Charly's blog

La grande illusione asiatica: il numero non è potenza (seconda parte)

Prima di procedere nell’analisi s’impone una piccola nota metodologica improntata alla cautela. Da una parte abbiamo proiezioni di stampo economico e demografico che sono ben lungi dall’essere verità rivelate. Soprattutto per quanto riguarda il Pil la cautela è d’obbligo visto che è complicato persino stimare l’andamento dell’anno prossimo, figurarsi quello del 2050. Più affidabili le stime demografiche dato che se vuoi dei 20enni fra 20 anni è meglio cominciare a farli subito. Ma anche qui è meglio non avventurarsi troppo nel fututo e l’imprevisto – dalle pandemie ai flussi migratori – sono sempre dietro l’angolo.

Altri problemi vengono dalla complessità della realtà e all’impossibilità di ridurre il tutto a poche variabili. Senza dimenticare, poi, l’insondabile e imprevedibile peso dell’innovazione tecnologica con il suo effetto dirompente sulle società e sui rapporti di forza geopolitici. Per questo motivo è meglio tracciare più scenari in base alle variabili prese in considerazione. Essendo limitato alla dimensione del post, pertanto, mi si voglia perdonare se prenderò in considerazione poche variabili, alla fine è un divertissement e non una pubblicazione scientifica.

 

—- L’Asia? Quale Asia? —-

Tornando all’oggetto specifico della nostra analisi, l’Asia, dobbiamo rilevare la sua complessa natura geografica:

  • Medio Oriente islamico;
  • India;
  • Asia orientale “sinica”;
  • Indonesia e dintorni;
  • Asia centrale;
  • Nord siberiano;

Da questo punto di vista l’Asia è molto più complessa dell’Europa che presenta a sua volta una considerevole storia di policentrismo e multiculturalismo. La retorica dell’ascesa dell’Asia, quindi, nasconde realtà fra loro completamente differenti per cultura, storia e dinamismo economico.

Scendendo in dettaglio, la Siberia è parte della Russia, mentre il Medio Oriente è un disastro che aspetta di esplodere con la fine della centralità dei combustibili fossili.A parte tre Stati con una dimensione nazionale – Turchia, Iran, Egitto – tutto il resto o quasi sono Stati falliti che scivolano nel tribalsimo. Se aggiungiamo, poi, la presenza dell’integralismo islamico possiamo capire quanto il declino del mondo islamico non sia ancora terminato, dal Maghreb fino al Pakistan. Anche l’Asia centrale è decisamente poco rilevante per i destini geopolitici del mondo.

Abbiamo già sottolineato l’altra volta che non basta essere tanti e ricchi per avere potere politico, altrimenti la UE con il suo secondo Pil e la terza popolazione al mondo sarebbe un potere globale e non il nulla geopolitico che in realtà è. Per avere potere bisogna essere in grado di agire aggiungendo al numero e alla ricchezza anche la volontà, l’identità politica e culturale. Non a caso la futuribile unione franco-tedesca pur essendo più debole sulla carta rispetto alla UE potrebbe esserle superiore in termini reali.

L’Asia, quindi, non può dominare il mondo, non più di quanto lo possano fare l’Europa e l’America. E proprio qui vediamo l’errore dell’analisi basate sullo scontro di civiltà perché le civiltà non sono attori politici, lo sono gli Stati e gli imperi che nascono e muoiono all’interno delle civiltà attuali. Pensiamo solo che la civiltà europea presenta al suo interno una forte varabilità linguistica ed etnica, nonché tre propaggini politiche e culturali (Russia, USA e paesi anglosassoni, paesi latinos). Il concetto stesso di Asia “sinica” non verebbe affatto gradito da Giapponesi, Coreani e Vietnamiti.

Al massimo il potere politico, la ricchezza economica e lo sviluppo scientifico potrebbero spostarsi in Asia perché alcuni paesi asiatici potrebbero assumere una leadership di livello globale distanziando gli altri. Parliamo di questi quattro giganti:

  • Giappone;
  • Cina;
  • India;
  • Indonesia;

Affiancati da Stati minori come la Thailandia, la Corea del Sud, il Vietnam che saranno nella stessa lega di una Svezia o di una Spagna, per intenderci. Potenze regionali che nel caso asiatico ruoteranno intorno ai giganti di cui sopra.

