Charly's blog

Perché la destra avanza? Perché è più idonea a fronteggiare lo spirito dei tempi (interludio)

Avete mai sentito parlare dell’egemonia culturale teorizzata da Gramsci? Questa roba qui [1]:

«Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale». L’egemonia culturale, quindi, sta a indicare che, attraverso la capacità di orientare la mentalità, l’elaborazione simbolica, gli stili di vita e i linguaggi della «massa popolare-nazionale», «i gruppi dirigenti» stabiliscono «rapporti più intimi» con essa.

Se notevole per l’epoca, tuttavia, la teorizzazione di Gramsci cede il passo alle scienze cognitive. D’altronde non possiamo parlare di destra/sinistra senza prima ricordare un paio di cosette sul frame.

 

—- Non pensare… come pensano a destra —-

Una formulazione più sofisticata di egemonia culturale, ma comunque molto simile a livello concettuale, è quella di “frame” teorizzata nelle scienze cognitive [2]:

Words are a most powerful means to make oneself comprehensible, reach customers, and mobilize fellow citizens because of a simple truth: Words evoke frames. Every single word evokes a frame in the recipient’s mind. This is true for all language. […] The reason for this powerful impact of language on our minds and perception is simple — our brain can only attribute meaning to things by conjuring up its real world experiences with those things. Frames are the deep, conceptual patterns that store and structure this world experience. They are invoked by language and images and, in turn, guide our perception of whatever is the issue at hand.

Extensive behavioral research leaves no doubt — it is frames, and not facts per se, that our minds rely on for decision-making. Whether regarding personal, professional, or political life, so-called framing effects are a daily reality: One and the same facts lead people to entirely different — and often contradictory — beliefs about what constitutes the right decision or action to take. This applies to political and societal challenges as much as it does to consumer decisions and personal life.

 Contradictory to common myth, only a slim part of the reasoning and decision-making our minds go through every single day is conscious. Thus, while it is frames, and not facts in and of themselves, that guide our beliefs and actions, we rarely recognize their impact.

La politica non verte sull’analisi concreta delle tematiche politiche perché nessuno possiede la conoscenza minima per gestire l’intero spettro delle problematiche presenti. Non solo fra gli elettori, ma neppure fra i tecnici. E ancor di più la politica non si occupa di tematiche dove è presente invariabilmente un soluzione di tipo tecnico, ma si muove in un mondo valoriale e normativo quale che sia la tecnica disponibile. Prima si vota per il mondo nel quale si vuole vivere poi, in seconda buttuta, si passa alla sua tentata realizzazione pratica.

Siccome, però, il voto è indispensabile, su cosa votano gli elettori? Sui significati da attribuire ai fatti – che, come abbiamo visto, di per sé non vogliono dire nulla – creando una narrazione coerente e basata sui valori. La propaganda seria, quindi, si gioca sulla ridefinizione dei significati e non sulla semplice negazione dei fatti. I fatti si possono ignorare se hai un’alternativa che permette di dar loro un significato coerente con il proprio frame , altrimenti i fatti prevalgono specie se derivano da un’esperienza diretta. Non puoi starnazzare sulla criminalità percepita quando hai gli spacciatori sotto casa, mentre se credi che la moralità derivi dalla religione, senza mai aver letto la Bibbia, puoi ignorare il fatto che uno dei paesi più atei del mondo come la Republica Ceca sia anche uno dei meno violenti. Ma in questo caso hai una narrazione a sostegno della tua tesi in assenza di un confronto diretto con i fatti che potrebbero confutare la tua posizione.

 

—- Il frame dominante: il centro-destra economico (1) —–

Nel caso italiano abbiamo avuto negli ultimi 20/30 anni un dominio incontrastato dei frames utilizzati dal centro-destra in ambito economico. In linea di massima possono essere descritti come quelli del self made man che deve difendersi dalle persone meno capaci e dallo Stato, ladro per definizione. Le tasse sono un furto, il debito pubblico un fardello, i dipendenti pubblici dei parassiti e i laureati inutili. Fabbrichetta, Partita Iva e competere esportando anche se non c’è nessuna logica aziendale a preferire l’export quando puoi avere il mercato interno a parità di profitti.

