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HR e dintorni: ma la scuola italiana rende gli studenti italiani dei lavoratori sociopatici?

Mi è già capitato di notare in qualche post precedente che l’italiano medio non riesce ad afferrare appieno la differenza fra raccomandazione in senso negativo e raccomandazione in senso positivo, la referenza. In sintesi:

  • Raccomandazione: acquisire una posizione lavorativa per motivi extra professionali e mantenerla a dispetto dell’inettitudine;
  • Referenza: essere introdotto in un contesto lavorativo via presentazione di una persona riconosciuta per capacità e competenza senza, però, avere nessuna garanzia sull’esito della selezione. Ed è fuori discussione, ovviamente, mantenere la posizione di lavoro in caso di demerito;

Capita l’importanza dei legami deboli, per dirla alla sociologica, o del relationship building, per dirla all’americana, passiamo al passo successivo: ma è una mia impressione o l’organizzazione della scuola porta a forgiare dei lavoratori sociopatici?

 

—- L’importanza dei legami deboli e medi —-

Partiamo dalla definizione teorica dei legami deboli [1]:

I legami deboli sono di breve durata, contestuali a una o più occasione sociali sporadiche che non giustificano automaticamente la creazione di un rapporto di lungo periodo. I legami deboli non creano un senso di sicurezza e di attaccamento profondo, come invece accade con quelli forti, nonostante abbiano una indubbia utilità sociale. Secondo Granovetter, per la ricerca di nuove opportunità professionali i legami deboli risultano essere più importanti delle amicizie forti e radicate e dunque non vanno sottovalutati ma coltivati mediante rinnovate occasioni di contatto sociale.

Al contrario i legami forti «sono caratterizzati da relazioni durature e sono essenzialmente fondati su una forte reciprocità e identità tra i membri del gruppo. A livello di comunità sono caratterizzati per coesione, soluzione dei conflitti e integrazione dei componenti. Si differenziano per durata della relazione, natura del legame, frequenza e tempo con il contatto, investimento emozionale e reciprocità dello scambio».

In sede lavorativa è facile avere contatti sporadici con clienti o altri lavoratori di aziende differenti, ma il cambiamento del mercato del lavoro con l’enfasi sulla flessibilità ha portato al depotenziamento dei legami con i propri colleghi dato che ormai il posto a vita non esiste più. Il problema è che i legami professionali non possono essere definiti forti me neppure deboli. Chiamiamoli legami medi, dei legami non così forti come quelli personali o familiari ma neppure tanto deboli come quelli occasionali.

L’utilità dei legami deboli è palese perché forniscono nuove opportunità e risorse in ambito lavorativo e non solo. Se, tuttavia, lavorate all’estero in contesti multiculturali e dal turn over professionale medio o elevato potrete notare alcune cosette sui lavoratori italiani non proprio edificanti:

  • La congenità incapacità di adattarsi alle regole e alle procedure;
  • L’eventuale conflittualità con managers o colleghi;
  • L’incapacità di fare gruppo;
  • L’indifferenza nella coltivazione dei rapporti con gli ex colleghi;

Gli italiani non sono gli unici a presentare tratti del genere, si badi bene, ma la frequenza con cui appaiono è sorprendente. Ma perché?

 

—- La scuola italiana? Un covo di sociopatici —-

I comportamente presi in esame non sono poi tanto differenti da quelli tipici di un sociopatico. Fra questi possiamo trovare, infatti [2]:

  • Disprezzo per le leggi e per le usanze sociali;
  • Incapacità di riconoscere i diritti degli altri;
  • Incapacità di provare rimorso o senso di colpa;
  • Tendenza ad assumere comportamenti e atteggiamenti controllanti, manipolativi e, spesso, violenti;
  • Disonestà: il soggetto mente, usa falsi nomi, truffa gli altri;

Il profilo del lavoratore italiano, ad ogni modo, è solo in parte sociopatico e non si riscontrano tutti i segni dei questo disturbo della personalità. Ma rimane sorprendente una così alta frequenza di comportamenti che rendono il posto di lavoro poco piacevole e poco profittevole.

