Charly's blog

Di numeri chiusi, liberali da strapazzo e l’ABC del mercato del lavoro

Tempo fa avevo scritto un post sulla curiosa idea di utilizzare il numero chiuso per ovviare ai problemi del mercato del lavoro. La logica della vulgata vuole che le difficoltà occupazionali dei laureati siano dovute al numero eccessivo dei candidati o alla loro mediocrità causata dal numero eccessivo degli studenti. Avevo preso spunto da un post pubblicato sul sito Liberali da strapazzo [1] estendendone la logica all’intero spettro degli studenti arrivando alla conclusione che

  • È impossibile prevedere le esigenze occupazionali programmando gli accessi scolastici;
  • Le difficoltà occupazionali in Italia nascono dall’andamento negativo del mercato del lavoro: abbiamo più potenziali lavoratori che posti di lavoro.
  • Il numero chiuso esteso a tutti vuol dire arrivare a una situazione di analfabeti disoccupati;

Una conclusione ovvia… se non siete dei liberali, ovviamente.

 

—- Liberale da strapazzo —-

L’autore del post, infatti, mi ha risposto:

Ho tre contestazioni sulla posizione tenuta dall’autore dell’articolo postato in risposta (d’ora in poi, l’articolo).

La prima: nell’articolo si sostiene che i fautori del numero chiuso pensino di pianificare i posti in base alle impronosticabili disponibilità del mercato del lavoro. Da parte mia, ritengo su questo punto che il numero di posti banditi debba essere finalizzato soltanto alle necessità organizzative dell’università. Per esempio, Harvard, Columbia, Oxford e Cambridge ospitano tutte all’incirca 20.000 studenti.

La seconda: nell’articolo si mostra una tabella e si inferisce causalità negativa tra grado d’istruzione e tasso di disoccupazione, accusando i sostenitori del numero chiuso di volere sostituire disoccupati laureati con disoccupati analfabeti. Come si può evincere leggendo il mio post, io propongo il numero chiuso soltanto in alcune università, e il mantenimento dell’accesso libero in tutte le altre. Questo vuol dire, stando proprio alla tabella citata nell’articolo, che non ci sarà alcuna sostituzione, e che anche coloro che frequentassero le università aperte avrebbero più chances occupazionali di un semplice diplomato.

La terza: nell’articolo si dice che in Italia ci sono pochi laureati e quindi l’accesso libero non pregiudica l’occupazione. Questo dimostra che l’autore ha letto superficialmente il mio. Non dico che il numero chiuso vada istituito per dare un lavoro ai laureati, ma per dare loro un lavoro adeguato. Che i laureati siano pochi o tanti nulla toglie al fatto che, all’interno di essi, in Italia si è nell’incapacità di distinguere i migliori da quelli meno bravi, e conseguentemente si offrono anche ai primi degli stage sottopagati e spesso sfruttanti.

Questa contestazione vale anche quale confutazione della conclusione dell’articolo.

A mia volta ho lasciato un commento in calce ma, dopo due settimane, non è stato ancora pubblicato.

 

—- Siam liberali, che intervenga lo Stato! —-

Il bello di lavorare nel mondo HR, come il sottoscritto, è quello di toccare per mano le cazzate che vengono sparate sul mondo del lavoro. Cazzate che, spesso e volentieri, sono opera di volenterosi liberali, liberisti, chiamateli come volete. Ma partiamo dal principio.

Per cominciare possiamo notare una certa confusione. Nel post, infatti, si scriveva:

In Italia, al contrario, il piattume egualitario e la conseguente mediocrità collettiva (quando non livellamento verso il basso), introdotti dal mito dell’università aperta a tutti, impediscono che questo segnale sia fornito. Ergo, le aziende o i liberi professionisti, nell’impossibilità di discernere, offrono, ai più fortunati, stage sottopagati con orari che rasentano lo sfruttamento del lavoro. Ne consegue la necessità di istituire una meritocrazia vera nell’università pubblica, e il numero chiuso va senz’altro in questa direzione, tuttavia con un caveat: che non si tratti di negare l’accesso all’istruzione a nessuno. Esso va introdotto solo nelle università migliori di cui si parlava sopra, in concomitanza con i finanziamenti alla ricerca.

Merito e piattume egualitario, qualunque cosa sia. Peccato che nella risposta scivoliamo all’organizzativo:

Da parte mia, ritengo su questo punto che il numero di posti banditi debba essere finalizzato soltanto alle necessità organizzative dell’università. Per esempio, Harvard, Columbia, Oxford e Cambridge ospitano tutte all’incirca 20.000 studenti.

