Charly's blog

Meritocrazia: la distopia di M.D. Young (prima parte)

Un errore tipico del dibattito è quello di decostruire il concetto o la tesi avversaria senza considerare il frame che dona valore e significato a quella posizione. Non a caso quando s’incontra un dato o un fatto in contrasto con il frame dominante, le persone semplicemente ignorano l’elemento disturbante rendendo vane le controargomentazioni.

In tempi recenti il frame “meritocrazia” ha assunto una posizione talmente dominante da rigettare a priori qualsiasi critica o considerazione, persino a dispetto del fatto che il termine venne coniato con intenti satirici e di certo non come programma politico. Per certi versi la meritocrazia ha preso il posto della società senza classi come meta da raggiungere per porre termine alla storia umana. Peccato che anche qui possiamo imbatterci a una discreta quantità di errori concettuali…

 

—- Quid est meritocrazia? —-

Per prima cosa è meglio definire cosa si intenda con questo termine. Secondo il saggista Roger Abravanel, la meritocrazia è «un sistema di valori che valorizza l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza, dove “provenienza” indica un’etnia, un partito politico, l’essere uomo o donna; ma in Italia “provenienza” significa soprattutto la famiglia di origine» [1]. E visto che viviamo in periodo storico che cerca di darsi una patente di scientificità formalizzando il possibile tramite la matematica, ecco a voi l’equazione del merito:

I+E=M, dove “I” è l’intelligenza (cognitiva ed emotiva, non solo l’IQ) ed “E” significa “effort”, ovvero gli sforzi dei migliori. La “I” porta a selezionare i migliori molto presto, azzerando i privilegi della nascita e valorizzandoli attraverso il sistema educativo: è l’essenza delle “pari opportunità”. La “E” è sinonimo del libero mercato e della concorrenza che, sino a prova contraria, sono il metodo più efficace per creare gli incentivi economici per i migliori.

Il che sarebbe un’idea rivoluzionaria se vivessimo nell’Ancien Regime dove le posizioni di potere erano precluse a chi non apparteneva all’aristocrazia. Fra l’altro un’idea del genere era già sostenuta da Platone [2]:

Dal momento che siete tutti d’una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall’oro può nascere una prole d’argento e dall’argento una discendenza d’oro, e così via da un metallo all’altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d’oro o d’argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo.

Eppure, a dispetto dell’assenza di ceti aristocratici, l’Italia viene considerato un paese non meritocratico. Il Forum della Meritocrazia – un’associazione no-profit fondata nel 2011 con l’obiettivo di rendere l’Italia una comunità meritocratica – ha elaborato il meritometro, «il primo indicatore quantitativo, interamente elaborato in Italia, di sintesi e misurazione dello “stato del merito” in un Paese, con possibilità di raffronto a livello europeo e aggiornamento periodico dei dati» [3]. L’indicatore si basa su sette pilastri:

  • Libertà: L’insieme delle condizioni normative, istituzionali, finanziarie, sociali, politiche e di mercato in grado di determinare il grado di libertà degli individui e delle organizzazioni in un dato Paese.
  • Pari opportunità: Un Paese meritocratico garantisce a donne e giovani condizioni di eguale accesso alle posizioni di leadership nell’economia, nella società e nella politica.
  • Qualità del sistema educativo: Un sistema educativo efficace e efficiente garantisce elevati livelli di istruzione per tutti, aiuta i singoli a sviluppare le proprie doti, limita le uscite premature dal ciclo di studi e favorisce l’acquisizione di risultati soddisfacenti in termini di apprendimento.
  • Attrattività per i talenti: Un Paese che sa attrarre e trattenere i talenti riconosce e valorizza le competenze dei singoli. Nell’economia della conoscenza i talenti generano innovazione e ricchezza, elementi indispensabili per essere competitivi a livello internazionale.
  • Regole: Un Paese dove i diritti, la sicurezza, le regole e la giustizia sono realmente efficaci nel garantire i cittadini e le imprese è in grado di generare un ecosistema favorevole al merito e alla sua valorizzazione.
  • Trasparenza: Un Paese corrotto è caratterizzato da meccanismi premianti diametralmente opposti a quelli del merito e della competenza. Ciò è vero, sia nelle attività relative alla Pubblica Amministrazione, sia nei rapporti economici dei privati con la PA.
  • Mobilità: Il livello di mobilità sociale di un Paese è garanzia per la valorizzazione del merito. In particolare, l’accezione di mobilità adottata nel Meritometro si riferisce alla possibilità di accesso ai gradi di istruzione superiore da parte di allievi con genitori dal titolo di studio non elevato.