 

—- Spompato alla meta: il Giappone —-

Il primo paese da prendere in considerazione non può che essere il Giappone, l’unico paese asiatico a mantenere l’indipendenza, modernizzarsi con successo, sconfiggere la Russia zarista e vincere la Prima Guerra Mondiale. I sogni di gloria nipponici si sono fermati con le due bombe atomiche ma nel dopoguerra il paese ha ripreso quota grazie allo sviluppo economico e all’innovazione tecnologica. In effetti negli anni ’80 sul Giappone non si sprecavano le analisi che ne glorificavano il modello economico – just in time, kaizen, fino al bushido – e ne paventavano l’ascesa politica. Ma poi sono arrivati gli anni ’90: il Pil si ferma, il Giappone perde le sue capacità di innovazione tecnologica. Ma a segnare una peitra tombale sulle ambizioni del Giappone è la demografia [1]:

Japan is currently the world’s oldest country, and it’s set to get even older. The number of elderly people aged 65 or older accounts for 26.7 percent of the 127.11 million total population, up 3.7 percentage points from five years ago, a summary report of the 2015 national census shows. In 2050, it’s estimated by the government that 40% of Japan’s population will be over 65. In the last few decades, the country’s social security budget has increased 15%. While 5 decades ago there were 12 workers for every retiree, there will be an equal 1:1 ratio in 50 years. This is one of any demographics problems Japan must address.

Nel 2018 il Giappone aveva un’età media pari a 47 anni [2] e un tasso di natalità pari a 1,4 figli per donna [3]. Le proeizionie demografiche sono semplicemente terrificanti [4]:

Giappone 2050

Se aggiungiamo al tutto lo stato di occupazione militare del paese da parte americana, i rapporti tesi con gli altri paesi asiatici e la vicinanza con la Cina, ne abbiamo abbastanza per capite quanto il Giappone non potrà proiettare la propria potenza aldilà dell’immediato vicinato. Sempre ammesso che esca dal suo stato di isolamento attuale o, meglio, riesca a uscirne a dispetto della sua demografia.

 

—- Il Dragone cinese? Troppo vecchio —-

Eccoci alla Cina, il grande sfidante al potere internazionale. In effetti fino a poco tempo la crescita economica cinese portava molti osservatori a preconizzare il dominio mondiale della Cina. Peccato che la crescita del PIL nasconda una grana: se sei cresciuto al 10% per svariati anni, amico mio, vuol dire che comincerai a calare. E infatti la Cina sta calando:

Pil Cina

Anche se il PIL cinese dovesse superare quello americano nel 2050, non si deve dimenticare che la popolazione cinese sarà pari a 1,3 miliardi contro i 388 milioni americani. Il risultato pratico è che il cinese medio sarà meno ricco dell’equivalente americano. Per comprendere il significato di questo dato si deve tenere conto di due fattori: geografia e demografia.

Sul piano geografico la Cina, paradossalmente, è quasi un’isola. A Nord e a Ovest la Cina è circondata dalla Siberia, dalla steppa e dal deserto. A sud abbiamo montagne e foreste. Rimane solo il Mar Cinese a Est che costituisce anche la principale via commerciale del paese. Questa situazione pone due problemi di non poco conto ai cinesi:

  • Interno: la costa è molto piu sviluppata dell’interno del paese e un calo della crescita renderebbe più complicato pareggiare il gap;
  • Esterno: la Cina è sottoposta al blocco marittimo americano, è circondata da paesi ostili (Taiwan, Giappone, Corea, Vietnam, Filippine) e paesi di pari stazza (India);

Esattamente coma la Russia anche la Cina gioca in termini difensivi e la Nuova via della seta è un tentativo – molto complesso e di difficile riuscita – di rompere l’accerchiamento strategico. Ma così facendo si afferma chiaramente la propria inferiorità marittima verso la US Navy.

Ma a danneggiare ancor di più le mire imperiali cinesi è l’implacabile crisi demografica che si prospetta da qui al 2050. In quell’anno la popolazione cinese dovrebbe essere superare 1,3 miliardi ma la popolazione over 65 dovrebbe essere superiore ai 300 milioni [5], con un’età media della popolazione pari a 48 anni [6]. Per rendere l’idea l’Italia del 2050 sarà nella stessa situazione, ma nel caso cinese il problema sarà moltiplicato per venti. Mettiamo che la metà degli over 65 cinesi avrà bisogno di una badante: parliamo di 150 milioni di persone!