Partiamo dal debito pubblico, il fardello che preme sulle spalle delle nuove generazioni. Se non fosse che:

  • Il debito pubblico finanzia le infrastrutture di cui si avvalgono le nuove generazione (scuola, sanità), altro che fardello;
  • Visto che esiste una cosa che si chiama partita doppia, un debito è anche un credito. Il debito pubblico è ricchezza privata in mano italiane quasi al 70%. Se non ne siete convinti datemi pure i vostri titoli di Stato;
  • Il debito pubblico non è solo relativo alle spese, ma anche alle entrate. Non a caso non si guarda al valore assoluto che vuol dire poco o nulla, ma al rapporto con il Pil. Il debito pubblico italiano è elevato anche perché il Pil cresce poco;

Corollario al debito pubblico cattivo abbiamo l’idea che lo Stato debba essere gestito come se fosse un’azienda o come se fosse un padre di famiglia: non deve spendere più di quanto guadagni. Salvo poi lamentarsi della difficoltà dell’accesso al credito da parte delle PMI [3]:

All’allarme della Bce si unisce quello che da tempo porta avanti la CGIA di Mestre al fine di contrastare la stretta del credito degli istituti bancari verso le piccole e medie imprese italiane che accusano la necessità di prestiti e la difficoltà ad ottenerli in un sistema economico fortemente indebitato.

La CGIA ha più volte dichiarato indispensabile risolvere i nodi strutturali del sistema creditizio. Uno tra i principali consiste nell’erogazione della maggior parte dei prestiti alle grandi imprese (81%) mentre soltanto il 19% è distribuito alle famiglie, alle piccole imprese ed ai lavoratori autonomi che, di fatto, costituiscono la quasi totalità, vale a dire il 90%, dei clienti dei nostri istituti di credito.

Ma non avevamo detto che non bisognava spendere più di quanto si guadagnava? Aboliamo anche l’acquisto a rate, quindi? Lo Stato deve comportarsi come un’azienda, ma a differenza di un’azienda non può accedere al credito per investire. E non cito, poi, il fatto che lo Stato gestisce servizi pubblici a dispetto della sua redditività, tipo la sanità, altrimenti dovremmo far fuori pensioni e ospedali.

D’altronde, se si chiama capitalismo un motivo pur vi sarà e con il nome si sottolinea quanto sia importante il capitale da investire tenendo a mente che gli investimenti sono comunque da remunerare. Il problema italiano non è quindi il debito di per sé, ma la sua sostenibilità che è garantita dall’andamento del Pil e da quel che ci fai con debiti e deficit assortiti. Un Pil stagnante e Quota 100, per dire, è una pessima coppia.

Se i critici sono tanto pronti a sparare a palle incatenate sul debito pubblico, però, rimangono silenti su quello privato. Se il problema fosse di tipo moralista, infatti, non dovrebbe esserci distinzione fra spendaccione pubblico o privato. Ma non ci vuole un genio a capire che senza lo spendaccione privato che contrae debiti non potrebbe neppure esserci il capitalista privato che vanta crediti. Se indebitarsi è brutto, signori miei, potete dire addio al capitalismo e alla finanza. Il motivo di un tale bias cognitivo è dovuto a meri interessi di bottega e all’attacco portato da parte del privato contro il pubblico con lo slogan “ridurre il perimetro dello Stato”. Se non fosse che dando un’occhiata alla composizione della spesa pubblica, su 848 miliardi (2018) fra le varie voci di spesa troviamo le pensioni che toccano 269 miliardi e la sanità che prende 116 miliardi [4]. Per il resto abbiamo i dipendenti pubblici (170 miliardi), la scuola, le forze armate e dell’ordine. E guarda caso queste voci possono essere gestite anche dal settore privato: solo per pensioni e sanità abbiamo quasi 400 miliardi di euro che vengono gestiti dallo Stato e non da qualche cocainomane in giacca e cravatta. Ma, soprattutto, sono voci di spesa che non possono essere derogate dato che puoi tranquillamente vivere senza avere un auto ma non senza scuola o sanità.

