Charly's blog

Il CFA, Di Battista e la Francia

Di ritorno dal Sud America Di Battista ha pensato bene di dichiarare guerra alla Francia [1]:

Ospite a ‘Che tempo che fa, Alessandro Di Battista si è presentato da Fazio con in mano il fac simile di una banconota da 10mila franchi CFA che poi ha strappato in diretta. “Questa è una banconota da 10mila franchi delle colonie francesi, il franco CFA – ha spiegato l’esponente pentastellato – se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa non se esce più”.

“Attualmente, vicino Lione, la Francia stampa questa moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti paesi della zona subsahariana i quali non solo hanno una moneta stampata dalla Francia – ha sottolineato Di Battista – ma per mantenere il tasso fisso con l’euro sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un contro corrente gestito dal Tesoro francese col quale ci pagano una cifra irrisoria del debito pubblico francese pari circa allo 0,5 per cento”. “Ma soprattutto – ha incalzato Di Battista – con questo controllo geopolitico dell’aera, la Francia gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, la loro sovranità monetaria e fiscale“. Quindi, strappando la banconota in mille pezzi, ha aggiunto: “Finché non si strapperà questa banconota, che è una manetta, le persone continueranno a scappare, a morire in mare e a trovarsi altre rotte”.

Alle parole dei grillini è scattato, ovviamente, il riflesso pavloviano della sinistra pronta a negare ogni influenza negativa della Francia sulle sue ex colonie pur di attaccare il M5s. Si vede che i francesi sono un popolo di filantropi…

 

—- Il CFA? E che roba è? —-

Un articolo de Lavoce.info spiega egregiamente la questione. Il CFA «Indica due valute comuni a 14 paesi africani: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Questi stati fanno parte della cosiddetta zona franco, ossia un insieme di territori dove sono utilizzate valute in passato ancorate al franco francese e che oggi invece sono legate all’euro da un sistema di cambi fissi garantito dal tesoro della Francia» [2].

In termini pratici si tratta di un sistema a cambi fissi ideato per fornire stabilità monetaria alle ex colonie francesi che erano, e sono tuttora, delle economie in via di sviluppo. L’aggancio a una moneta forte, in effetti, può offrire alcuni vantaggi:

L’agganciamento a una moneta forte infatti riduce quasi completamente il rischio di fluttuazioni del cambio, che potrebbero avere effetti negativi sull’economia reale e sui consumatori, tramite la variazione del valore di esportazioni e importazioni, ma anche sugli istituti finanziari che, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono perlopiù indebitati in valuta estera. Si può ovviamente discutere del regime di cambio migliore per questi territori. Il tasso di cambio fisso è stato introdotto in un momento di disordine dei mercati valutari ed è stato poi mantenuto per permettere a questi paesi di svilupparsi potendo contare su una valuta stabile.

Per quanto riguarda la Banca di Francia, la cosiddetta tassa coloniale citata dai M5S consiste in:

Nel caso del franco Fca, è la Francia a garantire la piena convertibilità in euro, quindi è il suo tesoro ad agire sui mercati valutari affinché il tasso di cambio rimanga invariato. Si tratta di un onere per le riserve della banca centrale francese, che, in cambio, ha richiesto che le due banche centrali africane depositino una quota delle loro riserve in valuta estera presso il tesoro, in un conto di trading aperto a loro nome. […[] I paesi del franco Cfa tengono quindi una percentuale di riserve presso il tesoro francese, che in cambio garantisce la convertibilità del franco Cfa in euro e offre una linea di credito nel caso di azzeramento delle riserve. Dire quindi che “gli stati africani sono costretti a versare la metà dei loro denari” al tesoro francese è impreciso, perché si tratta solamente di metà delle riserve in valuta straniera delle banche centrali. In un conto che oltretutto corrisponde interessi. Si tratta comunque di una cifra piuttosto contenuta: i depositi sono pari a circa 7 mila miliardi di franchi Cfa, poco più di 10 miliardi di euro.

L’adesione al CFA è formalmente libera così come esiste il diritto di uscire dal cambio fisso, a differenza di quanto succede con l’Eurozona per dirne una. Ma si deve anche far notare che ci sono delle malelingue che insinuano una certa tendenza francese a forzare la mano dei paesi africani…

 

—- Ma i migranti da dove arrivano? —-

Nell’accusa grillina abbiamo due elementi da soppesare:

  • Il CFA soffoca l’economica dei paesi africani che hanno adottato i cambi fissi;
  • Per questo motivo assistiamo ai flussi migratori;

Partiamo dal primo elemento, il più semplice da valutare visto che basta vedere le prime dieci nazionalità di provenienza di chi è arrivato sulle nostre coste [3].

