Charly's blog

La Spagna? Veleggia verso un nuovo 2008…

Oggi avevo intenzione di scrivere un altro post sull’avanzata della destra in termini politici, ma una cosa che ho letto su Facebook mi porta a trattare un altro argomento. O, meglio, a scriverne nuovamente. In quello stato si argomentava che la Spagna, dall’alto del suo 2,5% di crescita del PIL per il 2018 e del 2,1% previsto per il 2019, fosse la vera beneficiaria dell’Euro e non la Germania. Mostrando, ragionando in quel modo, una disceta incapacità nel maneggiare la dimensione multidimensionale dei fenomeni…

 

—- La Spagna, fu vera gloria? —-

In effetti a parte per il periodo 2009-14 la Spagna ha registrato un tasso di crescita del Pil maggiore rispetto a quello tedesco a partire dall’anno 1994:

Se vediamo poi il debito pubblico abbiamo come segue:

E qui notiamo la prima stonatura: il debito pubblico spagnolo ha superato quello tedesco solo nel 2011 mettendosi di traverso alla narrativa che vede la crisi dei PIIGS dovuta al fatto di essere dei spendaccioni. Alla scoppio della crisi il debito pubblico iberico, infatti, non arrivava al 40% contro il 65% dei virtuosi tedeschi. Con l’inaspettato fatto che in Spagna il debito pubblico è aumentato dopo la crisi e non prima e, di conseguenza, non può essere una causa ma un effetto. L’apparente paradosso si spiega con una realtà banale: la crisi dei PIIGS non è stata una crisi di debito pubblico.

 

—- La Crisi? Debito… privato ed estero —-

Lasciamo la parola a Vitor Costancio, allora vicepresidente della BCE in merito alla causa della crisi dei PIIGS[1]:

It is my contention that the main driver of the crisis was located in the financial sector, particularly banks which intermediated large capital flows towards the periphery, creating imbalances that became unsustainable when a sudden stop occurred following the international crisis and the abrupt revision of price of risk that it entailed.

La narrativa moralista del “non aver fatto le riforme”, ovviamente, non regge dinnanzi ai dati statistici:

This is the “it was mostly fiscal” narrative, which can be easily connected to two of the others: fiscal indiscipline led to economic overheating, wage and price increases implied loss of competitiveness, and this then led to the balance of payment crises. Although this is an internally coherent narrative, it is not correct, especially as a main driver of the crisis.

First, there is no strong correlation between whether a Member State respected or not the Stability and Growth Pact before the crisis, and the yields being demanded by financial markets today. For instance, Germany and France did not respect the Pact in 2003-4; Spain and Ireland respected it more or less fully until 2007.

Second, there was no uniform increase in overall government debt during the first years of the common currency in the countries that are now under sovereign stress. In fact, in a number of those it declined, and in some of them it declined substantially. For instance, from 1999-2007, public debt in Spain declined from 62.4% of GDP to 36.3% of GDP. In Ireland, over the same period, public debt fell from 47.0 % of GDP to 25.0% of GDP. While at relatively high levels, public debt also went down in Italy (from 113.0% of GDP to 103.3% of GDP) and increased only slightly in Greece. However, in the latter two cases, debt levels were still indeed far above the 60% stipulated in the Stability and Growth Pact.

D’altronde in molti hanno poca memoria storica e si sono dimenticati che prima del 2008 non si faceva che incensare le economie dell’Irlanda e della Spagna. E quali sono stati i primi paesi ad andare con il culo all’aria? Proprio quei due grazie al settore privato: «imbalances originated mostly from rising private sector expenditures, which were in turn financed by the banking sectors of the lending and borrowing countries». Debito privato, signori:

As slide 1 shows, contrary to public debt levels, the overall level of private debt increased in the first seven years of the EMU by 27%. The increase was especially pronounced in Greece (217%), Ireland (101%), Spain (75.2%), and Portugal (49%), all of which are countries that have been under severe pressure during the recent crisis [1]. The steep rise in public debt, on the other hand, began only after the financial crisis. Over the course of four years, public debt levels increased by a magnitude of five in Ireland and by a magnitude of three in Spain.

E questi soldi da dove venivano? Perché c’è una cosa che si chiama partita doppia e se uno ha un debito qualcun altro ha un credito:

The European rules on free movement of capital, the objective to create a level-playing field for different banking sectors, and the belief in the efficiency of supposed self-equilibrating financial markets, all conspired to make it very difficult to implement any sort of containment policy. Moreover, no one ever predicted that a sudden stop, characteristic of emerging economies, could occur in the euro area.