Cina 2050.JPG

La politica del figlio unico, inoltre, ha fatto sì che per ogni coppia ci sia solo un figlio. Nella cultura orientale è il figlio che si deve prendere cura degli anziani ma in un contesto di due anziani per figlio sarebbe un’impresa eccessiva. In Cina manca, poi, un welfare universale e il rallentamento della crescita renderebbe complicato crearne uno. La Cina, per via della sua demografia, si ritroverà con lo stesso paradosso europeo: i soldi o li metti nel welfare o nell’impero. Gli americani hanno un impero perche non hanno un welfare, gli europei hanno un welfare perche non hanno un impero. E la Cina sarà costretta a fare altrettanto sempre ammesso che non voglia sommosse sociali al suo interno.

Sul piano ideologico, infine, l’Impero Cinese si è sempre percepito come centro del mondo, isola di civiltà in mezzo ai barbari. Va da sé che il limite di questa percezione è l’inconciliabilità del mondo cinese con il resto del mondo: cinesi si nasce, non si diventa. E non mi aspetto che il resto del mondo risponda con un “sì, grazie”, non in un’epoca “piatta” dove le grandi differenze economiche e tecnologiche stanno convergendo prossime all’equilibrio.

Un ulteriore problema viene dal ruolo del Partito Comunista Cinese. Abbandonato anche qui il sole dell’avvenire comunista, l’attuale legittimazione del Partito viene dalla crescita economica… che, come abbiamo visto, non può durare per sempre. La crescita economica porta con sé, inoltre, l’affermarsi della classe media con tutto cio che ne consegue sul piano politico.

In conclusione, nel 2050 la Cina sarà un gigantesco attore locale le cui ambizioni globali saranno fermate dal calo della crescita economica, da una demografia avversa, da una posizione geografica infelice e da un’ideologia imperiale fatta su misura per creare insofferenza. Aggiungiamo al tutto le tensioni interne del paese e la necessità di superare l’attuale sistema sociopolitico: i cinesi saranno troppo impegnati con la politica interna per giocare a fare gli sfidanti dell’ordine globale.

 

—- L’India, il subcontinente che volle farsi Stato —-

A differenza del Giappone e della Cina, l’India presenta una situazione più rosea dal punto di vista demografico:

India 2050

La popolazione è in crescita e la piramide demografica è ancora una piramide [7] e per quel che vale alcune analisi danno il Pil indiano come il primo al mondo. Anche l’età media sarà sotto controllo con un rispettabile 37,5 anni [8]. Ma anche qui è facile prevedere che il dividendo demografico verrà meno dopo il 2050 e verso il 2100 l’India potrebbe essere nella stessa situazione del Giappone.

È facile prevedere che dopo il 2030 sarà l’India a prendere il posto della Cina nelle analisi economiche esaltandone la crescita e lo sviluppo economico. Se non fosse che, di nuovo, tutto quello che va su prima o poi torna giù. Ed esattamente come la Cina una stazza supersize è un problema più che una risorsa, ulteriormente aggravata dall’estrema eterogeneità etnica, linguistica e religiosa [9]:

The religions that are prevalent in the country are Hinduism, Christianity, Islam, Sikhism, Buddhism, and Jainism, with the freedom for citizens to practice any religion they want to. With the governance of 35 different states and union territories in the country, there has originated a sense of regionalism amongst the various parts, with different states displaying different cultures, which although eventually fuse through a common bond to showcase a national cultural identity. The Constitution of India has recognised 22 different languages that are prevalent in the country, out of which, Hindi is the official language and is spoken in most of the urban cities of India. Other than these 22 languages, there are hundreds of dialects that add to the multilingual nature of the country.

L’India, quindi, che cos’è? Non uno Stato-Nazione, anche se gli indù vorrebbero edificarne uno sull’induismo ma la via è preclusa in tal senso dalla presenza di tutti gli altri. Neppure un impero perché manca un’ideologia imperiale e l’unica disponibile, l’induismo, non è praticabile. L’India è un subcontinente che si è voluto fare Stato con risultati quanto meno dubbi: per quanto strano possa sembrare, l’entità politica più prossima è la UE, con un’efficacia di poco superiore.

Sul piano geopolitico, poi, l’India si ritrova a Nord la Cina e a occidente il Pakistan, entrambi paesi con armi nucleari. Sul piano interno si registrano una forte conflittualità di stampo religioso e un progressivo abbandono dell’eredità inglese per tornare a un’identità indù con tutte le conseguenze del caso con la convivenza con altre fedi e lo sviluppo economico.