 

Numero richiedenti asilo, prime dieci nazionalità

2014 2015 2016 2017
Nigeria (10.040) Nigeria (18.174) Nigeria (18.174) Nigeria (25.964)
Pakistan (7.064) Pakistan (10.403) Pakistan (10.403) Bangladesh (12.731)
Gambia (8.477) Gambia (8.022) Gambia (8.022) Pakistan (9.728)
Senegal (4.615) Senegal (6.386) Senegal (6.386) Gambia (9.085)
Bangladesh (4.511) Bangladesh (6.056) Eritrea (729) Senegal (8.680)
Mali (9.692) Mali (5.455) Costa D’Avorio (3.115) Costa D’Avorio (8.374)
Ucraina (1.933) Ucraina (4.653) Bangladesh (6.056) Guinea (7.777)
Afghanistan (2.994) Afghanistan (3.975) Mali (5.455) Mali (7.757)
Ghana (2.161) Ghana (3.697) Guinea (1.704) Ghana (5.575)
Costa d’Avorio (1.485) Costa D’Avorio (3.115) Ghana (3.697) Eritrea (4.979)
63.456 83.970 123.600 130.119

Fonte: Ministero dell’Interno

 

Per ogni nazionalità fra parentesi trovate il numero di domande di asilo e in fondo alla tabella il numero totale delle domande presentate per gli anni presi in considerazione. In grassetto i paesi membri del CFA. Ne viene fuori che i migranti dai paesi membri del CFA sono sì una minoranza sul totale, ma sono comunque una percentuale considerevole, tra il 15 e il 25% a seconda dell’anno. Ma rimane, ovviamente, un grosso ma. Di per sé, infatti, attribuire la colpa della migrazione al CFA ha poco senso perché è un fenomeno complesso che dispiega i suoi effetti anche in paesi di altri continenti, come ben dimostrano i dati su scala europea [4]:

Syria was the main country of citizenship of asylum seekers in the EU Member States in 2017, a position it has held each year since 2013. In 2017, the number of Syrian first-time asylum applicants in the EU-28 fell back to 102 thousand from 335 thousand in 2016, while the share of Syrians in the EU-28 total dropped from 27.8 % to 15.8 %. Despite this drop, Syria was the main country of citizenship in fourteen EU Member States. Iraqis accounted for 7 % of the total number of first-time asylum applicants and Afghanis for 7 %, while Nigerians and Pakistanis accounted for 6 % and 5 % respectively. Among the most numerous groups of citizenship of first-time asylum applicants in the EU-28 in 2017, the largest relative increases compared with 2016 were recorded for Nigerians (share up 2.2 percentage points) and Bangladeshi and Guineans (up 1.6 percentage points each). There was also considerable growth in relative terms in the number of applicants from Turkey, Venezuela, Côte d’Ivoire, as well as from Eritrea and Albania. The largest relative fall in the number of applicants, among the most common countries of citizenship for asylum seekers in 2017 (except for Syria), was recorded for Afghans, Iraqis and Iranians.

Il che non toglie che benché non sia l’unica causa della migrazione su scala mondiale, il CFA può tranquillamente avere un effetto negativo in termini economici. Fra le altre cose si dovrebbe anche ricordare le missioni militari volte a scoraggiare le migrazioni [5]:

La camera dei deputati ha approvato il decreto missioni con una larga maggioranza. Hanno votato contro Liberi e uguali e il Movimento 5 stelle. Si è astenuta la Lega nord, mentre il Partito democratico e Forza Italia hanno votato a favore del decreto, che prevede il ridimensionamento della presenza militare italiana in Afghanistan e in Iraq e l’intervento militare in Niger, nell’ambito della missione del G5 (Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger, Mauritania) nel Sahel, in cui l’Italia ha chiesto di essere membro osservatore. Nel complesso nel 2008 l’Italia spenderà 1,5 miliardi di euro in 31 missioni e in 21 paesi, ma solo una parte di questi fondi è stata approvata dal parlamento.

Guarda caso sempre lì siamo. Se è da rigettare la tesi grillina che sia il CFA la causa delle migrazioni non è da rifiutare a priori un effetto di sottosviluppo economico causato dall’adozione dei cambi fissi.