As a result, the inflow of relatively cheap financing turned into a huge credit boom in the countries now under stress. As we know, credit was not perfectly optimised by rational private agents. On the demand side, in an environment of low interest rates, consumers and firms, anticipating future growth, frontloaded consumption and investment like good intertemporal optimizers. On the supply side, European banks and financial markets did not perform according to theory in managing credit risk. It was this that then led to overheating, wage and price pressures, losses of competitiveness and high current account deficits.

Si tratta di un effetto distorsivo creato dall’Euro e dal mercato unico e i fondi salva Stati, in realtà, erano salva banche:

la Germania, via vendor financing, nei primi anni Duemila ha esportato i suoi beni nell’Europa del Sud grazie al credito concesso dalle banche tedesche alle banche sud-europee; dopo il 2008, quando gli effetti della crisi originata negli Stati Uniti (una crisi da debito privato) arrivano in Europa e le banche meridionali vanno in crisi, gli strumenti Ue, erroneamente chiamati salva Stati, salvano direttamente le banche greche e spagnole (i cattivi debitori) e indirettamente le banche franco-tedesche (i cattivi creditori che hanno compiuto un azzardo morale). Al contempo, volendo nazionalizzare il rischio, le banche tedesche si liberano dei titoli di Stato greci, spagnoli e italiani comprati nei primi anni Duemila. Tale svendita ha tre effetti: crolla il valore dei titoli greci, spagnoli e italiani; aumenta il loro spread con i Bund; mette in difficoltà le banche dei tre paesi che detengono quei titoli di Stato svalutati. La crisi, originariamente da debito privato, si trasforma in crisi da debito pubblico. A quel punto la Bce interviene con le operazioni suddette, che consentono la tenuta dell’euro, ma creano nel T2 un forte squilibrio tra Bundesbank (in credito per 923 miliardi), Spagna (381 miliardi di debito) e Banca d’Italia (442 miliardi di passivo).

E oltre il danno non poteva che esserci la beffa:

Secondo la Banca d’Italia, 60 miliardi (tabella) ci sono costati i prestiti bilaterali agli Stati dell’Unione monetaria europea (Uem) in crisi finanziaria come la Grecia e la Spagna, la quota di competenza italiana dei prestiti erogati agli stessi Stati tramite l’Efsf (il Fondo europeo di stabilità fnanziaria, garantito dagli Stati dell’Eurozona fno a 780 miliardi) e il contributo italiano al capitale del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Nel 2010 il governo Berlusconi ha speso 3,9 miliardi, nel 2011 i governi Berlusconi-Monti ne hanno spesi 9,2, nel 2012 il governo Monti ne ha spesi 29,5, nel 2013 i governi Monti-Letta ne hanno spesi 13, nel 2014 i governi Letta-Renzi ne hanno spesi 4,7, nel 2015 il governo Renzi ha avuto la restituzione di 2,1 miliardi. Come si può vedere, con Monti c’è un’impennata di 29,5 miliardi. In conclusione abbiamo speso complessivamente 60,3 miliardi e ce ne sono stati restituiti 2,1. Il saldo negativo è di 58,2 miliardi.

Cornuti e mazziati, come si suol dire…

 

—- La Spagna… in cerca di un detonatore —-

Ma torniamo alla Spagna. Ecco a voi l’andamento della bilancia commerciale del paese iberico [2]:

Notate qualcosa? Il deficit spagnolo cresce fino al 2008, salvo poi ridursi fino al 2013. Curiosamente è anche l’unico periodo nel quale il Pil spagnolo cede il passe a quello tedesco, ricordate? Da lì in poi il Pil iberico cresce nuovamente e con lui il deficit con l’estero. Adesso sono al livello del 2002, più o meno. All’epoca ci vollero altri sei anni per far esplodere il tutto, serviva solo un detonatore graziosamente fornito con la crisi dei subprime. Quanto basta per farmi chiedere, se il trend continuerà, quando la Spagna esploderà nuovamente. Diciamo in un 5/10 anni? Giusto in tempo per la prossima recessione americana?

Fra l’altro, ecco il confronto con la Polonia per tasso di crescita del Pil:

Non male, vero? In Polonia non hanno avuto una sola recessione dai primi anni ‘90. Ecco il debito pubblico:

Ed ecco, infine, il tasso di disoccupazione:

Quel che si dice un successone, quello spagnolo… Ma, per piacere, risparmiatemi la retorica del modello polacco anche perché il Governo polacco è sovranista e il paese è fuori dall’Euro. Anche qui ci sono svariate cause che spiegano lo sviluppo economico polacco, molte delle quali puramente congiunturali.

 

Approfondimenti:

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[1] Cfr. https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130523_1.en.html

[2] Cfr. https://tradingeconomics.com/spain/balance-of-trade

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Questa voce è stata pubblicata il 23 febbraio 2019 da in economia con tag , , , .
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