Nel complesso l’India è un paese incredibile la cui cultura non è molto conosciuta in Occidente perché messa in ombra dal mondo giapponese e cinese. Nei prossimi decenni la cultura indiana sarà più conosciuta a livello globale, ma sfortunatamente non ci sono le condizioni per immaginare un’India leader globale.

 

—- I blocchi commerciali e… la rivincita dei medi —-

Rimane l’Indonesia, ma al netto dei soliti numeri abnormi non mi pare il caso di sprecare troppo tempo in analisi e previsioni. Come l’India anche qui abbiamo troppo di tutto unito a una posizione geografica troppo isolata e frammentata.

Tirando le somme, non c’è da temere che l’Asia possa raggiungere il 50% del Pil mondiale in 30 anni perché non basta essere in tanti e ricchi per avere una capacità di proiezione militare e politica. La demografia asiatica, poi, è semplicemente drammatica anche data la tendenza degli asiatici di studiare troppo, lavorare troppo e non riprodursi abbastanza. Il Giappone, Singapore, la Corea ne sono esempi lampanti e casi precursori degli altri paesi più sviluppati. Solo l’India, per ora, si salva ma il che non toglia che l’Asia sarà il più grande ospizio a cielo aperto nella storia dell’umanità. Prendete l’Italia e moltiplicatela per 100: ecco a voi l’Asia del futuro con qualche eccezione. Avranno bisogno del 50% del Pil mondiale solo per pagarsi le badanti…

La cosa buffa è che a questa trappola demografica non c’è soluzione. Anche curando la vecchiaia tramite l’ingegneria genetica, parliamo sempre di miliardi di persone. L’unico modo per gestire il tutto è una politica di controllo delle nascite che, converrete, non si presta molto all’avventurismo militare all’estero.

Alla fine, torniamo sempre lì. In un mondo parificato o quasi in termini economici e tecnologici sarà naturale organizzarsi in blocchi commerciali e culturali che potranno sì interagire e commerciare, ma che si guarderanno bene di frammentare il proprio ciclo produttivo in paesi potenzialmente antagonisti. Allo stesso tempo dinamiche demografiche avverse e capacità di difesa analoghe renderanno impraticabili le intromissioni a casa altrui, specie in altri continenti. In poche parole il mondo del 2050 sarà un mondo multipolare che vedrà solo gli USA poter esercitare a malapena una funzione su scala globale, per quanto in netto declino rispetto al 1945. E questa funzione verrà esercita magari su richiesta di qualche Stato locale che cerca aiuto rispetto a un gigante troppo assertivo (come nel caso della Polonia o del Vietnam).

Ad ogni modo l’epoca del dominio mondiale è finita e siamo già nell’epoca dove i pesi medi in grado di muoversi efficamente su scala locale si riveleranno più adatti dei grandi imperi a vocazione universale incapaci di esprimere una volontà politica unica come la UE. Anche qui nulla di nuovo, ricordiamo che gli Stati-Nazione si sono già mangiati gli imperi. L’unico appunto da fare è che il peso medio aumenterà di taglia e la futuribile unione franco-tedesca, per esempio, sarà il peso medio del 2050.

Concludo, di nuovo, con una nota metodologica. Quanto scritto fin qui potrebbe essere reso vano dalle innovazioni tecnologiche o dai disastri climatici che potrebbero impattare duramente l’Asia e l’Africa.

 

[… fine]

 

Approfondimenti:


 

[1] Cfr. http://worldpopulationreview.com/countries/japan-population/

[2] Cfr. http://worldpopulationreview.com/countries/median-age/

[3] Cfr https://data.worldbank.org/indicator/sp.dyn.tfrt.in?year_low_desc=false

[4] Cfr. https://www.populationpyramid.net/japan/2050/

[5] Cfr. https://www.populationpyramid.net/china/2050/

[6] Cfr. https://www.statista.com/statistics/232265/mean-age-of-the-chinese-population/

[7] Cfr. https://www.populationpyramid.net/india/2050/

[8] Cfr. https://www.statista.com/statistics/254469/median-age-of-the-population-in-india/

[9] Cfr. http://knowindia.gov.in/culture-and-heritage/ethnicity-of-india.php

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Un commento su “La grande illusione asiatica: il numero non è potenza (seconda parte)

  1. am
    2 aprile 2019

    ” essere reso vano dalle innovazioni tecnologiche o dai disastri climatici”
    o sconvolgimenti sociali…
    vedremo

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2019 da in politica con tag , , , , , , .
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