 

—- Ma il CFA è positivo o negativo? —-

E questo ci porta dritti al secondo punto della discussione: gli effetti positivi o negativi del CFA. A parte per i francesi che spergiurano sulla bontà della cosa e a dispetto di quello che vorrebbe far credere l’intelligencija di sinistra italiana, la questione non è affato peregrina. Non è raro, infatti, imbattersi in analisi che ne evidenzino i tratti negativi [6]:

Exports from the CFA zone to the euro area fell from 50 percent to 25 percent in the last 20 years in favor of exports to countries such as China, Nigeria, India, and Thailand. Thus, the benefits in terms of exchange rate stability with the euro area are ineffective because there is less trade between the two areas. Additionally, export earnings are generally reported in dollars, which the countries of the CFA zone must convert into euros. Generally, an appreciation of the euro against the dollar reduces the value in terms of exports earnings in the CFA member countries. Moreover, by choosing to peg the CFA franc to the euro, the central banks of the CFA area must follow the policies adopted by the European Central Bank in order to maintain the parity level between the two currencies. Thus the restrictive policy of the central banks of the CFA zone, decried by several economists, is mainly linked to the anchoring of the CFA franc. The strong appreciation of the euro in the 2000s was also detrimental to the economies of the franc zone. It led to the appreciation of real exchange rates in nearly all CFA zone countries and a decline in competitiveness. It is only because of the significant increase in the terms of trade, due to the rise in the price of commodities, that these countries have been able to recover and avoid further devaluation. However, the CFA member states have suffered from a structural current account deficit since the introduction of the euro.

Another difficulty for the CFA zone is that the geographical region is far from what is called an “optimal currency area,” that is, a currency zone in which benefits of sharing a currency could be higher than costs. Indeed, in spite of a common currency, the intra-regional trade within West Africa and Central Africa’s monetary unions is lower than 20 percent of total trade—compared to more than 60 percent within the euro zone. The CFA member countries are also characterized by asymmetric shocks—particularly supply shocks—and the zone is less integrated financially. In terms of competitiveness level, measured by exchange rate misalignments, there is a huge difference between the countries in the zone, making it impossible to set up a single and consensual monetary policy.

E immagino che i più smaliziati fra voi abbiano già notato i punti in comune con l’eurozona. Ma, di nuovo, dobbiamo segnalare un altro fattore sollevato da Mario Seminerio [7]:

Il punto è quello: i paesi emergenti, che faticano ad emergere, sono “condannati” ad indebitarsi in valuta forte. Da lì non si sfugge. Aver creato un peg del franco CFA all’euro è servito inizialmente per ridurre l’incertezza di investimenti e commercio internazionale, e porre fine al caos monetario di quei paesi, ai tempi che furono. Il rovescio della medaglia è che, come ogni sistema di peg più o meno rigido, se non c’è convergenza o allineamento dell’economia forte a cui si è agganciata la moneta (cioè all’Eurozona), il cambio fisso diventa un cappio, che causa crescenti deficit commerciali, cioè una moneta sopravvalutata che frena l’export e favorisce l’import, oltre a fughe di capitali che anticipano l’inevitabile riallineamento, cioè svalutazione del peg non sostenibile. […] Ma quale sarebbe l’alternativa? Molto semplice: che i paesi interessati escano dall’accordo di cambio e si creino la loro valuta locale, gestendola autonomamente. Dovranno indebitarsi in euro o dollari o altra valuta forte, come accade ai paesi emergenti.

Nessuna sorpresa, allora, se in un mondo complesso non possa esistere una risposta o una causa semplice. Ma se vale per i grillini vale anche per gli altri… Più che un rapporto di sudditanza coloniale siamo di fronte a una necessità economica sfruttata dalla Francia per la propria agenda geopolitica.

Incredibile a dirsi, ma Di Battista ha detto delle cose imprecise se non proprio infondate pur avendo, probabilmente, ragione nel chiamare in causa il CFA come uno dei fattori negativi per lo sviluppo dei paesi africani in questione. Va da sé che presentare un problema nel modo sbagliato non possa che bloccare sul nascere una discussione ma, al riguardo, i grillini hanno una lunga esperienza in cose sensate portate avanti in modo insensato.

 

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[1] Cfr. https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/01/21/franco-delle-colonie-scoppia-polemica_7WudXYjEFtMNCgZprc8FtM.html

[2] Cfr. https://www.lavoce.info/archives/57142/se-di-battista-svela-il-complotto-francese-contro-lafrica/

[3] Cfr. http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo

[4] Cfr. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Asylum_statistics#Citizenship_of_first-time_applicants:_most_from_Syria_and_Iraq

[5] Cfr. https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/01/17/camera-missione-niger?fbclid=IwAR069py1NIiyxbWyzVRJAQu7Bcsnu6gqpeZbDggN3YEJk1PANVD9QFoMpXU

[6] Cfr. https://worldpolicy.org/2017/02/28/costs-and-benefits-of-the-cfa-franc/

[7] Cfr. https://phastidio.net/2019/01/22/il-complottone-franco/

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Questa voce è stata pubblicata il 22 gennaio 2019 da in politica con tag , , .
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