Che fare, allora? Basta puntare sul moralismo attaccando lo Stato spendaccione e corrotto – dimenticando che è il privato che corrompe il pubblico e se c’è un corrotto c’è anche un corruttore – e promuovere la leggenda del privato efficiente. Si deve solo omettere un particolare: la sanità privata sara sì più efficiente di quella pubblica, ma se non te la puoi permettere non puoi avvalerti dei suoi servizi… Ma la narrativa presenta una robusta struttura valoriale – il pade di famiglia formica e lo Stato cicala – facendo leva su concetti facili da capire (spendi quanto guadagni). A differenza della partita doppia o della struttura del capitalismo e della sua evoluzione storica.

 

—- Il frame dominante: il centro-destra economico (2) —–

Altra battaglia di centro-destra fatta propria del centro-sinistra è quella della flessibilità lavorativa. Non ricordate le battute sulla noia del posto fisso? Anche qui abbiamo una struttura valoriale imperniata sul valore escatologico dell’impegno individuale:

  • Il mondo lo chiede: il posto fisso non esiste più perché con la globalizzazione la durata vita dell’aziende è più breve;
  • Formazione per tutta la vita: lo sviluppo tecnologico renderà obsolete molte figure professionali da cui l’esigenza della formazione continua per adeguarsi al mercato;
  • Se ti opponi al cambiamento sei obsoleto, pigro e improduttivo. Bisogna mettersi in gioco o essere imprenditori di sé stessi, come diceva il Renzusconi;

La flessibilità del lavoro in termini pratici si esprime su due piani:

  • Cambiare azienda all’interno della stessa area professionale;
  • Cambiare area professionale;

Per cominciare si deve evidenziare che il concetto stesso di posto fisso sia da rigettare perché non è mai esistito: le aziende chiudevano e i lavoratori rassegnavano le dimissioni anche negli anni ‘50. Non mi pare che ci fossero gli squadroni della morte sindacali che bastonavano chi rassegnava le dimissioni.

Così come il precariato non è una semplice questione di contratti a termine, ma il progressivo peggioramento delle condizioni lavorative: a parità di mansione con requisiti più alti (oggi la laurea, ieri il diploma) le condizioni contrattuali sono peggiori quando, economicamente parlando, dovrebbe essere il contrario per compensare il rischio maggiore dettato dalla durata minore del contratto.

Dal lato del lavoratore non c’è bisogno, inoltre, di una maggiore flessibilità per cambiare lavoro, basta avere un connubio basa disoccupazione/crecita economica come nell’Est Europa o una professionalità con elevata richiesta. Vuoi cambiare lavoro? Semplicemente manda il CV.  Per i profili a elevata professionalità la flessibilità non è un problema ed è garantita dal dinamismo dell’economia. Stesso discorso per i profili di medio livello seppur a un livello minore, mentre sono i lavoratori di basso livello a trovarsi nei guai. E, poi, in caso di economia stagnante ed elevata disoccupazione non è di certo il grado di flessibilità a creare lavoro: non mi pare che i vari pacchetti Treu e la legge 30 abbiano funzionato nell’assorbire la disoccupazione post 2008… La vera flessibilità viene garantita dalla piena occupazione con un Pil in crescita come accade qui in Polonia (Pil al 4,2%, disoccupazione al 3,4%) non tramite la riduzione delle protezioni dei lavoratori che sono assolutamente inutili se posso trovare un altro lavoro in due settimane. Allo stesso tempo in un simile contesto l’azienda si bada bene a tenersi le risorse valide e solo una scelta sbagliata in fase di selezione o un mercato negativo porta al licenziamento, al netto della follia della borsa che festeggia le riduzioni di organico.

Questo ci porta al secondo punto, quello della formazione professionale. L’idea sulla carta sembrerebbe sensata, ma si scontra con le difficoltà del mondo reale. Non è semplicemente possibile passare con qualche corso serale da un profilo professionale di elevato livello a un altro (medico-ingegnere) e neppure da un medio livello a un altro (contabile – perito informatico). Se così non fosse non avrebbe senso studiare per anni, non trovate? Il discorso cambia poco se da un livello basso si vuole passare a uno medio non essendo di per sé impossibile ma comunque impegnativo nell’ordine di alcuni anni.