Per provare a far luci sul mistero partiamo dalle basi, dalla scuola che è in competizione con la storia per essere una magistra vitae. Sempre lavorando con gli stranieri è facile notare quanto la scuola italiana sia differente da quelle straniere. Il modello italiano è quello nozionistico basato sullo studio dei testi con scarse o nulle richieste di elaborazione di contributi originali e lavori di gruppo. L’unica cosa che si richiede è il temino delle elementari e delle medie che viene, giustamente, cestinato alle superiori. In molti paesi esteri, spesso, lo studio individuale è solo una parte del percorso di studi, talvolta persino minoritario. Al suo posto viene data la preferenza ai lavori di gruppo con l’elaborazione di progetti o ricerche.

I due poli che si vengono a configurare – solo teoria o solo progetti – sono entrambi limitanti e, in definitiva, errati. Ma è innegabile che la scuola italiana si posizioni proprio vicino a uno di questi poli. Le conseguenze, in genere, di una simile organizzazione vengono prese sotto esame dal punto di vista professionale con la consueta lamentela che la scuola italiana è tutta teoria e niente pratica. Ma si potrebbe anche ipotizzare un effetto sulle cosiddette soft skills. Nel contesto scolastico italiano, infatti, i rapporti personali possono essere ridotti al minimo visto che tutto quello che viene richiesto è la meccanica ripetizione di qualche tomo impolverato. La struttura organizzativa della scuola su tre livelli (primaria, secondaria inferiore e superiore) rende i rapporti con gli altri studenti sempre temporanei e non incentiva più di tanto l’instaurarsi di rapporti stabili. Nel complesso lo studente deve solo adattarsi alle regole minime di convivenza civile senza mai essere messo alla prova in un contesto di gruppo come, quasi sempre, è il lavoro.

Per non farsi mancare nulla, infine, la scuola italiana è basato sul potere assoluto dei docenti che oltre a dispensare voti possono anche deridere o irridere gli studenti. Qui il contrasto con il mondo del lavoro è assoluto, per lo meno quello delle multinazionali di grandi dimensioni. In questi contesti i rapporti lavorativi devono essere sempre imperniati sul rispetto reciproco e l’integrità, pena una denuncia all’HR. E non vale solo per i colleghi, ma anche per i superiori. Un Operations Supervisor non può minimamente rivolgersi all’ultimo degli stagisti come potrebbe fare una maestrina con un suo studente, per non parlare della dimensione penale calunnia/diffamazione.

Come cresce, allora, l’alunno italiano? In un mondo dove non è necessario interagire con il prossimo, non c’è nessun motivo per instaurare rapporti duraturi e dove si è soggetti a decisioni arbitrarie e mancanze di rispetto senza poterci fare nulla, in un contesto di vera e propria umiliazione pubblica.

 

—- L’Italia, un paese di sociopatici? —-

Viste le basi non mi soprende che la vita in Italia sia tanto complicata e che ognuno cerchi di fregare gli altri o non rispetti le regole con conseguente ipertrofia di leggi e regolamenti. E che, soprattutto, sia facile imbattersi non tanto nell’esaltazione di sé stessi, ma nell’ostentato disprezzo del prossimo. Se il primo comportamento è evolutivamente sensato – gli abiti firmati hanno la stessa funzione della coda del pavone – il secondo aspetto serve solo a giustificare posizioni di privilegio e di potere fino alla rivolta violenta di chi è sotto nella scala sociale. Per intenderci è proprio la linea di condotta della presunta élite culturale…

Si potrebbe pure pensare che l’ostentato disprezzo nasca dalla dimensione atomica dello studente italiano e dal fatto che il clima di umiliazione pubblica per gli scarsi risultati scolastici porti a far coincidere l’intelligenza con il voto. Peccato, ahinoi, che il voto non coincida con il reddito: il mondo è pieno di falliti scolastici che si rivelano essere dei professionisti di successo. I quali, a loro volta, si rifanno con altrettanto disprezzo verso il vincente scolastico che si rivela essere un fallito professionale.

