Charly's blog

Letture natalizie: Limes, Quanto vale l’Italia

Tempo fa mi venne suggerita la lettura del numero di Limes di maggio 2018 dedicato al peso geopolitico dell’Italia. Per quanto segua il canale You Tube di Limes, non  ho mai provveduto all’iscrizione dell’abbonamento online per via dei pessimi commenti che si possono trovare in calce alla pagina web. Abitando all’estero preferirei evitare noie del genere e mi è parimenti esclusa la possibilità di comprare la versione cartacea o di leggerla in biblioteca.

Ma rimane un’altra possibilità: l’acquisto del volume singolo in formato digitale. Leggendo il mensile ho trovato alcune chicche che vorrei condividere con voi. Il mio regalo di Natale, insomma.

 

—- Il vincolo esterno, la miseria degli esterofili —-

Già nell’editoriale si apre con il botto dedicato alcuni passaggi al vincolo esterno: il vizio di tutto italiano di affidarsi all’estero per correggere vizi e difetti. L’operazione non può che sottintendere un autorazzismo strisciante:

Emerge così la vanità del «vincolo esterno», stalla fissa del nostro orizzonte. Esso presuppone l’inesistenza dell’interesse nazionale. A rigore, l’inutilità dello Stato. Coloro che in teoria dovrebbero incarnare l’alta funzione pubblica in Italia, la noblesse d’Ètat – Guido Carli ne è l’eroe eponimo – sono i massimi fautori della necessità di lasciarci guidare dagli altri perché saremmo (non loro, ovviamente: tutti gli altri italiani) incapaci di farlo. Altro che aristocrazia statale. Mero snobismo.

Di recente è stato l’europeismo acritico a raccogliere l’ardua impresa:

Prendiamo congedo dal mito europeista, quell’immaginario precettore cui i nostri padri e nonni avevano affidato  il paese immaturo perché ne correggesse i vizi di postura, l’atavico deficit di statalità.

Con conseguente inattese: «La deprecazione di noi stessi sottesa all’europeismo passivo è anzi decisiva concausa della deriva politico-istituzionale in corso». E con il fallimento del gran progetto:

gli estremisti dell’europeismo, fra cui diversi italiani vergognosi di esserlo, si sono impiccati alle virgole di trattati e statistiche, perdendo di vista la sostanza dell’operazione. Ovvero le dissonanti tonalità storiche e culturali dei popoli chiamati a maneggiare la medesima moneta, entità spirituale prima che unità di conto.

Gli italiani, ovviamente, sono rimasti sempre gli stessi…

 

—- Senza l’Italia salta l’Euro ma anche l’Europa tedesca, di G.P. Caselli e G. Pastrello —-

Anche questo articolo presenta svariati punti di riflessione. Partiamo dalla seconda globalizzazione di cui una delle conseguenze più rilevanti è la disintegrazione della struttura produttiva mondiale: «la produzione di un singolo manufatto è segmentata e distribuita su una molteplicità di paesi attraverso quelle che vengono chiamate catene di produzione regionali o generali (regional/general supply chains)». In ambito europeo la Germania ha pesantemente delocalizzato a Est:

Dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso l’industria manifatturiera tedesca ha cominciato a decentrare fasi della propria produzione nei vicini paesi dell’Europa centro-orientale, soprattutto Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria. Questo fenomeno ha riguardato soprattutto l’industria automobilistica, ma si è esteso ad altri settori manifatturieri e dei servizi. Tale processo di decentramento è stato favorito dal basso costo del lavoro, dalla vicinanza geografca e dall’esistenza di manodopera qualifcata in quei paesi dell’ex impero sovietico. […] La Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Slovacchia hanno visto nel tempo crescere i legami con la manifattura tedesca e oggi le loro esportazioni verso la Germania rappresentano il 50-60% del totale; la Polonia si è assestata su un livello più basso, intorno al 40%.

Il rapporto d interdipendenza, ovviamente, è reciproco. Vista l’importanza di questi paesi nella catena di produzione tedesca, sia loro sia i tedeschi sanno perfettamente che non possono essere cacciati dalla UE. Il che spiega perché alla Polonia e all’Ungheria non succede nulla nonostante il loro comportamento poco cooperativo in sede europea.

Tornando al caso italiano registriamo il fallimento dell’austerità espansiva:

un taglio di domanda che ha favorito il processo di demoltiplicazione del reddito, con buona pace della cosiddetta austerità espansiva teorizzata da alcuni noti economisti. La contraddizione consiste nel fatto che tagliando domanda aggregata pubblica diminuiscono investimenti e consumi. Mentre invece avremmo bisogno di un aumento di consumi e investimenti per poter aumentare il tasso di crescita.

