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Memento mori: l’audizione Istat alla Camera

Due giorni fa l’Istat ha preso parte a una’audizione presso la Camera fornendo un aggiornamento del quadro congiunturale dell’economia [1]. Oltre alla prospettive di crescita economica, l’audzione ha toccato tematiche quali il Reddito di cittadinanza, l’andamento della finanza pubblica e la situazione della disoccupazione. Diamo un’occhiata ai punti salienti dell’intervento, ma prima tocchiamo il punto dolente della tassazione sulle imprese:

Nel complesso i provvedimenti analizzati generano una riduzione del debito di imposta IRES per il 7% delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento. L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-IRES (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’ACE (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%).

Non male per il Governo che vorrebbe fare la Flat Tax, vero? Per la cronaca, «L’aggravio fiscale, rispetto alla normativa vigente, è maggiore tra le imprese fino a 10 dipendenti». E vi ricordate quante sono le imprese sotto i 10 dipendenti, giusto?

 

—- Il Pil? È meglio non avere molte aspettative… —-

Partiamo dal Pil facendo presente che nell’intera area euro stiamo assistendo a un rallentamento dei tassi di crescita: «Nell’area euro, l’espansione è proseguita a un ritmo decisamente più moderato. Nel terzo trimestre la crescita del Pil (+0,2% la variazione congiunturale) ha segnato un rallentamento rispetto ai tre mesi precedenti (+0,4%), confermando uno scenario di progressivo indebolimento delle spinte: in un anno il tasso di crescita tendenziale del Pil è passato dal 2,8% all’1,7% e a settembre, il tasso di disoccupazione è rimasto stabile per il terzo mese consecutivo (8,1%)». Ma peggio ancora ha portato a casa l’economia italiana: «Nel terzo trimestre l’economia italiana ha registrato una battuta d’arresto: secondo le stime preliminari, la variazione congiunturale del PIL, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è stata nulla dopo 14 trimestri di crescita».

Da notare il differente andamento fra mercato nazionale e quello estero: «Nel periodo giugno-agosto il fatturato sui mercati esteri ha mostrato una maggiore vivacità di quello sui mercati nazionali (rispettivamente +1,6% e +0,2%). Nello stesso trimestre anche gli ordinativi dell’industria hanno confermato la differenza di andamento tra il mercato interno e quello estero (-0,7% e +2,4%, rispettivamente). A settembre le esportazioni verso l’area extra Ue hanno subito un consistente calo (-3,7%), con effetti negativi anche sulla variazione media del terzo trimestre (-0,6%)».

Le aspettattive, ovviamente, non sono delle migliori: «A ottobre i sentimenti di fiducia dei consumatori e delle imprese appaiono piuttosto diversi. L’indice del clima di fiducia dei consumatori è lievemente aumentato, con un miglioramento del clima futuro e delle prospettive sulla 9 disoccupazione; sono invece in peggioramento sia i giudizi, sia le attese sulla situazione economica del Paese».

 

—- Il lavoro? Non c’è —-

Il mercato del lavoro non se la cava molto bene: «A settembre il mercato del lavoro ha mostrato un lieve peggioramento: gli occupati sono leggermente diminuiti (-0,1% rispetto al mese precedente, pari a -34 mila unità), le persone in cerca di occupazione sono aumentate (+3,2% pari a 81 mila unità) e gli inattivi si sono ridotti (-0,3%, pari a -43 mila unità). La diminuzione degli occupati nell’ultimo mese si concentra tra i dipendenti permanenti (-0,5%, pari a -77 mila), mentre per quelli a termine prosegue la tendenza positiva (+0,8%, +27 mila). Aumentano anche gli indipendenti (+0,3%, +16 mila) recuperando parzialmente il calo del mese precedente».

Se consideriamo le aree economiche depresse per definizione, quelle meridionali, le stime relative alle assunzioni a tempo indeterminato

  • di giovani fino ai 34 anni di età;
  • di ultra-trentacinquenni privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;

viene fuori che parliamo di 3 milioni 515 mila persone. Di questi

il 53,3% è costituito da giovani di 15-34 anni e il 46,7% da ultra-trentacinquenni; le donne sono in lieve maggioranza (51,9%); quasi la metà possiede un titolo di studio basso (48,2% con al massimo la licenza media a fronte del 10,9% di laureati); il 37,2% non ha mai lavorato; il 44,8% vive con la famiglia di origine e il 38,6% sono genitori.

Si stima che i giovani con meno di 35 anni nel secondo trimestre fossero circa 1 milione 875 mila; 458 mila sono dipendenti a tempo determinato, 678 mila sono disoccupati, mentre 739 mila sono forze di lavoro potenziali. Gli occupati a termine sono più spesso laureati rispetto ai disoccupati e agli inattivi che vorrebbero lavorare (rispettivamente 21,6%, 14,8% e 10,4%), e nel 60,7% dei casi sono uomini.