Il mio personale suggerimento? Nell’epoca dei social network è facile non perdersi di vista né la costruzione dei rapporti in termini professionali richiede un’interazione costante, basta solo una connessione. Non mi sembra un gran prezzo visti i potenziali benefici. E a lavoro smettetela di mordervi gli uni con gli altri, che senso ha peggiorare l’ambiente lavorativo dove passate un terzo della giornata? Ma, d’altronde, mi sono sempre chiesto come si potesse litigare a scuola…

 

Approfondimento:

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[1] Cfr. https://www.hbritalia.it/dicembre-2016/2016/12/01/news/la-forza-dei-legami-deboli-3195/

[2] Cfr. https://www.ipsico.it/news/sociopatia-antisocialita/

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4 commenti su “HR e dintorni: ma la scuola italiana rende gli studenti italiani dei lavoratori sociopatici?

  1. am
    1 dicembre 2018

    mhh…
    non ho gli strumenti necessari per valutare l’educazione scolastica nei paesi non italiani e quindi taccio.
    Ma che nelle grandi corporate straniere le situazioni siano idilliache, beh su questo ho qualche dubbio.
    Se si pensa che la situazione sia migliore perché le HR fanno fare i corsi di integrity online.. lecito crederlo: ripeto, io ha qualche dubbio vissuto sulla mia pelle.
    Che la situazione italiana non sia un gran che, nessuno lo nega: che all’estero siano sempre perfetti…
    Voglio dire: possiamo tranquillamente dirci di migliorare le cose senza stare tutti i giorni a fare i paragoni con l’estero e dire che siamo un popoli di caproni rispetto agli altri.
    Onestamente non so perché si debba sempre cercare la spinta al cambiamento partendo dall’assunto che gli italiani sono un popolo di psicopatici : può sembrare un metodo efficace, ma alla lunga non stimola le persone.

    • Charly
      1 dicembre 2018

      Scusa, ma io non ho mai detto che all’estero nelle corporations la situazione sia idilliaca:

      Per non farsi mancare nulla, infine, la scuola italiana è basato sul potere assoluto dei docenti che oltre a dispensare voti possono anche deridere o irridere gli studenti. Qui il contrasto con il mondo del lavoro è assoluto, per lo meno quello delle multinazionali di grandi dimensioni. In questi contesti i rapporti lavorativi devono essere sempre imperniati sul rispetto reciproco e l’integrità, pena una denuncia all’HR. E non vale solo per i colleghi, ma anche per i superiori.

      Se provassi a dire a un mio collega e davanti a tutto il Team che è troppo stupido per questo lavoro, il collega in questione si alzerebbe e andrebbe a fare un esposto all’ufficio HR. E, poi, mi arriverebbe un calcio in culo grande come una casa. A scuola, invece, gli abusi verbali sono la norma senza possibilità di difendersi. Quello che hai definito come idilliaco per me è il minimo di un ambiente civile.
      Allo stesso tempo non ho detto che siamo un popolo di caproni ma che gli italiani, spesso e volentieri, non si adattano alle procedure aziendali e non instaurano rapporti professionali duraturi.
      Anche la cultura aziendale delle PMI è colpevole visto che le grandi imprese assomigliano più all’esercito: sei un ingranaggio di una macchina più grande e devi fare quello che ti viene detto. Nulla più, nulla meno. E non c’è posto per tutta la fuffa sull’innovazione e l’essere imprenditore di sé stessi.

  2. [HR]
    15 dicembre 2018

    Io ho vissuto l’esperienza contraria: l’umiliazione non era del voto, con chi aveva la media più alta che entrava a far parte degli aristòi contrapposti al volgo ignorante, ma di chi passava più tempo a studiare o a coltivare interessi personali anziché seguire a pecora quel che dicevano o proponevano i veri alunni più popolari. Invece, gli ultimi della classe e i somari più improponibili andavano difesi. Cavoli, c’era una ragazza che si pagò un anno da privatista alla fine del terzo (quando fu bocciata) per tornare direttamente in quinta, e una volta nuovamente in classe permanettero le sue carenze e solo per il rotto della cuffia riuscì ad accedere all’esame di maturità. Un altro ragazzo invece aveva parecchie insufficienze che però misteriosamente si trasformavano tutte in 6 a fine anno.

