Charly's blog

Diamo i dati: l’Annuario statistico italiano del 2018

In Lettera a una professoressa a un certo punto gli studenti irridono la maestrina con rara eleganza e maestria senza pari: basta far presente che costei sa tutto del latino ma non ha mai preso in mano un annuario statistico. Siccome noi non siamo una maestrina qualsiasi ma a ben più alte vette aspiriamo, ecco a voi un paio di cosette prese dall’Annuario statistico italiano del 2018 [1]. Come è facile da immaginarsi la mole d’informazioni presenti nel testo eccedono enormemente le possibilità di un blog, ma posso sempre offrire un antipasto per i palati più fini.

 

—- La scuola —-

Negli ultimi decenni il tasso di scolarizzazione non ha fatto che crescere portando a un aumento delle persone in possesso di titoli di studio più elevati e a una riduzione – per motivi anagrafici – di quelli con titoli di studio più bassi: «Nel 2017 la quota di residenti (italiani e stranieri) in possesso di qualifica o diploma di istruzione secondaria superiore è pari al 30,3 per cento, mentre cresce la percentuale di chi possiede un titolo universitario, che raggiunge il 14,1 per cento». Dall’altro lato della barricata continua a diminuire il numero delle persone che possono vantare al massimo la licenza elementare, pari al 17,7 per cento della popolazione, la gran parte dei quali è concentrata nelle classi di età superiori ai 65 anni.

Sempre interessante è il confronto fra diploma e diploma e fra diploma e laurea:

  • nel 2015, i giovani che lavorano dopo circa quattro anni dal conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore sono il 45,9 per cento, quelli in cerca di un’occupazione il 22,5 per cento, mentre coloro che sono impegnati esclusivamente negli studi terziari il 28,9 per cento;

  • I diplomati che provengono dai percorsi più professionalizzanti hanno livelli di occupazione più alti, pari al 63,0 per cento per chi ha studiato in un istituto professionale e al 58,5 per cento per chi proviene da un istituto tecnico, mentre la quota minima si riscontra tra i diplomati dei licei (26,1 per cento), dove si riscontra la massima propensione agli studi post-diploma (55,8 per cento);

  • Nel 2015, dopo circa quattro anni dal conseguimento della laurea, ha un lavoro il 72,8 per cento dei laureati di primo livello, rispetto all’83,1 per cento dei laureati di secondo livello.

Se prendiamo in considerazione la laurea, ovviamente, registriamo livelli di occupazione dettati dal campo di specializzazione: «Per chi ha conseguito la laurea di primo livello, i più alti livelli di occupazione (superiori all’80 per cento) si registrano nei gruppi difesa e sicurezza e nei gruppi scientifico e medico, con i corsi attinenti le professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche; i livelli più bassi attengono invece ai gruppi geo-biologico, psicologico e letterario (intorno al 60 per cento – Tavola 7.20). Tra i laureati di secondo livello sono maggiormente inseriti nel mondo del lavoro coloro che provengono dal gruppo difesa e sicurezza, medico e ingegneria (quote superiori al 90 per cento); i livelli più bassi di occupazione (inferiori all’80 per cento) si hanno invece tra i laureati dei gruppi giuridico, letterario e geo-biologico».

Oltre al tasso di occupazione possiamo anche considerare gli andamenti occupazionali:

Nel 2017 la crescita del tasso di occupazione 15-64 riguarda tutti i titoli di studio ed è più forte per i laureati (+0,7 punti), ampliando così i già elevati divari tra i livelli di istruzione. Il tasso di occupazione, infatti, passa dal 30,1 per cento di chi possiede al massimo la licenza elementare al 78,3 per cento per i laureati. Il vantaggio di chi ha raggiunto il livello di istruzione più elevato si riscontra in tutte le fasce di età; in particolare tra i 45 e i 54 anni l’indicatore per i laureati supera il 90 per cento. Solo per i giovani sotto ai 25 anni il tasso di occupazione è lievemente più alto tra i diplomati, a motivo dell’ingresso più tardivo nel mercato del lavoro di chi ha prolungato gli studi.