Tra le forze di lavoro potenziali, cioè il gruppo più distante dal mercato del lavoro, le donne sono in maggioranza (51,8%). In tutti e tre i gruppi, in oltre sette casi su dieci si tratta di giovani che vivono con la famiglia di origine. Gli individui con almeno 35 anni potenzialmente eleggibili per la decontribuzione – residenti nel Mezzogiorno che non hanno svolto un lavoro negli ultimi sei mesi – si stima che siano circa 1 milione 640 mila, di cui 621 mila disoccupati e 1 milione 20 mila forze di lavoro potenziali. Il 57,3% dei disoccupati sono uomini e l’80,2% di essi ha avuto almeno una precedente esperienza di lavoro. Tra le forze di lavoro potenziali prevalgono le donne (64%) e quasi un terzo non ha mai lavorato; in entrambi i gruppi nella maggioranza dei casi si tratta di genitori.

Riuscite a leggere tra le righe? Queste persone sono potenziali beneficiari del Reddito di cittadinanza e fra loro troviamo persone a basso titolo di studio, quasi la metà, e persone prive di esperienza, oltre il 37%. Se al tutto aggiungiamo:

Non è difficile immaginare che in un contesto caratterizzato dall’eccesso di forza lavoro rispetto alla domanda delle imprese il Reddito di cittadinanza diverrà un sussidio a perdere. E le prospettive di formare lavoratori partendo da queste risorse umane con i soliti corsi di tre mesi – a che serve studiare per anni se bastano tre mesi di corso? Ah, misteri della fede – in aree dove non c’è proprio la domanda da parte delle imprese è, beh, comica.

 

—- E la finanza pubblica? —-

Per quanto riguarda la finanza pubblica, per il 2017 l’indebitamento è pari al 2,4% del PIL con debito pari al 131,2%. Per gli anni successivi le prospettive del Governo sono dettate dall’andamento dell’economia e, visto il rallentamento generale, non mi farei grandi aspettative.

A preoccupare sono i moltiplicatori:

Da quest’ultimo punto di vista, una prima indicazione utile può tuttavia derivare dall’analisi dei moltiplicatori, i quali, come noto, quantificano l’effetto su una variabile endogena, come il Pil, di cambiamenti permanenti delle variabili esogene, in questo caso gli strumenti di politica di bilancio. L’analisi è realizzata attraverso il modello macroeconomico dell’Istat (MeMoIt)2 , che stima un incremento del Pil pari allo 0,7% in corrispondenza di un aumento della spesa pubblica pari all’1% del Prodotto interno lordo. L’effetto del beneficio sul Pil terminerebbe dopo 5 anni, quando la riduzione dell’output gap e il conseguente aumento dei prezzi annullerebbero gli effetti positivi della spesa pubblica. Gli effetti positivi di questo scenario sono raggiunti sotto l’ipotesi che nello stesso periodo non si verifichino peggioramenti delle condizioni di politica monetaria, ovvero che non ci siano aumenti dei tassi di interesse di breve termine.

In pratica si spenderebbe più di quanto si guadagnerebbe. Considerato che alcune misure non sembrano poter raggiungere gli obiettivi desiderati:

  • La controriforma della Fornero difficilmente porterà a una staffetta generazionale fra pensionandi e neo assunti, è più probabile aspettarsi una riduzione dell’organico da parte delle imprese vista la situazione generale;
  • Il Reddito di cittadinanza non è minimamente in grado di portare al reimpiego i suoi beneficiari per svariati motivi: situazione economica, riforma dei Centri per l’impiego ancora da iniziare, dualismo geografico Nord/Sud;

Potremmo trovarci nella situazione di aver fatto della pessima spesa in deficit che ripagheremo al giro successivo.

 

 

Approfondimenti:

 

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[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/223544

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4 commenti su “Memento mori: l’audizione Istat alla Camera

  1. mig
    16 novembre 2018

    eh beh…vorremmo dire che il redditto di cittadinanza trasferisce soldi da chi paga ( dipendenti )tasse a chi non ha lavoro?

    bella storia …abbiamo inventato la pensione di gioventù.

    E quindi dato che niente vien gratis immagino che per me aumenteranno i costi dei servizi azzerando la mia capacità di risparmo…

    beh in effetti a pensarci circolerà più moneta.

    vedremo

    • Charly
      17 novembre 2018

      Come si diceva una volta, aiuti l’economica 😀

  2. mig
    17 novembre 2018

    avrei quasi voglia di trasferismi nella terra dei teutoni..
    se non fossi quasi sicuro di essere trattato come uno schiavetto dai capelli ( pochi) mori.

    vedremo….

    • Charly
      19 novembre 2018

      Puoi provare a tingerti i capelli 😀

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2018 da in economia, politica con tag , , , , .
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