Se il problema è il numero dei posti basta costruire edifici più grandi o più scuole. Banale, no? Ben lungi dal confutarmi il nostro interlocutore conferma subito il punto:

Non dico che il numero chiuso vada istituito per dare un lavoro ai laureati, ma per dare loro un lavoro adeguato. Che i laureati siano pochi o tanti nulla toglie al fatto che, all’interno di essi, in Italia si è nell’incapacità di distinguere i migliori da quelli meno bravi, e conseguentemente si offrono anche ai primi degli stage sottopagati e spesso sfruttanti.

Quindi come si risolve un problema del mercato del lavoro? Ma con il numero chiuso… che è un intervento statale in un sistema scolastico pubblico come quello italiano! Fantastici, questi liberali.

C’è poi la solita superficialità nel leggere i pezzi altrui visto che avevo preso spunto da questo pezzo per estenderne la logica con le ovvie conseguenze del caso. Perché fermarsi ai soli laureati, d’altronde?

 

—- I laureati? E tutti gli altri? —-

Il problema dei luoghi comuni è che non bastano i dati statistici per rimettere a posto le cose per quanto uno si possa sforzare. E uno dei luoghi comuni più dominanti in ambito occupazionale è che i disoccupati siano tutti laureati a dispetto dei milioni di posti di lavoro disponibili. Ma abbiamo già visto che il mismatch fra domanda e offerta del lavoro è una bufala e che i paesi con un maggior numero di posti vacanti sono, ovviamente, quelli in piena occupazione. L’Italia fra il 2010 e il 2016 non arrivava alle 50mila unità trimestrali, salvo poi aumentare di recente a 100mila. Ma vi presento la Germania [2]:

Superavano il milione i posti di lavoro vacanti in Germania nel terzo trimestre del 2017, con una media annuale corrispondente a 700.000, il valore più alto dalla riunificazione: lo ha rilevato il dipartimento di ricerca della Bundesagentur für Arbeit, l’Agenzia federale del lavoro. Il dato segna un aumento di quasi 175.000 impieghi disponibili rispetto allo stesso trimestre del 2016. Gli ambiti maggiormente coinvolti sono il manifatturiero, quello dei trasporti e della logistica, ma si registra carenza di manodopera specializzata anche nel settore medico-sanitario, in particolare di tecnici e personale per assistenza agli anziani.

Con questi numeri (2,7%) la Germania si configura come uno dei Paesi europei con più posti di lavoro vacanti dietro a Repubblica Ceca (4,1%) e Belgio (3,6%): lo si evince dal comunicato pubblicato da Eurostat il 18 dicembre 2017.

A parte per i liberali che non afferranno il concetto, l’andamento occupazionale riflette quello economico: se l’economia tira lavori, se è stagnante non lavori o lavori a condizioni occupazionali peggiori. Gli stage sottopagati non sono dovuti alla “mediocrità” ma al fatto che le aziende possono fare le choosy vista l’abbondanza di disoccupati. Si tratta, ad ogni modo, di un giochino scemo perché quelli bravi prima o poi si stufano e partono mollando le aziendine furbette senza candidati adeguati. Al riguardo si pensi al tasso di posti vacanti che è raddoppiato negli ultimi anni e al fatto che le prime due regioni per migranti sono Lombardia e Veneto.

In questo macello, tuttavia, i laureati si difendono meglio degli altri:

  • Il tasso di occupazione dei laureati è oscillato fra il 68 e il 71% negli ultimi 10 anni, contro il 59/60% dei diplomati e il 37/41% delle licenze medie (dati Istat);
  • Il tasso di disoccupazione dei laureati negli ultimi anni si situa intorno al 5%, a crescere per gli altri titoli di studio (6% per i diplomi e 10% per gli altri);

Senza dimenticare, poi, che i laureati sono i più idonei per trovare un impiego all’estero per titolo e per skills linguistiche. E che il numero chiuso è già in vigore in facoltà come medicina o ingegneria dove, non a caso, si registra un tasso di occupazione/reddito maggiore. Per via della selezione merittttocratica? No, perché per aumentare il valore di qualcosa è sufficiente ridurne la disponibilità. Si chiama legge della domanda e dell’offertao del frocismo con il culo degli altri.

Continuo a non capire, allora, il perché si debba tutelare i laureati che sono quelli messi meglio e non quelli che presentano una performance occupazionale o di reddito peggiore. Come, a esempio, i pastori sardi mettendo in questo caso l’equivalente del numero chiuso, delle barriere d’ingresso volte a tutelare “il merito e la qualità”. Ma in questo caso avremmo le grida sul protezionismo, mentre l’estensione in massa del numero chiuso non può che portare a disoccupati analfabeti. D’altronde, repetita iuvant, la disoccupazione in Italia è un eccesso di offerta lavoro rispetto alla domanda delle imprese.