E poi l’Italexit:

In realtà non può esserci nessuna uscita controllata. La ragione è semplice. […] Basterebbe cominciare a parlare di «uscita controllata» per avere tre effetti immediati sul paese uscente. Primo: una fuga di capitali, probabilmente diretti in gran parte verso la Germania. Secondo: un’ondata speculativa al ribasso sui titoli di debito sovrano con relativo impatto sui titoli bancari.

Ma anche per la Germania ci sarebbero problemi: «Alla svalutazione della moneta del paese uscente si aggiungerebbe un’ulteriore rivalutazione dell’euro tedesco, come conseguenza di notevoli afflussi di capitali dalla periferia europea. E questo peggiorerebbe la competitività di Berlino».

Senza dimenticarsi, poi, di questo dettaglio:

Quando il grande debitore fallisce, trascina con sé il grande creditore. Il morto afferra il vivo. Il morto afferra il vivo. Il massimo creditore dell’eurosistema è la Germania. Sicché politici ed economisti tedeschi studiano il «Piano B» e ne evocano in pubblico la necessità. L’idea è di modificare d’urgenza i trattati o di reinterpretarli d’autorità in modo da consentire a uno Stato dell’Eurozona di abbandonarla secondo regole strette. Per inchiodare il transfuga nel mercato unico e nell’unione doganale, il cui collasso sarebbe intollerabile per l’export germanico.

Gioie e delori dell’interdipendenza.

 

—- Missioni, finanza, industria: le ambiguità (a)strategiche della difesa italiana, di G. Gaiani —-

Altro articolo interessante specie in questi giorni che vede il ritorno dell’ F35 sulla scena. Partiamo dall’assoluta assenza di una politica estera italiana coerente:

Evitare i combattimenti e il rischio di subire perdite, impiegando truppe e mezzi solo in compiti addestrativi e di consulenza, è diventata una vera e propria ossessione. E oggi tutte le missioni italiane presentano questa caratteristica, con almeno tre gravi conseguenze. Innanzitutto il peso dell’Italia è sempre più irrilevante: inutile sostenere che nella coalizione contro lo Stato Islamico abbiamo schierato il secondo contingente per consistenza numerica dopo quello statunitense se i nostri militari non combattono e i nostri aerei, cacciabombardieri e droni, volano disarmati e hanno ordine da Roma di non fare neppure targeting, cioè inquadrare gli obiettivi che verranno colpiti dagli alleati. […] La seconda valutazione riguarda invece il fatto che un’intera generazione di soldati e comandanti non matura una signifcativa esperienza bellica, per quanto limitata a contesti controinsurrezionali: un divario che, col tempo, rischia di porci in serie B rispetto ad alcuni partner della Nato. Terzo, la decisione politica di rinunciare a qualunque uso della forza militare, anche a fni di deterrenza, contribuisce a rendere ancor meno effcace e temuto il dispositivo militare italiano, rafforzando la percezione di irrilevanza di Roma anche nel Mediterraneo. Un esempio in tal senso è rappresentato ormai da anni dall’impiego della fotta non per difendere le frontiere da fussi migratori illegali, ma per consentire di oltrepassarle a chiunque paghi i traffcanti: una pratica che ha tolto ogni percezione di credibilità allo strumento militare italiano ed europeo.

A cui aggiungere il fatto che la crisi economica si scarica anche sulle risorse da destinare all’apparato bellico: «Anche quest’anno il 72% dei fondi viene assorbito dalla voce «personale» (le retribuzioni), il 16,7% va agli investimenti (acquisizione mezzi ed equipaggiamenti) e appena il 10,3% all’esercizio, cioè al mantenimento in effcienza di dotazioni ed equipaggiamenti e in prontezza operativa dei reparti». E la perdita di efficienza delle forze armate: «gli stanziamenti ad hoc per mezzi nuovi quando mancano le risorse per tenere in manutenzione quelli in servizio. Oppure il fatto che, pur spendendo quasi i tre quarti del bilancio della Difesa in stipendi, i nuovi arruolamenti a tempo determinato non compensino il progressivo invecchiamento dei militari, la cui età media è già oggi di 40 anni e crescerà, se non ci saranno robusti correttivi, fno a 49 nel 2024. Anno in cui, secondo la riforma Di Paola, i militari saranno scesi da 183 mila a 150 mila».

