Charly's blog

Ridi pagliaccio liberale, il mercato ha sempre ragione. Anche quello politico

Uno dei cardini teorici dell’economia, specie quella degli esordi, è la razionalità degli agenti economici [1]:

«L’economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data una graduatoria di obiettivi, si devono operare scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi». In questa definizione emergono gli elementi costitutivi della razionalita’ nella teoria economica. In primo luogo, gli operatori economici sono motivati da fini personali: in particolare sono in grado di valutare tutti i possibili esiti e di ordinarli secondo le proprie preferenze. In secondo luogo, ciascun agente dispone di risorse (materiali, di tempo, di capacità e altre ancora); le dotazioni di queste risorse possono variare da individuo a individuo, ma sono per tutti date in quantità limitata. Infine, tali risorse possono essere impiegate per diversi usi, e il decisore economico sceglie l’esatto utilizzo delle proprie allo scopo di raggiungere in massimo grado gli obiettivi prefissati. La limitazione delle risorse determina l’esistenza di costi opportunità, ovvero la necessità di ridurre la quantità di risorse destinate ad altri impieghi al fine di poter incrementare quella destinata a un certo uso. Formalmente, il problema della scelta razionale prende la forma di massimizzazione dell’utilità soggetta a vincoli che dipendono dalle risorse a disposizione.

Semplice, no? In un contesto competitivo quale il mercato si deve soppesare con cura le proprie azioni, pena il fallimento. Rimane un punto, tuttavia, che mi sfugge: come è possibile conciliare l’attore economico razionale con il “popppulisssmo, la xenoffobia, l’analfabetismo funzionaleeeee” che, a detta dei sostenitori del mercato – quello che ha ragione anche quando ha torto – domina nella politica contemporanea? Perché, sapete, l’elettore è anche un agente economico…

 

—- Non così razionali, dopo tutto? —-

Una prima possibile risposta è che chi viene inserito in quel gruppo sia divergente rispetto un altro mitologico gruppo composto da essere illuminati e razionali. Peccato che il “popppulisssmo, la xenoffobia, l’analfabetismo funzionaleeeee” sia ormai presente in paesi e sistemi politici fra loro assai differenti, dall’Europa agli States per passare per il Sud America. Una simile diffusione porta a scartare come causa dominante:

  • Particolari culture o tradizioni politiche;
  • Il particolare operato dei media di un paese;
  • La situazione economica di un paese visto che il fenomeno è tanto presente in contesti negativi quanto in quello positivi;
  • I livelli d’istruzione o il reddito;

Non è mancato, da ultimo, chi sostenesse l’immunità dei sistemi politici anglosassoni perché lì si dice “people are” e non “il popolo è’”… fino a Trump e la Brexit, ovviamente. Anche le spiegazioni autorazziste che presentano l’Italia sul banco degli imputati non tengono di fronte alla realtà dei fatti: anche gli ariani nordici e anglo-sassoni presentano gli stessi fenomeni dei sub-umani latini, per usare due frames che vanno per la maggiore in certi ambienti. Con in più l’aggravante per gli ariani di essere in preda al “popppulisssmo, la xenoffobia, l’analfabetismo funzionaleeeee” a dispetto di una situazione economica mediamente più solida.

Gli illuminati e i razionali, ad ogni modo, hanno già pronta la soluzione: le persone non sono poi così razionali e di sicuro sono ignoranti, specie sulle tematiche di dibattito pubblico. Se non fosse che le persone ignoranti non nascono dal nulla ma escono dopo oltre un decennio di scuola pubblica. Magari si potrebbe risolvere la cosa insegnando agli studenti le scienze politiche e non Manzoni, che dite?