 

—- L’HR spiegato ai liberali —-

Il mondo liberale non si limita a errori concettuali così banali ma ha ben pensato di aggiungerne un altro dai danni incalcolabili: la retorica dell’eccellenza. Una semplice ricerca fra i media permette di scoprire che stando a questo o a quell’opinionista le aziende e i lavoratori devono essere eccellenti, lasciando sottinteso che chi non lo sia deve chiudere o merita la disoccupazione. Il primo equivoco nasce dalla falsa vanità dell’eccellenza: per definizione l’eccellenza è una condizione a cui possono aspirare in pochi, poche decine o centinaia nel proprio campo professionale. Detto in termini più semplici, non basta una laurea in medicina per essere eccellenti dato che fra le migliaia e migliaia di camici abilitati gli eccellenti possono essere, in accordo alla logica, poche decine. E lo stesso vale per gli ingegneri, i liberi professionisti, i cuochi e tutti gli altri. Guadagnare bene o avere una ditta che tira non vuol dire essere eccellenti. Essere il numero 1 vuole dire essere eccellenti, ma di numero 1 ce ne può per l’appunto solo 1. Mal che vada si può allargare il novero, ma di quanto? Di 10, 100?

Se si considerano le posizioni professionali si deve ammettere che nella vita quotidiana non c’è spazio per l’eccellenza e la professionalità è spesso sinonimo di mediocrità. Se voglio una pizza mi rivolgo alla pizzeria sottocasa, se ho bisogno di un meccanico mi basta una persona competente e non ho bisogno di Mc Gyver. E se si considera la mia storia medica non sono mai andato oltre a una bronchite diagnosticata con facilità dal mio medico di famiglia. La cosa, ovviamente, vale anche nell’altro versante della barricata. Un’azienda non si preoccupa di avere un ciente eccellente, è sufficiente che paghi. E il mercato di massa, per definizione, non può che essere mediocre.

A essere ancora più rilevante, poi, è l’aspetto salariale. Se si vuole una persona eccellente per ogni posizione lavorativa si dovrà pagare di conseguenza. E dare a un cameriere lo stipendio di Messi non mi sembra un’idea molto furba per il proprio business. A meno che non si voglia l’eccellenza pagandola per la mediocrità. Ma anche qui si deve ricordare che tutti vendono qualcosa, o sé stessi o il prodotto: se assumi l’eccellenza pagandola come se fosse mediocrità, a sua volta si dovrà vendere l’eccellenza ricevendo un reddito mediocre. E, di nuovo, la quasi totalità delle posizioni lavorative richiede professionalità, non eccellenza.

Se aggiungiamo al tutto il fatto che le posizioni lavorative più richieste sono spesso mediocri per requisiti e reddito, la specializzazione produttiva delle imprese italiane in segmenti di mercato a basso livello tecnologico e le sue dimensioni medie con conseguenti limiti di bilancio (se sei piccolo non puoi pagare tanto perché il fatturato è quello che è)

Tabella n*1: numero di imprese per numero di dipendenti

Italia Germania Francia Polonia UK USA
1-9 319.021 124.486 186.658 172.907 100.491 229.045
10-19 39.924 38.157 13.077 7.789 13.040 46.635
20-49 19.194 18.015 9.552 7.394 9.414 37.495
50-249 8.491 16.759 5.407 6.340 6.301 23.065
250+ 1.236 4.408 1.355 1.637 1.404 5.672
Totale 387.866 201.825 216.049 196.067 130.650 341.912

Fonte: OECD

Abbiamo proprio un bel ciaone all’eccellenza. E all’estero è persino peggio perché in paesi a basso livello di disoccupazione è molto più semplice trovare un lavoro. A dispetto di quello che si pensa di solito, il mercato del lavoro italiano è uno dei più difficili d’Europa mentre quella che in altri paesi viene considerata come meritocrazia è, in realtà, la facilità: facilità nel trovare un lavoro, facilità nel costruirsi una carriera.

E tanti saluti ai liberali che spesso e volentieri non hanno mai visto un processo di selezione HR…

 


 

[1] Cfr. https://liberalidastrapazzo.com/2017/05/25/della-necessita-di-politiche-coraggiose-parte-i-lavoro-e-istruzione/

[2] Cfr. https://alleyoop.ilsole24ore.com/2018/01/12/oltre-1-milione-di-posti-di-lavoro-vacanti-in-germania-un-record-che-e-un-problema/

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14 marzo 2019 da in economia con tag , , , , , , .
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