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L’Italia, la Nazione che volle farsi (malamente) Stato

Nella scuola italiana quando si arriva al Risorgimento si è soliti citare, a conclusione del capitolo del manuale di storia, la frase attribuita a Massimo d’Azeglio:

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani.

Tralasciando l’autenticità dell’aforisma, la citazione «è generalmente intesa come un appello alla creazione di un’identità nazionale italiana nel senso inteso dalla Rivoluzione francese, cioè unire il “popolo” consapevole di essere spiritualmente unito da caratteristiche quali una lingua comune, una storia comune ed una religione comune in uno Stato creato dalla volontà collettiva delle persone» [1]. Ma se io vi dicessi, invece, che la Nazione Italia c’era già ma a mancare era ed è lo Stato?

 

—- Lo Stato che si è fatto Nazione: la Francia —-

Prima di procedere con l’analisi, è bene considerare un caso contrario dove è stato lo Stato a fare la Nazione: la Francia. Ma prima ancora è meglio ricordare che il basso Medioevo era caratterizzato da una forte parcellizzazione di potere fra feudi e città libere, mentre i sovrani potevano contare a pieno titolo solo sui propri feudi diretti, una frazione del regno. Lascio immaginare cosa potesse succedere in caso di feudatari potenti come il sovrano…

La frammentazione del potere portava con sé un apparato burocratico inesistente, un’economia e un diritto ridotti alla scala locale, una micro conflittualità diffusa e l’impossibilità di potere utilizzare a pieno regime tutte le risorse a disposizione. Basti pensare che l’Impero tedesco, in teoria la massima potenza dell’Europa occidentale, alla prova dei fatti mise in campo un esercito grande come quelli dei Comuni – manco tutti a dir la verità – del Nord Italia.

Il basso Medioevo, alla fine, non è altro che la storia dei sovrani di questo o quel regno che cercano in tutti modi di ridurre il potere dei feudatari e di conseguire il potere politico sulla totalità del proprio regno. Per rendere l’idea dell’importanza della cosa basti ricordare il nomignolo di Senza Terra appioppato al povero Giovanni in virtù dei suoi fallimenti in tal senso e il titolo di Augusto a Filippo Re di Francia, nonostante quest’ultimo avesse sempre fatto figure barbine contro Riccardo Cuor di Leone, per via dei suoi successi nel consolidare il potere della casa regnante.

Nella Prima Età Moderna in Francia i vari tentativi riescono, finalmente, a creare un apparato burocratico che si estende su tutto il regno con relative conseguenze quali l’uniformazione del diritto, l’abbandono delle armate feudali, l’abolizione dei dazi. Sempre tramite la struttura statale s’impone una lingua condivisa e vengono meno altre entità politiche come la Borgogna o la Normandia. Nasce la Francia moderna e grazia all’efficienza raggiunta diventa la potenza egemone del continente per 150 anni, da Luigi XIV a Napoleone. Sempre in Francia nascono nuove idee, l’Illuminismo, e il francese diventa la lingua franca della diplomazia e della cultura fino al 19° secolo. Con la Rivoluzione poi tocca alle masse, il popolo, entrare in campo dando piena forma allo Stato-Nazione [2]:

Stato e nazione non sono concetti coestensivi, il primo facendo riferimento a uno spazio di legislazione e di politica comuni senza nulla implicare riguardo alle caratteristiche delle persone che popolano lo Stato, e il secondo, invece, facendo coincidere lo Stato con una ‘particolare’ popolazione, identificata da una comunità di lingua, cultura, storia, quando non addirittura di religione e di etnia.

Un modello così efficiente da schiacciare sulla sua strada tutte le altre forme politiche e di sopravvivere agli imperi, storici o coloniali che siano. Al giorno d’oggi non a caso rimangono solo tre imperi, di cui due almeno dubbi e per lo più sulla carta, gli Stati-Nazione e gli Stati falliti a livello tribale. Tutto il resto è fuffa.

 

—- La Nazione priva di Stato: l’Italia —-

Passiamo all’Italia, ora. La vulgata vuole che pur avendo uno Stato dal 1861 ci manchi la Nazione per via delle insopprimibili differenze culturali fra una regione e l’altra. Senza dimenticare, poi, la mancata unità… genetica [3]:

Gli Italiani? Non esistono. «Si tratta solo di un’aggregazione di tipo geografico. Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse e non solo a quelle» spiega Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, che ha creato una banca di campioni di Dna per tracciare la storia genetica degli Italiani, insieme a Donata Luiselli del Dipartimento di Beni Culturali di Ravenna e collaboratori. Lo studio rientra in un progetto mondiale finanziato dalla National Geographic Society.

Tipico cavallo di battaglia di quelli del “le Nazioni non esistono, sono inventate”. Bella scoperta, tutta la cultura umana non esiste di per sé ed è inventata. Ma le Nazioni non sono inventate sul nulla ma su fattori esistenti di somiglianza e condivisione culturale. Sotto questo aspetto l’Italia è uno dei paesi più omogenei d’Europa, lo crediate o meno.