A essere importante, inoltre, è la struttura e la dimensione delle imprese. Imprese a dimensioni ridotte come le micro (sotto i 10 dipendenti) e le PMI non possono permettersi periodi di formazione. Per ovviare al problema le PMI richiedono quasi sempre esperienza pregressa e autonomia nella mansione, ma così facendo uccidono la formazione sulla nascita. L’Italia è ai minimi come lifelong learning semplicemente perché è  inutile nel nostro mercato del lavoro e non di certo per pigrizia dei lavoratori [4]:

La flessibilità e il lifelong learning funzionano tra l’altro in paesi come quelli scandinavi che presentano un’elevata copertura via welfare per il lavoratore – non dissimile al Reddito di cittadinanza – e un’elevata percentuale di dipendenti pubblici [5]:

Senza contare poi la dimensione delle imprese e la sua specializzazione: è molto più semplice farsi assumere e cambiare settore lavorativo in una multinazionale dei servizi con un’elevata parcellizzazione delle attività lavorative che in una PMI dove il fantuttone è la norma. E indovinate quali sono le caratteristiche dell’economia italiana?

Per capire la mistica della flessibilità bisogna cambiare il punto di vista e concentrarsi sul lato dell’impresa italiana. Le PMI italiane sono piccole, specializzate in nicchie esposte alla concorrenza delle economie emergenti o dipendenti da quella tedesca, con limitate capacità di internazionalizzazione. Sono anche fortemente esposte agli andamenti del mercato specie considerando lo stato comatoso di quello interno dettato da 20 anni di stagnazione e un decennio di disoccupazione folle. Le esigenze sono logiche:

  • Trovarsi lavoratori già formati;
  • Assumerli in base alle esigenze di mercato;
  • Sbarazzersene in base alle esigenze di mercato;
  • Smantellare il potere dei sindacati;

La flessibilità, al netto di poche nicchie di elevato livello, punta semplicemente a scaricare il rischio d’impresa sui lavoratori in un contesto di deflazione salariale. Se il mercato tira paghi meno il lavoratore, se non tira lo lasci a casa senza avere problemi con il sindacato visto che non si tratta di licenziamento ma di mancato rinnovo del contratto.

Troppo bello per essre vero, non trovate? E infatti alla fine la realtà presenta il conto:

  • La formazione nasce anche dall’esperienza: se non lavori perché non hai abbastanza esperienza come puoi fare esperienza?;
  • Un elevato turn over dei lavoratori riduce la produttività (i profili junior non possono formarsi) o porta a un impegno ridotto (se senior e a tempo);
  • Un approccio flessibile e limitato nel tempo porta a una perdita di visione strategica sul lungo periodo perché ci si focalizza sul risultato trimestrale, si pensi al management;
  • Un profilo ricercato in Italia è, molto probabilmente, un profilo ricercato anche all’estero con condizioni contrattuali migliori;

Cosa succede se al mix aggiungiamo un’elevata disoccupazione? Questo [6]:

Sono oltre 5 milioni gli italiani residenti all’estero, oltre la metà di loro vive in Europa, per lo più in Germania e Svizzera, anche se si registra una presenza del 40% in America, soprattutto in Argentina e in Brasile (che ha superato la comunità italiana in Francia). La metà degli italiani partiti è del Sud (1.659.421) e delle Isole (873.615). Sono alcuni dati che emergono dal Rapporto Italiani nel mondo 2018 della Fondazione Migrantes che sottolinea come la mobilità italiana, dal 2006 al 2018 sia aumentata del 64,7% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) a più di 5,1 milioni. In particolare, al primo gennaio 2018, gli iscritti all’Aire sono 5.114.469, l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia alla stessa data. Rispetto al primo gennaio 2017, in un anno, la comunità italiana iscritta all’Aire è aumentata di oltre 140 mila unità. La crescita corrisponde a +2,8%, a +6,3% nell’ultimo triennio e al +14,1% negli ultimi cinque anni.

