Charly's blog

Sul banco degli imputati: le PMI sono da decimare?

L’Italia, si sa, è il paese dei paradossi e fra i tanti esempi possibili oggi segnalo il fatto che il sistema produttivo è composto per l’80% da aziende sotto i 10 dipendenti mentre, allo stesso tempo, le PMI godono di una pessima reputazione. Il primo capo d’accusa è la bassa produttività [1]:

Complessivamente, tra 2007 e 2014, il valore aggiunto prodotto dalle Pmi si è ridotto del 10,2 per cento in termini reali, seguito dal costo del lavoro sceso del 6,7 per cento. Dal 2009 in poi è anche diminuito in misura significativa il numero di dipendenti impiegati dalle Pmi (da 4,2 milioni a 3,8 milioni), aiutato dall’esodo delle imprese dal perimetro delle Pmi (circa 14mila aziende in meno). Il risultato di tutto ciò è un costo unitario del lavoro che, in termini reali, è passato da circa 38mila euro nel 2007 a 37mila nel 2014. Calo che però non si è tradotto in un guadagno in termini di competitività, a causa dell’andamento molto deludente della produttività del lavoro. Il valore aggiunto per addetto si è infatti contratto fino al 2012, per poi riprendersi nel 2013 e nel 2014. Nel complesso, però, la produttività delle Pmi si è ridotta di 7,7 punti percentuali, passando da 56mila euro per addetto nel 2007 a 52mila euro nel 2014.

Poi abbiamo la scarsa propensione all’innovazione, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, l’aggancio mancato alle nuove tecnologie. Non è raro trovare fra i più esagitati chi si augura la decimazione delle PMI. Ma, in questo caso, si deve dire che la realtà si avvicina parecchio ai desideri: alla fine del 2017 «la crisi iniziata nel 2008 avrà fatto fallire nel nostro Paese quasi 114mila imprese. A rilevarlo è una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro che, rielaborando i numeri forniti da OCSE e CRIBIS, evidenzia come rispetto a 8 anni fa i fallimenti in Italia siano cresciuti del 43,5%, passando dai 9.384 del 2009 ai 13.467 del 2016» [2].

 

—- Il mondo delle PMI —-

Ma prima diamo un’occhiata ai dati statistici. Eccovi le imprese italiane divise per numero di dipendenti nel settore manifatturiero comparate con le altre economie europee e gli USA [3]:

 

Tabella n*1: numero di imprese per numero di dipendenti

Italia Germania Francia Polonia UK USA
1-9 319.021 124.486 186.658 172.907 100.491 229.045
10-19 39.924 38.157 13.077 7.789 13.040 46.635
20-49 19.194 18.015 9.552 7.394 9.414 37.495
50-249 8.491 16.759 5.407 6.340 6.301 23.065
250+ 1.236 4.408 1.355 1.637 1.404 5.672
Totale 387.866 201.825 216.049 196.067 130.650 341.912

Fonte: OECD

 

All’Italia spetta il primato per numero totale di aziende, persino superiore agli Sati Uniti. Se consideriamo il numero delle aziende per addetti impiegati, l’Italia è prima nella classe più piccola e ultima in quella più grande. Nelle tre classi successive l’Italia è paragonabile alla Germania fra i 10 e i 50 addetti, mentre fra i 50-249 dipendenti viene doppiata dal paese teutonico. Si tenga presente che, seppur avendo più aziende rispetto agli altri paesi europei in questa particolare classe, non si deve dimenticare che l‘Italia ha un numero di imprese maggiore, persino doppio in alcuni casi.

Dai dati emergono chiaramente alcuni punti:

  • L’Italia ha molte più aziende rispetto agli altri paesi presi in considerazione, probabilmente per via delle ridotte dimensioni delle stesse;
  • Le PMI sono la spina dorsale di tutte le economie prese in esame;
  • Nel complesso le imprese italiane sono molto più piccole della media fino al punto che quelle della classe più piccola superano per numero le imprese totali degli altri paesi, con l’unica eccezione degli USA;

Non tutto è un disastro, ovviamente, e non mancano casi di performance ottimale o di eccellenza.

 

—- Il celebre coefficiente di imprese a metro cubo —-

Le magagne di una simile struttura economica imperniata sul nano sono piuttosto facili da elencare:

Il discorso relativo alla decimazione, tuttavia, ha poco senso perché sembra quasi far pensare che sia colpa delle piccole imprese se non ci sono grandi imprese. Mi devo essere perso il famoso coefficiente di imprese a metro cubo che stabilisce un numero limitato d’imprese oltre al quale non si può andare, tanto da far pensare che basti chiudere 1.000 PMI per vedere l’IBM delocalizzare tutto a Napoli…

Scherzi a parte, l’ovvia considerazione che viene in mente è che tutte le imprese grandi sono nate come piccole e che non si può, allo stesso tempo, promuovere l’imprenditorialità salvo poi lamentarsi del numero di imprese stratosferico che ne risulta. Più banalmente farei notare che abbiamo troppi imprenditori e troppi pochi dipendenti e questo mi porta dritto a due quesiti:

  • Perché le PMI non crescono?
  • Perché le imprese straniere non delocalizzano in Italia?

Magari è una questione di ecosistema economico e sociale che non rende vantaggiosa la crescita o l’arrivo delle imprese, che dite?

 

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[1] Cfr. https://www.lavoce.info/archives/45622/pmi-in-ripresa-ma-la-produttivita-resta-un-problema/

[2] Cfr. https://impresalavoro.org/negli-ultimi-10-anni-fallite-114mila-imprese-ancora-oggi-ne-chiudono-53-al-giorno/

[3] Cfr. https://data.oecd.org/entrepreneur/enterprises-by-business-size.htm

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Questa voce è stata pubblicata il 7 novembre 2018 da in economia con tag , , .
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