Morale? La laurea conviene, seppur non tutte le tipologie di lauree hanno lo stesso valore in termini occupazionali e si deve sempre tener conto anche della dimensione geografica.

 

—- Lavoro —-

Dopo la scuola passiamo al lavoro. Dopo dieci anni di crisi economica gli occupati sono tornati quasi al livello del 2008, ma le magagne non mancano. Oltre al solito dualismo Nord/Sud è da segnalare quanto il tasso di occupazione sia lontano da quello europeo:

In base ai risultati della rilevazione sulle forze di lavoro, nella media del 2017 gli occupati tornano a superare la soglia dei 23 milioni con un incremento di 265 mila unità su base annua (+1,2 per cento), portandosi quasi al livello del 2008 (-67 mila; -0,3 per cento). L’incremento è diffuso su tutto il territorio ma se il Nord e il Centro hanno completamente recuperato le perdite registrate durante la crisi superando i livelli del 2008, il Mezzogiorno conta ancora 310 mila occupati in meno (-4,8 per cento). Il tasso di occupazione 15-64 anni si attesta al 58,0 per cento in aumento di 0,7 punti rispetto all’anno precedente. Aumentano tuttavia i divari con l’Unione Europea dove l’indicatore, pari al 67,6 per cento, continua ad aumentare a ritmi più sostenuti. Il confronto con l’Europa rende ancor più evidenti le differenze territoriali del nostro paese: la distanza dalla media europea è infatti pressoché inesistente per le regioni del Nord-est mentre supera i 23 punti per quelle del Mezzogiorno, dove gli occupati tra 15 e 64 anni sono poco più di quattro su dieci.

Come è noto la scena della ribalta spetta al tempo determinato: «L’aumento del lavoro alle dipendenze nel 2017 torna a riguardare in modo sostenuto il lavoro a termine (298 mila, +12,3 per cento), mentre quello a tempo indeterminato, dopo il forte incremento registrato nell’anno precedente, aumenta con intensità molto ridotta (+73 mila, +0,5 per cento). L’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti sale al 15,4 per cento, rimanendo più elevata per le donne (15,9 per cento in confronto al 15,0 degli uomini) e nelle regioni del Mezzogiorno (19,3 per cento)».

Per completare il quadro abbiamo i sottoccupati: «L’incidenza dei sottoccupati, cioè degli occupati a tempo parziale che dichiarano di essere immediatamente disponibili a lavorare un maggior numero di ore, riguarda il 3,2 per cento del totale degli occupati (il 4,5 per cento tra le donne e il 2,2 per cento tra gli uomini), in lieve diminuzione rispetto a un anno prima».

Per ultimi i disoccupati:

Il numero di disoccupati, sceso per la prima volta nel 2015 dopo sette anni di ininterrotta crescita, continua a diminuire a ritmi più sostenuti anche nel 2017 (-105 mila, -3,5 per cento) in particolare nell’ultimo trimestre, tornando sotto alla soglia dei 3 milioni (2 milioni 907 mila). A ciò corrisponde una diminuzione di 0,5 punti del tasso di disoccupazione che scende all’11,2 per cento. Tuttavia continua ad aumentare la distanza con l’Ue, dove l’indicatore è sceso di un punto attestandosi al 7,6 per cento. Nonostante il calo dell’indicatore riguardi tutte le ripartizioni territoriali, anche in questo caso è forte la frattura del nostro paese: se nella parte settentrionale della penisola il tasso di disoccupazione è inferiore a quello della media Ue, nel Mezzogiorno l’indicatore si allontana ulteriormente da quello europeo, rimanendo il più elevato dopo quello della Grecia.

Anche fra i disoccupati, ovviamente, si conferma il vantaggio di quanti in possesso di livelli di istruzione più elevati: «il tasso di disoccupazione varia tra il 17,7 per cento di chi ha al massimo la licenza elementare al 6,4 per cento dei laureati, con un divario maggiore per i giovanissimi; analogamente il tasso di inattività 15-64 anni passa dal 62,3 al 16,3 per cento con il gap più elevato nella fascia 55-64 anni a ragione del fatto che i lavoratori con elevato titolo di studio permangono più a lungo nell’occupazione. Per i più giovani, nonostante il vantaggio relativo dei laureati, gli indicatori rimangono su livelli elevati per tutti i titoli di studio a testimonianza delle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e del prolungamento dell’inattività per motivi di studio».