Salvo poi scoprire, incredibile a dirsi, che dopo aver perso due milioni di persone risulta complesso trovare alcune figure professionali. Chissà come mai… Ma non disperate, abbiamo già la soluzione per le PMI [7]:

VICENZA – Da rifugiati a carpentieri. Storia a lieto fine per 12 migranti africani giunti in Italia con i barconi e poi trasferiti a Vicenza.

Si tratta di persone tra i 20 e i 38 anni. Provengono da Costa d’Avorio, Nigeria, Gambia e Mali e uno di loro è in città con famiglia e figli. Ottenuto il permesso di soggiorno, sono stati scelti da Rotary, Caritas e Centro di formazione San Gaetano per un progetto internazionale denominato “Rotary refugee training project” che favorisce l’inserimento lavorativo dei migranti. A finanziarlo, i Rotary club italiani e statunitensi con 60 mila euro.

I primi 6 stranieri coinvolti hanno ottenuto l’attestato di partecipazione a un corso teorico-pratico di 120 ore al San Gaetano, che sarà seguito da 3 mesi di tirocino in industrie vicentine. Il settore è quello della carpenteria-saldatura. Vitto e alloggio sono a carico della Caritas, la quale si è occupata della selezione degli immigrati.

Questi ultimi durante il tirocinio riceveranno 450 euro al mese e saranno affiancati da una psicologa e un educatore. Tra i partecipanti c’è Siran Mady: «Abbiamo fatto 3 settimane di corso – racconta – Iniziavamo alle 8.30 e finivamo alle 17.30 con pausa pranzo di un’ora. Ci hanno dato una tuta, scarpe antinfortunistiche e una maschera per proteggere gli occhi. Spero di trovare un lavoro».

Magari non prima di aver smantellato i contratti collettivi del lavoro inneggiando alla produttività e alla flessibilità. Salvo poi chiedersi, basiti, perché i lavoratori votino a destra

 

—- E verso la destra politica —-

Se c’è una costante nel framing del centro-destra, per lo meno, a livello economico, è quello di creare danni colossali e vendere fumo. Il mito della flessibilità è servito a mascherare le magagne di un sistema industriale troppo piccolo – e qui, di nuovo, troviamo la narrativa della Partite Iva che “sono nella trincea del mondo del lavoro”, peccato che abbiamo troppe imprese e troppi imprenditori – e assente nel settore hi-tech. Al netto per poche isole felici e per chi è a rimorchio della Germania, per tutto il resto la deindustrializzazione in atto continuerà anche per i prossimi anni con il duplice scenario Messico o Venezia come futuro dell’Italia. E se oggi parliamo di robotica, big data, digitale, a fine secolo la quinta rivoluzione industriale si baserà sulla nanotecnologia. Vi lascio immaginare le conseguenze.

Non meno felici sono altri frame come quello della spesa pensionistica dettata dalle cicale del passato:

  • Peccato che i baby pensionati e le pensioni d’oro sono una misura trascurabile (pochi miliardi su 269);
  • Che la spesa pensionistica è in proporzione al Pil e se sei il secondo paese più vecchio al mondo (dopo il Giappone ) e il paese in Europa con il tasso di crescita più basso da 20 anni è normale avere un rapporto più alto rispetto a paesi che crescono il doppio o il triplo;
  • Che se sei un paese con livello di istruzione più bassi – metà degli italiani si ferma alla terza media – vuol dire anche essere un paese dove si inizia a lavorare prima cosa che porta a un’età di pensionamento più bassa a parità di anni lavorativi;
  • Che il problema previdenziale è prima di tutto demografico e poi contabile,

Non è un caso che a parte innalzare l’età pensionistica ci sia poco da fare e le epiche sforbiciate alla spesa previdenziale rimangono nelle fantasie erotiche di qualche spaghetto liberista. A cui aggiungere tutti gli altri frame sedimentati nel corso degli anni: il mismatch fra domanda e offerta del lavoro, l’assalto alla scuola, il mito delle start up e delle Partite Iva e compagnia.