    Ci fu un’eccezione: il professore di matematica del biennio, un po’ scherzosamente, un po’ seriamente, tendeva a trattare da somari quasi tutti. Come contropartita, lui affermava, non metteva voti quando qualcuno andava alla lavagna (altrimenti “sarebbero stati 2 e 3 in massa” viste le performance degli interrogati), inoltre a fine anno i suoi voti in pagella erano sempre più alti della media vera (non so se per sua volontà). Un giorno si incazzò perché un compito a detta sua banale andò malissimo a quasi tutti. Io provai a sollevare un appunto: forse se fosse meno duro con gli alunni e più comprensivo, anziché criticare sempre, il rendimento migliorerebbe, perché alla fine ci trattava da scemi e vengono meno motivazione e fiducia in sé stessi. Alcuni alunni, compresa la ragazza che poi avrebbe fatto la privatista, mi criticarono perché li avevo definiti scemi e “non mi piace chi si crede superiore”. Sarà stato analfabetismo funzionale uditivo (che tu menzioni in un altro articolo)? Sarò stato io a spiegarmi da cani? Ormai sono passati parecchi lustri quindi boh. Facciamo la seconda opzione, che da adolescente alla fin fine io ero un cretino integrale.

    Un mio compagno veniva palesemente bullizzato perché era introverso e di carnagione estremamente chiara, con dispetti, ostracismo, soprannomi infamanti relativi al suo pallore o al suo scarso socializzare con gli altri, ci fu persino gente che andò a fargli scherzi sotto casa sua (tipo lanciargli petardi sotto la finestra). Io riuscii a filmare col cellulare uno di questi dispetti, avvenuto IN CORRIDOIO PRIMA DELLA LEZIONE MENTRE GLI ALTRI IGNORAVANO, e a mostrarlo agli insegnant. Risultato: un’ora di raccoglimento e discussione in classe su quanto il bullismo sia sbagliato, senza fare nomi, senza puntare indici, che nessuno faccia il cattivo e volemose bbene. Non cambiò nulla.

    Mi ricordo ancora cosa accadde in occasione della gita del quinto: una minoranza decise già la meta X, perché c’era una discoteca fighissima. Non è la mia congettura/interpretazione dettata dallo sprezzo o dalla malafede, lo dissero esplicitamente. Tale minoranza era mista, sia di persone con voti alti che con voti bassi, maschi e femmine.
    Durante una discussione in classe su suddetta gita, che andava proposta alla coordinatrice di classe, venne accennato di tale meta alla professoressa che stava facendo supplenza e lei (magari proprio per tal motivo) fece la domanda scomoda: “per convincere il corpo docenti bisogna che la meta abbia anche una motivazione, per esempio sia di rilevanza nell’ambito formativo, e quindi avere siti di interesse culturale da visitare o un’idea di cosa ci sia in questa città?”
    Tutti gli alunni ammutolirono perché non sapevano come giustificare la loro proposta, o meglio, non potevano certo ripetere “vogliamo visitare quella discoteca”. Davvero, mi stupì quel silenzio. Ma ormai ero già in rottura con gli altri, e non pensai certo “e ora che facciamo?”
    Pochi giorni successivi la sopracitata minoranza, durante la lezione della coordinatrice, la assaltò immediatamente con fogli stampati da internet su edifici e monumenti di interesse in tale città, che fino al giorno prima non conoscevano neanche, affogandola nelle parole e poverina facendole girare la testa, con tutto quel vociare attorno a lei. Ovviamente il risultato fu, che brava la classe che mostra tanto interesse e ha già tante idee e programmi! Si vada a X!
    Io ebbi la sfrontatezza di provare a proporre le mete Y e Z, sia perché più convenienti (e col senno di poi ebbi ragione: X costò più del previsto e ci rimanemmo meno tempo perché il viaggio era più lungo) sia perché c’erano sicuri posti di interesse storico che conoscevo già e mi sembravano buone opzioni. Venni trattato da guastafeste e preso a male parole perché volevo “fare diverso dagli altri”.

    • Charly
      15 dicembre 2018

      E non ti sembrano comportamenti da sociopatici?

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2018 da in HR con tag , , , .
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