 

—- Le imprese —-

Tocca alle imprese, ora. Come abbiamo già visto in passato le imprese italiane non brillano certo per dimensioni:

Il 95,2 per cento delle imprese nel 2016 sono imprese di piccole dimensioni (massimo 9 addetti) che impiegano il 45,3 per cento degli addetti totali. Percentuali più alte si registrano nel settore degli altri servizi, con il 97,7 per cento di imprese e il 49,5 per cento di addetti; delle costruzioni, con il 96,2 per cento di imprese e il 66,0 per cento di addetti; e del commercio, trasporto e magazzinaggio, alloggio e ristorazione, con il 95,3 per cento di imprese e il 52,2 per cento di addetti. L’industria è l’unico settore che presenta per questa tipologia di imprese valori molto sotto la media nazionale e per le altre valori più alti, con una dimensione media di impresa 3 volte superiore a quella nazionale.

E non tutte le imprese esportano in egual misura: nel 2016 erano attive 195.745 imprese esportatrici il cui contributo alle esportazioni nazionali cresce sensibilmente all’aumentare della dimensione delle imprese (espressa in termini di addetti). Le grandi imprese esportatrici (1.952 unità con almeno 250 addetti), infatti, hanno realizzato il 46,6 per cento delle esportazioni nazionali, le medie imprese (50-249 addetti) il 29,6 per cento e le piccole imprese, con meno di 50 addetti, il 23,9 per cento. Nulla di sorprendente, in verità, dato che esportare richiede mezzi e capacità non presenti in contesti aziendali formato micro. Ed è altrettanto facile immaginare cosa possa succedere in un contesto economico caratterizzato dalla morte del mercato interno e dall’export or perish…

Nel 2017 la quota di mercato dell’Italia sulle esportazioni mondiali di merci, misurata in dollari, risulta pari al 2,92 per cento e in lieve calo rispetto al valore del 2016, 2,95 per cento. Per quanto riguarda le aree geografiche, il maggiore contributo positivo al saldo complessivo è dovuto all’America settentrionale (+27.882 milioni di euro), ai Paesi europei non Ue (+8.563 milioni) e ai Paesi Ue (+8.278 milioni). L’Asia orientale (-6.201 milioni di euro), l’Asia centrale (-2.803 milioni) e gli Altri paesi africani (-603 milioni) fanno invece registrare un disavanzo consistente.

Con riferimento ai singoli paesi, Germania e Francia si confermano anche nel 2017 i principali mercati di sbocco delle esportazioni nazionali, con quote pari, rispettivamente, al 12,5 per cento e al 10,3 per cento. E fin qui, nulla di sorprendente dato che si commercia prima con i paesi piu’ vicini. A seguire abbiamo gli Stati Uniti con una quota del 9,0 per cento grazie al suo ruolo di importare di ultima istanza mondiale. Tocca a Spagna e Regno Unito (entrambe 5,2 per cento) chiudere la top five.

Per quanto riguarda, infine, i principali raggruppamenti di merci i più ampi saldi attivi si rilevano per macchinari e apparecchi n.c.a. (+50.667 milioni di euro) e prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+19.807 milioni), seguono prodotti delle altre attività manifatturiere (+12.282 milioni), articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (+12.198 milioni), apparecchi elettrici (+6.208 milioni), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+5.543 milioni). I saldi negativi più consistenti si registrano, invece, per computer, apparecchi elettronici e ottici (-12.544 milioni di euro), sostanze e prodotti chimici (-7.111 milioni) e legno e prodotti in legno; carta e stampa (-1.725 milioni).

Se poi riprendiamo sotto mano il tasso di occupazione disaggregato per titoli di studio, non è una sorpresa scoprire quali diplomi e lauree portino a un maggiore tasso di occupazione e quali no. Basta seguire la specializzazione produttiva del paese e la dimensione delle imprese per avere la risposta…

 

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[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/225274

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2018 da in Diamo i dati con tag , .
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