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Perché la destra avanza? Perché è più idonea a fronteggiare lo spirito dei tempi (seconda parte)

Se è vero che il centro-sinistra è ai minimi storici con il partito socialista in via d’estinzione in tutta Europa, non è che la sinistra radicale se la cavi molto meglio. Messi in soffitta i comunisti, rimangono i verdi e poco altro. In Italia l’ultimo arrivato è Potere al Popolo che all’ultimo giro elettorale non è neppure riuscito a entrare in Parlamento ma è riuscito nell’impresa di poter già vantare all’attivo una scissione politica.

La situazione che si viene a formare è piuttosto curiosa. A sinistra la parte radicale o si è estinta (comunismo) o è ridotta ai minimi termini, mentre il centro-sinistra è in agonia privo di idee e subalterno in termini culturali al centro-destra. Ma neppure quest’ultimo è in buona salute e l’ondata sovranista non è di certo di stampo liberale. Solo la destra, allora, avanza sia fra i seggi sia, soprattutto, in termini egemonici culturali e sociali. Ma perché?

 

—- Il secolo di ferro —-

A un livello teorico ci si potrebbe chiedere quanto sia la politica a plasmare la realtà esterna e quanto sia la realtà esterna a plasmare la politica. Se è vero che il comunismo ha fallito nel 20° secolo, nel secolo precedente il liberalismo è riuscito a distruggere le società dell’Ancien Regime aprendo la strada al secolo borghese. A mio avviso quello che abbiamo visto fra il 1989 e il 2008 è stato un periodo storico di transizione a una nuova realtà politica che sfavorisce la sinistra ma apre la strada a una destra che progressivamente si svincola dal liberalismo.

Gli anni novanta si sono aperti con il predominio mondiale USA senza possibili concorrenti all’orizzonte. E in un clima dove si annunciava la fine della storia, l’abbondanza garantita dalla globalizzazione e la fine dei conflitti, l’agenda di sinistra sembrava idonea a gestire l’esistente a dispetto della destra ridotta ai margini del’agone politica. Messo da parte il conflitto sociale in via di assorbimento grazie alla cornucopia globalista, rimanevano solo i diritti civili e l’ambientalismo.

Ma con il nuovo millennio ci si è resi conto che la storia non è finita e la globalizzazione è soltanto la pax imperiale garantita dal centro imperiale di turno. E all’orizzonte sono poi spuntati gli antagonisti:

  • La Cina che vorrebbe lanciare la sfida a livello globale;
  • La Russia che lotta per la propria sopravvivenza ma è tornata sulla scena dopo i disastri degli anni ‘90;
  • Il duo Francia/Germania che cerca di ritagliarsi il suo posto fuori dalla tutela americana;
  • Il mondo islamico in bilico fra il califfato e le lotte regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita);

Lo scontro non è solo politico, ma anche culturale e ideologico. Oggi il fenomeno viene letto nella dicotomia sovranisti/globalisti ma è una categoria piuttosto rozza e eccesivamente semplificatoria. Per il futuro vi consiglio di abbracciare una metodologia della complessità, un approccio multidisciplinare e rifuggire le singole chiavi di lettura valide universalmente.

Sullo sfondo, inoltre, possiamo già intravedere la lotta per le risorse naturali e gli effetti del cambiamento climatico. Ma ancor di più si dovrebbe considerare l’effetto dirompente dell’innovazione tecnologica: la fusione nucleare, ad esempio, sarebbe un fattore letale per il Medio Oriente e un colpo notevole per la Russia. Immaginate cosa potrebbe succedere in caso di collasso di Stati falliti come l’Arabia Saudita o di entità politiche – con una storia e un’identità alle spalle ma sempre dipendenti del petrolio – come l’Iran.

