impiego avranno numerose offerte di lavoro disponibili da subito. Quelli meritevoli rimasti senza lavoro possono emigrare verso mette migliori.
    PS. commento sarcastico. Metti che poi ce lo troviano davvero nelle proposte.

  2. Pingback: Memento mori: l’audizione Istat alla Camera | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 15 ottobre 2018 da in Uncategorized con tag , , , .
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