Per quanto al giorno d’oggi la religione abbia praticamente perso tutta la sua influenza, l’Italia si distingue comunque per un’assoluta omogeneità religiosa: quella cattolica. Ci siamo evitati le guerre di religione che hanno afflitto la Francia, la Germania e l’Inghilterra e sul suolo nazionale le altre confessioni sono presenti in quantità trascurabile. Dettaglio di non poco conto in un’epoca di violenza di matrice religiosa come la nostra.

Sul piano linguistico, per quanto l’italiano sia un’invenzione letteraria, non ci sono sfidanti alla lingua ufficiale. Se nei tg spagnoli è normale vedere i politici catalani parlare in catalano con tanto di sottotitoli spagnoli, da noi nessuno si sognerebbe di vedere Zaia esprimersi sul TG1 in dialetto veneto con sottotitoli italiani. A meno che non voglia essere seppellito dalle risate di mezza Italia…

D’altronde l’adozione dell’italiano letterario non ha causato opposizioni e la stessa distinzione fra lingua e dialetto – che a livello linguistico semplicemente non ha senso – dimostra l’incontrastata supremazia dell’italiano. La situazione, quindi, è del tutto differente dalla Spagna dove lo spagnolo è insidiato dal riconoscimento ufficiale del catalano, dal basco e anche dal galiziano, dal Belgio e dal Canada dove ci sono due lingue ufficiali, dalla Svizzera dove ci sono ben quattro lingue differenti. Senza contare i paesi baltici alle prese con la minoranza russa.

E laddove abbiamo una lingua non può mancare un popolo. Tutti o quasi i paesi citati vedono la presenza di partiti creati su base lingustica e identitaria, etnica in poche parole. In Italia, invece, non abbiamo nulla del genere e l’unico partito vagamente di tipo etnico come la Lega Nord si è riciclata in Lega Italia passando dal 4 al 30%. Operazione impossibile se esistesse un popolo padano, non trovate? Credete che i politici catalani o i fiamminghi potrebbero fare lo stesso senza rischiare di essere linciati dai propri elettori? Non è un caso, allora, se in Italia non è mancata la violenza di matrice politica ma non abbiamo mai avuto quella di matrice etnica.

 

—- Una Nazione orfana di uno Stato —-

Se l’Italia non è il massimo per omogeneità culturale lo siamo comunque di più rispetto a molti altri paesi:

  • Regno Unito: Irlanda del Nord, referendum scozzese;
  • Spagna: catalani, baschi, galiziani;
  • Belgio: fiamminghi e valloni;
  • Baltici: minoranza russa;

Fuori dall’Europa la situazione è persino peggiore e non solo negli Stati falliti africani e del Medio Oriente, creazioni artificiali delle potenze europee. Si pensi al Canada, alla Russia, alla Cina, all’India, tutte entità politiche con fortissime tensione etniche e moti indipendentisti. O alle pessime prospettive USA con i latinos.

In Italia il principale motivo di risentimento del Nord è dovuto alla situazione economica – elevata tassazione, burocrazia, trasferimenti monetari – che per darsi una legittimità è stato rivestito di pretese identitarie. Ma per smontare l’indipendentismo veneto basterebbe abbassare l’IRPEF e far fuori l’IRAP…

Storicamente parlando il paese che ci è più simile nel suo percorso di costruzione – e non solo – è la Germania e anche in terra teutonica non mancano le grane come la Baviera o il fatto che il tedesco è lingua ufficiale di tre paesi distinti. Ma a differenza della Prussia, in Italia il Piemonte non è riuscito a creare uno Stato all’altezza della Nazione. Pecca fatale che abbiamo pagato fino alla disfatta della Seconda Guerra Mondiale e che tuttora esige il suo prezzo in termini geopolitici e politico-sociali.

D’altronde i no borders lo dicono chiaro e tondo: la genetica non ci rende italiani. No, non la genetica, ma la storia, la lingua e la cultura. Essere italiani vuol dire appartenere a una cultura omogenea e distinta dall’altre. E se siete convinti che non siamo un popolo volgete lo sguardo al di là delle Alpi con il loro partiti etnici, la violenza e i conflitti sociali. Se non siamo un popolo perché non siamo in guerra gli uni contro gli altri?

 

Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.

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[1] Cfr. http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/05/24/NZ_26_PIED.html

[2] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/stato-nazionale_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Economia)/

[3] Cfr. https://www.corriere.it/salute/18_maggio_02/italiani-mix-genetico-tranne-sardi-eab18cda-4e32-11e8-98a3-3b5657755c11.shtml

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2 commenti su “L’Italia, la Nazione che volle farsi (malamente) Stato

  1. Remo
    11 novembre 2018

    Questo interessante articolo dice più o meno le stesse cose: http://www.limesonline.com/cartaceo/linsospettabile-omogeneita-degli-italiani

    • Charly
      13 novembre 2018

      Non posso leggerlo 😦 Cosa dice?

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2018 da in politica con tag , , , , .
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