Non siamo soli, è vero:

In termini di effcienza dello strumento militare, il confronto con altri partner europei potrebbe risultare consolatorio. Ma solo all’apparenza. Inchieste, interrogazioni parlamentari o studi nei principali paesi del Vecchio Continente hanno messo in luce il basso rateo di effcienza e disponibilità di mezzi terrestri, aerei e navali delle rispettive Forze armate. Un rapporto del 2014 rivelò che la tedesca Bundeswehr disponeva di 42 cacciabombardieri Typhoon operativi su 109, di 38 Tornado su 89 e di 70 blindati Boxer su 180, mentre solo 41 dei 180 elicotteri in servizio erano in grado di volare. Pochi mesi or sono i media tedeschi hanno evidenziato che solo 95 dei 244 carri armati Leopard 2 in servizio sono operativi. Nel 2015 nel Regno Unito secondo l’istituto Rusi su 170 aerei da combattimento Typhoon e Tornado solo 40 erano pronti al decollo. In Francia, un rapporto della Corte dei conti ha rivelato che solo il 41% degli aerei militari era disponibile nel 2013, contro il 60% del 2008 e il 65% del 1997. Nell’Armée de Terre solo la metà dei carri armati e blindati era operativa nel 2015. Nel 2014 a Madrid, dove il bilancio della Difesa si era ridotto a 5,7 miliardi contro gli 8,5 nel 2008, il ministro della Difesa, Pedro Morenés, dichiarò di preferire «il 10% di unità operative che tutte le Forze armate al 10% delle capacità». Le ineffcienze dei partner europei, dovute in gran parte ai tagli ai bilanci degli anni scorsi, hanno suscitato molti sorrisi compiaciuti in Italia. Dove però nessun dato sull’effcienza dei mezzi e dei reparti è mai stato reso pubblico, se non grazie a indiscrezioni come quelle che riferirono che solo il 10% degli elicotteri dell’Esercito era in grado di volare o che in passato solo 15 dei 200 carri armati Ariete erano operativi. Se a Londra, Berlino e Parigi, dove la spesa per le Forze armate supera i 40 miliardi di euro annui, si piange, a Roma nessuno dovrebbe sorridere.

Ma c’è una banale considerazione da fare: se Francia e Germania sono in quelle condizioni, che dire dell’Italia che spende di meno rispetto a Parigi?

Ed eccoci, infine, alla componente aerea:

Francia e Germania hanno optato per standardizzare le forze di combattimento su un’unica macchina, peraltro di produzione nazionale, il Rafale e il Typhoon. Ottenendo così importanti economie di scala e investendo sulla propria industria nazionale, garantendole le risorse per crescere anche in termini di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie. Il rischio è quindi di non poterci permettere tutti gli F-35 di cui abbiamo annunciato l’acquisto (indispensabili per l’Italia sono solo i 15 esemplari su 90 per l’aviazione della Marina, che deve sostituire gli Harrier a decollo corto e atterraggio verticale sulla portaerei Cavour). Col risultato di poterne mantenere operativi solo un pugno.

Mentre le ricadute economiche e tecnologiche sono delle pure fantasie:

L’operazione è quanto mai necessaria anche perché è ormai evidente che i ritorni industriali promessi all’Italia per l’adesione al programma F-35 resteranno sulla carta: dei 10 mila posti di lavoro vagheggiati negli anni se ne concretizzeranno meno di 1.500, lo stabilimento Faco di Cameri lavorerà ancora a lungo in perdita per il basso rateo di velivoli assemblati e le ricadute tecnologiche saranno limitate.

Con l’ovvia conseguenza: «La carenza di risorse impone quindi scelte di campo decise tra prodotti americani e prodotti italo-europei. Anche perché diffcilmente Roma potrà impegnarsi ad acquisire e gestire 90 F-35 e al tempo stesso investire in modo considerevole sul successore del Typhoon. Il rischio è quindi di sprofondare nell’irrilevanza anche sul piano industriale, tagliati fuori (o relegati a ruoli marginali) dai grandi programmi europei e costretti a produrre su piccola scala componenti low-tech per l’industria statunitense». Nessuna novità, avevamo visto in passato che era meglio saltare la quinta generazione di caccia per puntare sulla sesta (magari il Tempest inglese)…

 

—- Se i creditori salvano solo sé stessi, di A. Del Monaco —-

Ma ecco il mio articolo preferito. Partiamo dal fatto che i contribuenti italiani hanno salvato le banche francesi e tedesche: «nella crisi del 2011-12, da un lato Berlino e Parigi chiedevano all’Italia la riduzione del debito tramite il consolidamento fscale (imposizione dell’Imu, taglio degli investimenti e delle pensioni con la riforma Fornero), dall’altro Sarkozy e Merkel imponevano all’Italia di indebitarsi per 60 miliardi (3,7% pil) onde contribuire agli strumenti salva Stati che hanno salvato le banche franco-tedesche». Ecco i numeri in dettaglio:

Secondo la Banca d’Italia 8, 60 miliardi (tabella) ci sono costati i prestiti bilaterali agli Stati dell’Unione monetaria europea (Uem) in crisi fnanziaria come la Grecia e la Spagna, la quota di competenza italiana dei prestiti erogati agli stessi Stati tramite l’Efsf (il Fondo europeo di stabilità fnanziaria, garantito dagli Stati dell’Eurozona fno a 780 miliardi) e il contributo italiano al capitale del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Nel 2010 il governo Berlusconi ha speso 3,9 miliardi, nel 2011 i governi Berlusconi-Monti ne hanno spesi 9,2, nel 2012 il governo Monti ne ha spesi 29,5, nel 2013 i governi Monti-Letta ne hanno spesi 13, nel 2014 i governi Letta-Renzi ne hanno spesi 4,7, nel 2015 il governo Renzi ha avuto la restituzione di 2,1 miliardi. Come si può vedere, con Monti c’è un’impennata di 29,5 miliardi. In conclusione abbiamo speso complessivamente 60,3 miliardi e ce ne sono stati restituiti 2,1. Il saldo negativo è di 58,2 miliardi.

Ma come siamo arrivati alla crisi delle banche nordiche? Grazie ai prestiti sbagliati delle stesse, un problema di debito privato e non pubblico:

Per le partite correnti vi sono due soglie asimmetriche: la soglia per il defcit è -4% del pil, mentre la soglia per il surplus è +6% del pil. Chi avvantaggiano queste soglie asimmetriche? Lo Stato con una posizione creditoria netta migliore, ovvero lo Stato con il surplus maggiore delle partite correnti. Qual è? La Germania. Poiché il limite del disavanzo è inferiore a quello dell’avanzo, e poiché la Germania, lo Stato con il pil maggiore, è anche quello con il maggior avanzo, Berlino può prestare ai suoi debitori più soldi di quelli che i suoi debitori possono prendere in prestito. Vediamo i dati del 2012: un avanzo del 6% della Germania valeva 160 miliardi circa; nel contempo il disavanzo del 4% dei paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) valeva 125 miliardi. La differenza è 35 miliardi. Rozzamente, nel solo 2012, la Germania poteva prestare ai Piigs 160 miliardi mentre gli stessi paesi potevano indebitarsi solo per 125 miliardi.

Prima del 2011 le banche francesi e tedesche avevano erogato prestiti alle banche greche e spagnole che a loro volta avevano così potuto erogare credito al consumo ai consumatori greci e spagnoli. Per comprare cosa? I beni franco-tedeschi, ovviamente. Quando poi il debito estero dei PIIGS è esploso a rischiare di saltare in aria sono state anche le banche. La soluzione è stata quella di trasformate un debito privato in debito pubblico: «Per evitare il fallimento delle banche franco-tedesche, il credito di queste verso le banche greche e spagnole è stato trasferito sui contribuenti europei».

Ricapitolando:

la Germania, via vendor fnancing, nei primi anni Duemila ha esportato i suoi beni nell’Europa del Sud grazie al credito concesso dalle banche tedesche alle banche sud-europee; dopo il 2008, quando gli effetti della crisi originata negli Stati Uniti (una crisi da debito privato) arrivano in Europa e le banche meridionali vanno in crisi, gli strumenti Ue, erroneamente chiamati salva Stati, salvano direttamente le banche greche e spagnole (i cattivi debitori) e indirettamente le banche franco-tedesche (i cattivi creditori che hanno compiuto un azzardo morale). Al contempo, volendo nazionalizzare il rischio, le banche tedesche si liberano dei titoli di Stato greci, spagnoli e italiani comprati nei primi anni Duemila. Tale svendita ha tre effetti: crolla il valore dei titoli greci, spagnoli e italiani; aumenta il loro spread con i Bund; mette in diffcoltà le banche dei tre paesi che detengono quei titoli di Stato svalutati. La crisi, originariamente da debito privato, si trasforma in crisi da debito pubblico. A quel punto la Bce interviene con le operazioni suddette, che consentono la tenuta dell’euro, ma creano nel T2 un forte squilibrio tra Bundesbank (in credito per 923 miliardi), Spagna (381 miliardi di debito) e Banca d’Italia (442 miliardi di passivo).

Non male, vero? Specie considerando che ci sono ancora persone convinte che la crisi dell’Eurozona sia una crisi di debito pubblico…

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Questa voce è stata pubblicata il 25 dicembre 2018 da in politica con tag , , , , , , .
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