A parte per l’ignoranza, sotto impulso delle scienze cognitive si è cominciato a demolire la tradizionale dicotomia ragione/emozione se non, addirittura, il concetto stesso di intelligenza inteso come monolite granitico:

  • Non esiste l’intelligenza, ma le intelligenze (il che spiega perché si possa essere geniali e intelligenti in un campo e idioti in altri, per primo quello delle relazioni personali);
  • Le emozioni sono la benzina che portano ad agire, mentre una pura intelligenza farebbe ben poco (concetto già sviluppato in ambito filosofico);
  • Tutti, e sottolineo tutti, viviamo grazie a frames e bias cognitivi che la mente usa per mettere un ordine nel caos della realtà al costo della sua semplificazione;

Simili concetti riempiono pagine e pagine di teoria, ma se siete tipi pratici, basta guardare la pubblicità:

Non ci vuole un’intelligenza particolarmente acuta per capire perché abbia poco senso mettere un top model truccata e photoshoppata per dimostrare la validità di una crema, non trovate? Così come è piuttosto complicato trovare una differenza fra la pubblicitè e la propaganda politica al netto del fatto che in ambito pubblicitario non è possibile colpire direttamente i competitors.

In termini semplici, parlare di agente razionale ha senso se ci si rende conto che si tratta di un modello artificiale che può sì essere appreso e applicato, ma che è lungi dall’essere quello che si vorrebbe far credere. Un metodo che, soprattutto non è in grado di dare i fini che sono, nel caso umano, in larga parte di natura biologica. Le basi biologiche del comportamento umano, ricordate?

 

—– La politica è meritocratica, dearie —-

Fin qui nulla di originale, invero. La concezione teorica degli auto proclamati illuminati è palesemente errata ma, curiosamente, i nostri eroi si lamentano anche della sua applicazione pratica. Persi fra una giaculatoria e l’altra inneggiante al libero mercato, i campioni dell’antipolitica fanno finta di non vedere che la politica, oltre a essere sangue e merda, è anche la più alta applicazione sia del merito sia della competizione.

Muovendo i nostri passi dalla definizione di partito politico data da Max Weber – un’associazione libera di persone volte a occupare i posti di potere per vantaggi personali e/o per motivi ideologici – è facile notare che la politica presenta un contesto fortemente competitivo privo di particolari e significative barriere d’ingresso. Chiunque può andare in Parlamento, basta avere i voti sufficienti. Berlusconi e Grillo sono due ottimi esempi, in merito. Per accedere al potere bisogna avere i voti e senza i voti non si ottiene nulla quale che sia la ricchezza o le origini del candidato. Più meritocratico di così…

Una volta in Parlamento, sia all’opposizione e sia al Governo, si è sottoposti a un controllo scrupoloso tanto dalle parti politiche avverse quanto dagli organi di stampa. E anche qui è facile notare che le azioni dei “watchhdogs” della stampa nei confronti della politica sono di una magnitudo assai maggiore rispetto a quanto è accettabile nei confronti dei potentati economici. D’altronde, si sa, per capire chi ha davvero il potere è sufficiente vedere cosa succeda in caso di critica nei confronti dei vari gruppi di potere, tali o presunti.

Sia come sia, l’azione dei partiti politici è di nuova soggetta al controllo degli elettori e in caso di valutazione negativa si perde lo scranno, quale che sia il nome, la ricchezza o le origini. Meritocrazia al suo stato più puro, di nuovo. Si potrà sostenere, a questo punto, che la meritocrazia politica premia alla prova dei fatti demagoghi e populisti e non i “migliori” ma così facendo si dimentica che la meritocrazia è una metodo organizzativo, non un fine. Sui fini, anzi, un regime meritocratico non dice proprio nulla anche se, ad onor del vero, molti sinceri meritocratici non riescono ad afferrare un concetto così semplice. Si veda, al riguardo, il commento lasciato in calce al mio vecchio post sull’argomento.

La politica è meritocratica perché non ci sono scappatoie alle regole che si è posta in ambito democratico: il seggio finisce a chi prende i voti. Anzi, si deve dire che sono i sinceri meritocratici e fan boy del libero mercato a chiedere l’esautorazione dei risultati elettorali sgraditi per via di manovre extra parlamentari via pressione mediatica o finanziaria. D’altronde anche la via maestra del libero mercato non è un’eccezione e un fast food può tranquillamente avere più successo di un ristorante a 5 stelle bio&equo&sostenibile. Ma quel che è lecito nel mercato economico diventa subito “poppppulismo&demagoggggia” in un contesto politico. Si vede che, per qualche curioso motivo, vendere una crema che promette di farti diventare una top model non è demagogico, vincere le elezioni promettendo la Flat tax sì. Stranezze della vita, che volete.