E fin qui, si dirà, peggio per il centro-destra. E no, perché il centro-sinistra nel corso degli anni ha proposto le stesse tematiche con poche variazioni. Delle due l’una:

  • O le politiche del centro-destra sono corrette/inevitabili e il centro-sinistra ha avuto torto per anni ai tempi dell’opposizione;
  • O le politiche del centro-destra sono sbagliate e il centro-sinistra sbaglia a implementarle;

In entrambi i casi perché si dovrebbe votare il centro-sinistra?

 

[… continua]

 

Approfondimenti:

 


[1] Cfr. https://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/archivio-della-rivista/item/1621-egemonia-culturale.html

[2] Cfr. https://www.framinginstitute.org/mind-and-language/

[3] Cfr. www.cgiamestre.com/pmi-italiane-tra-le-piu-colpite-in-europa-serve-credito-bancario/

[4] Cfr. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Adult_learning_statistics

[5] Cfr. https://www.forbes.com/sites/niallmccarthy/2017/07/21/scandinavia-leads-the-world-in-public-sector-employment-infographic/

[6] Cfr. http://www.mef.gov.it/documenti-pubblicazioni/doc-finanza-pubblica/

[7] Cfr. https://www.agi.it/cronaca/migranti_italiani_all_estero-4525295/news/2018-10-24/

[8] Cfr. https://www.ilgazzettino.it/vicenza_bassano/i_rifugiati_diventano_carpentieri_riceveranno_450_euro_al_mese-4310227.html

2 commenti su “Perché la destra avanza? Perché è più idonea a fronteggiare lo spirito dei tempi (interludio)

  1. JS
    28 febbraio 2019

    Ottimo articolo, ma due questioni:

    -Avere un debito alto impatta il sistema del credito. Per piazzare il debito che nessuno vuole si offrono alti tassi di interesse alti – e questi generano altra spesa per coprire l’interesse sul debito, che se non erro son circa 70G di Euro in Italia – e questo attira le banche che se ne riempiono…lasciando meno spazio al credito per il privato.

    -Verissimo cio’ che dici sui paesi scandinavi, ma non dimentichiamo anche che sono paesi dove la contropartita di grandi diritti dei lavoratori e’ una liberta economica ampia: https://en.wikipedia.org/wiki/Index_of_Economic_Freedom

    • Charly
      28 febbraio 2019

      Nulla da eccepire sull’impatto di un debito alto, lo stiamo vedendo anche adesso per via dello spread estivo. Ma un debito alto non nasce solo dal lato spesa, ma anche dal lato entrate: il valore assoluto non vuol dire nulla, conta il rapporto con il Pil. Se il Pil cresce più del debito il rapporto cala, se il debito eccede la crescita del Pil il rapporto aumenta. L’Italia a botta di avanzi primari aveva un debito in lenta riduzione fino al 2007 (sotto al 100%, addirittura), salvo poi esplodere nuovamente e non mi pare che sotto Monti i soldi li regalassero…

      Al di là di questo, un sistema economico senza debiti è una gran bella cosa ma non è un’economia capitalista, è il feudalesimo.

      Parlare di libertà economica è un classico esempio di framing neocon. L’Italia è un paese a bassa libertà? Non puoi aprire un’attività economica, cambiare lavoro o trasferirti in un’altra regione? E da quando? Se guardiamo l’index possiamo notare che quella che viene spacciata per libertà, in realtà, è la facilità di fare business grazie a servizi migliori (Stato di diritto, burocrazia) o tasse e spesa più basse. Il “Government size” lascia lo spazio che trova e dimostra l’orientamento ideologico dell’operazione. Non siamo a bassa libertà, siamo a capacità ridotta per un ambiente economico sfavorevole grazie a dei pessimi servizi.

      Poi, mi diresti l’italiano che rifiuterebbe di far cambio fra ‘l’Italia e la Svezia con il suo welfare universale, i servizi pubblici migliori dei nostri e un’economia sana (nonostante le tasse, la spesa pubblica e una marea di dipendenti pubblici)?

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