In un contesto dove gli Stati Uniti non sono più in grado di imporre la propria volontà visto il ridursi del gap fra loro e il resto del mondo – come l’Impero Britannico a fine 19° secolo – l’assenza di un centro imperiale egemone in grado di imporre la propria pax non può che portare a un crescendo di tensioni e rivalità geopolitiche, il tutto in un contesto dove assistiamo a una miriade di Stati falliti che non reggono alla modernità e all’innovazione tecnologica. D’altronde è la cronaca di tutti i giorni e la stessa Italia non è poi messa tanto bene quanto a capacità di adattamento. Vi lascio immaginare quanta strada possa fare chi sostiene l’obsolescenza degli Stati-Nazione, il multilateralismo e gli Stati Uniti d’Europa.

 

—- Una destra antica per tempi nuovi —-

In un simile quadro abbiamo due ulteriori elementi da prendere in considerazione:

  • Il riaffermarsi delle identità nazionali per i fortunati in possesso di un simile vantaggio;
  • La rinascita dello Stato come regolatore economico;

Il primo nemico delle identità nazionali sono proprio le migrazioni che però possono essere gestite con una feroce politica assimilazionista il cui livello di violenza richiesto risulta intollerabile per la sinistra. Il secondo fattore, invece, viene dalle esigenze di sicurezza nazionale e di proiezioni di potenza. E negli anni a venire assisteremo alla reindustrializzazione di molti paesi e all’affermarsi di campioni nazionali di rilevanza strategica (industria bellica, innovazione tecnologica, infrastrutture) con tanto di dazi volti a tutelare settori fondamentali per la sicurezza di un paese (si pensi all’agricoltura). E con buona pace di tanti libri di testo di economia.

Per capire quanto non siamo preparati su questo punto è sufficiente leggere articoli del genere [1]:

Funziona? Gli economisti dicono che le guerre commerciali non giovano a nessuno. I dazi sull’acciaio rendono la vita più facile ad aziende che impiegano 150 mila lavoratori e più difficile (perché aumentano i prezzi della materia prima) quella di aziende che ne impiegano dieci volte di più. Più in generale – ha spiegato per tutti Maurice Obstfeld, il capoeconomista del Fmi – i deficit commerciali non si curano con i dazi. Lo squilibrio tamponato con le tariffe rispunta in un altro settore. Perché se un paese spende più di quanto guadagna (gli Usa, con i debiti di famiglie e dello Stato) finirà sempre per importare e uno che guadagna più di quanto spende (la Germania) per esportare. In più, un paese che è già ai limiti della capacità produttiva (gli Usa, con la disoccupazione sotto il 4 per cento) non ha i margini per sostituire le importazioni con la produzione interna.

Spesso Trump viene presentato come un  povero demagogo populista la cui condotta è dettata dalle promesse propalate all’elettorato americana, ma ci si dimentica che essendo sotto tutela da parte del Deep State a stelle e strisce la sua azione strategica è guidata da obiettivi strategici e non puramente economici:

  • Fermare l’ascesa della Cina colpendo il Pil (crescita trainata dall’export) e l’acquisizione di tecnologie occidentali;
  • Considerazioni analoghe sono valide per la Germania con la sola diffeenza che non si tratta più di tecnologie ma della costruzione di un polo politico indipendente in Europa e in combutta con Mosca e Pechino;

L’agire di Trump è geopolitico e non economico: i costi economici sono previsti e accettati se necessari per raggiungere un obiettivo strategico. E a dispetto di quanto si pensa in Europa, quando la geopolitica e l’economia si incrociano è la seconda a porsi al servizio della prima. Questa incapacità concettuale di comprendere il fenomeno non è casuale ed è figlia dell’ideologia imperiale americana imperniata sulla fine della storia. Solo che i cinesi e i russi si sono svegliati, gli europei dormono ancora.

Ma qualcuno comincia a destarsi dal torpore [2]:

Per impedire che tecnologie chiave «vengano vendute e lascino il Paese», ha spiegato, «lo Stato può spingersi fino ad acquisire in via temporanea quote nelle società» che le sviluppano. Senza il fine di «nazionalizzarle e amministrarle nel lungo termine», ha precisato il ministro dell’Economia, che nel suo paper ha individuato una serie di settori strategici, tra cui siderurgia, chimica, ottica, auto, tecnologie ecologiche, difesa, aerospazio, stampa 3D e intelligenza artificiale (per la quale ha invocato uno sforzo congiunto europeo sul modello di Airbus). Tra i campioni nazionali da difendere: Siemens, Thyssenkrupp, Deutsche Bank e le case automobilistiche. La difesa di questi campioni, in deroga alle logiche di mercato, ha spiegato Altmaier, sarebbe indispensabile per difendere «lo stile di vita» tedesco. Poiché le «dimensioni contano», lo stesso cambio di passo è raccomandato a livello europeo: «Non c’è Paese di successo che conti esclusivamente e senza eccezioni sulle forze di mercato per raggiungere i propri obiettivi». La Germania e l’Europa dovrebbero muoversi in questa direzione, soprattutto in settori chiave per il futuro, come la fabbricazione di batterie per auto elettriche. Secondo il ministro, forte sostenitore della fusione tra Siemens e Alstom, l’Antitrust Ue dovrebbe tenere in considerazione il contesto globale, dominato dalla competizione tra Usa e Cina, anziché guardare solo al mercato europeo.

Nel piano Altmaier c’è anche l’obiettivo di portare al 25% del Pil il peso dell’industria tedesca entro il 2030, dal 23,4% attuale. Quello dell’industri a Ue dovrebbe invece a sua volta salire al 20%.

E se unite al tutto il Trattato di Aquisgrana

 

—- Silete, liberali —-

Un bel programma statalista, non trovate? Riassumiamo:

  • Al netto degli imperi, gli Stati-Nazione sono gli unici attori geopolitici, il resto è carne da cannone;
  • Gli Stati-Nazione perseguono i propri interessi (sicurezza e risorse) in un contesto di anarchia internazionale all’insegna dell’homo homini lupus;
  • Per conseguire questi obiettivi bisogna assicurarsi capacità industriali e tecnologiche tali da garantire autonomia nell’approvigionamento e nella produzione dei mezzi;
  • I settori strategici vengono tutelati riducendo l’esposizione al mercato (si pensi alla Francia e alla Dassault);
  • Il mercato è un mezzo, non un fine;
  • Garantito lo Stato, rimane la Nazione che viene tutelata limitando l’ingresso alle risorse umane necessarie e assimilate culturalmente;

Tutti questi fattori ci spiegano non solo perché la sinistra non sia adatta ai tempi, ma anche perché il centro-destra progressivamente ceda il passo alla destra. Banalmente, visti i fattori in gioco la destra tendenzialmente nazionalista e statalista è la risposta più adeguata al contesto internazionale che si è venuto a creare. Ma non si pensi che saranno i partiti di destra radicale a governare, più banalmente i partiti politici si sposteranno a destra creando una nuova egemonia culturale pena la fine della sinistra. Non diversamente, ironia della storia, di quanto la sinistra abbia già fatto sui temi economici…

Rimarranno, ovviamente, i reduci della sinistra novecentesca con le loro marcette della pace e con la curiosa idea che gli Stati-Nazione siano obsoleti. Ma per questi qui basta la saggezza popolare:

chi pecora si fa, il lupo se la mangia

 

[… fine]

 

Approfondimenti:

 


[1] Cfr. https://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2018/04/28/news/dazi_globalizzazione-194995360/

[2] Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-02-06/un-fondo-sovrano-anti-takeover-arrivo-la-germania-100407.shtml?uuid=AF0zc3I

2 commenti su “Perché la destra avanza? Perché è più idonea a fronteggiare lo spirito dei tempi (seconda parte)

  1. am
    9 marzo 2019

    non male come analisi…
    mi dissocio solo su un punto:
    ”Questa incapacità concettuale di comprendere il fenomeno non è casuale ed è figlia dell’ideologia imperiale americana imperniata sulla fine della storia”
    Cito, malamente, brecht che così fa anche impressione citare un sinistro:
    al processo una parte del senato si schierò favorevole, era stata comprata da una delle due parti in causa.
    una parte del senato si schierò contro, erano stati comprati dall’altra.
    una parte ancora del senato tacque: erano stati comprati da entrambi le parti in causa.

  2. Pingback: La grande illusione asiatica: il numero non è potenza (prima parte) | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 marzo 2019 da in politica con tag , , , , , .
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