Se agli intellettuali non piace libero mercato perché ottengono un successo minore rispetto a quanto voluto, come insinuano maliziosi i liberomercatisti, lo stesso si può dire per gli uomini del libero mercato a cui non piace la politica: si sono misurati con il libero mercato della politica registrando un penoso fallimento. Come conciliare la dissonanza cognitiva con l’elevata immagine di sé e il fallimento politico, allora? Insultando l’elettorato nel giorno pari ed esaltando l’agente razionale nel giorno dispari. Se non fosse che sono la stessa identica cosa e difficilmente puoi essere razionale nella scelta di un frigorifero e non nella gestione del vivere comune…

 

—- L’età del populismo: come siamo arrivati fin qui? —-

Assodato che il modello razionale e la razionalità non sono proprio quel che la vulgata vuole e che la politica non è altro che meritocrazia al suo stato più puro, cosa rimane? Rimane l’età del rancore, del populismo, dell’indignazione e tanti altri epitoti poco carini. Ma come sempre succede nel nostro vivere quotidiano abbiamo una causa e un prima rispetto all’oggi. Se siamo arrivati a questo punto verrebbe anche da chiedersi quale sia la causa del fenomeno una volta assodato che la risposta più in voga – basse insinuazioni sulle capacità cognitive degli altri, mai sulle proprie – non regge alla prova dei fatti. Temo che la risposta sia piuttosto semplice, in realtà: gli incompetenti sono al potere proprio grazie all’operato dei competenti.

Il caso più ecclatante di gestione da parte dei competenti è l’Unione Europea il cui fallimento è ormai evidente sotto tutti i punti di vista: politico, economico, geopolitico. Ma anche qui nulla di sorprendente, lo si sapeva già prima e le dure repliche della realtà non hanno che confermato le attese teoriche. Ma è da segnalare che i competenti hanno bellamente ignorato le risposte politiche come il no al referendum sulla Costituzione UE, in totale sfregio alle regole meritocratiche della politica democratica. E non ci vuole un genio a capire che se le risposte possibili sono solo “Sì” e “Sì’, grazie” prima o poi qualcuno cercherà anche il “no”. Quello che i media chiamano come sovranismo e populismo, per intendersi.

Anche la globalizzazione presenta le sue magagne con la delocalizzazione delle strutture produttive e la concorrenza al ribasso sui salari. Per non tacere, poi, dei movimenti migratori che causano problemi sociali e culturali nei paesi riceventi e la privazione di risorse umane nei paesi d’origine. E quale era la promessa originale dei competenti? La solita, prosperità e sviluppo economico abbinata alla fine della conflittualità interstatale. In uno slogan diventato famoso, “la fine della storia”. E anche qui registriamo, di nuovo, un altro fallimento colossale dei competenti che hanno frainteso la pax imperiale americana con una sorta di mitologico atto di natura.

Cosa abbiamo scoperto, alla fine? Che l’evoluzione dello scenario politico degli ultimi è da attribuire alle macerie fumanti lasciate sul campo dal governo dei competenti e che l’affermazione dei partiti politici populisti ha raggiunto il suo apice solo dopo che i competenti hanno ignorato a più riprese i segnali di allarme. Salvo poi, dinnanzi alle proteste, passare all’insulto sbrodolando di statistiche, percezioni e bolle mediatiche, inoccupabili e choosy. Perché, si sa, il modo migliore per convincere qualcuno è insultarlo.

Quanto basta per pensare che i populisti, dopo tutto, sono meno populisti di quanto si pensi mentre i competenti sono molto meno competenti di quanto credono. Ma essendo degli incompententi al di fuori del loro settore professionale, non se ne rendono conto. Ironie della storia e un ulteriore fallimento da imputare al sistema scolastico…

 

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[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/razionalita/

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Questa voce è stata pubblicata il 3 gennaio 2019 da in politica con tag , , , , .
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