Questi sette pilastri sono elaborati citando altri indicatori qualitativi come l’Index of Economic Freedom dell’Heritage Foundation, il Global Talent Index, il Corruption Perception Index, il PISA OCSE e indicatori statistici quali il numero dei NEET, il livello scolastico conseguito.

Nell’ultima edizione, anno 2016, l’Italia si piazza in ultima posizione fra i dodici paesi presi in considerazione. Sul podio troviamo la Finlandia, la Norvegia e la Danimarca, ai piedi del podio la Svezia. L’unico paese anglossasone presente, il Regno Unito, si classifica in settima posizione mentre l’unico paese dell’Est Europa, la Polonia, in decima posizione. L’Italia presenta una performance particolarmente deficitaria nei pilastri della trasparenza e delle regole, nella facilità d’impresa, risultando di conseguenza un paese poco attrattivo per i talenti stranieri.

Meritometro 2016

Nel meritometro, al netto delle classifiche, troviamo due concetti che si riveleranno fondamentali nel prosieguo di questa analisi: scuola e mobilità sociale. Ma prima di procedere propongo di abbandonare l’enfasi sui valori e passare in un’ottica prettamente organizzativa. In quest’ottica la meritocrazia è una forma di organizzazione dove i premi e i meriti sono da attribuire a chi più si contraddistingue nel conseguimento degli obiettivi dell’organizzazione senza tenere conto di altri fattori (famiglia, istruzione, censo). Nulla, ovviamente, viene detto sugli obiettivi da perseguire.

Visto che viviamo in una società di tipo mercantilista, i valori da perseguire non possono che rientrare nell’ambito del mercato e della razionalità di tipo economico. Il riflesso sociale di questa situazione è che possiamo valutare il livello di meritocrazia tenendo conto dei seguenti fattori:

  • Modalità di ricerca del lavoro;
  • Mobilità sociale;
  • Peso delle origini familiari;

E qui cominciano i guai.

 

—- Il lavoro, le raccomandazioni e i legami deboli —-

Per quanto riguarda il mondo del lavoro in Italia ci sono due lamentele: la prima è che per lavorare servono le conoscenze di amici e parenti, la seconda è che in ambito professionale non esiste la meritocrazia. Per quanto riguarda il primo aspetto, in effetti, l’ISFOL (istituto per lo sviluppo della formazone professionale dei lavoratori) ha pubblicato un research paper dove si può leggere che il canale di ricerca lavorativa più utilizzato è quello informale in ambito familiare e amicale, usato nella ricerca di un lavoro da quasi il 60% degli attuali occupati, mentre per il 33,1% ha rappresentato anche il canale d’ingresso nell’attuale lavoro [4]. La seconda modalità di ricerca è quella delle cadidature tramite invio del CV, usato dal 58% degli attuali occupati, ma con un’efficacia minore in termini di canale d’ingresso (20,4%). I Centri dell’impiego, come metro di paragone, hanno una capacità di intermediazine diretta che supera di poco il 3% degli occupati. Nell’altro versante, quello delle imprese, per il 58,9% la selezione del personale è avvenuta per conoscenza diretta e per il 6% su segnalazioni di conoscenti e fornitori.

Tutti raccomandati, insomma? Non proprio. Partiamo dai fondamentali, il numero di imprese per addetti nel settore manifatturiero [5]:

Numero di imprese per numero di dipendenti

Italia Germania Francia Polonia UK USA
1-9 319.021 124.486 186.658 172.907 100.491 229.045
10-19 39.924 38.157 13.077 7.789 13.040 46.635
20-49 19.194 18.015 9.552 7.394 9.414 37.495
50-249 8.491 16.759 5.407 6.340 6.301 23.065
250+ 1.236 4.408 1.355 1.637 1.404 5.672
Totale 387.866 201.825 216.049 196.067 130.650 341.912

Fonte: OECD

 

E aggiungiamo a questi numeri il Rapporto Annuale dell’Istat [6]. Partiamo dalla teoria dei legami forti/deboli che risulta piuttosto ostica all’italiano medio:

Nel nostro Paese, le reti informali hanno un ruolo importante nell’intermediazione del lavoro. Esse possono essere costituite da contatti di familiari, amici, vicini di casa, membri di associazioni e altri conoscenti, ma anche da contatti relativi alla propria esperienza di lavoro (colleghi, ex-colleghi, compagni di formazione e altre conoscenze professionali). Le persone più motivate a dare informazioni su occasioni di lavoro non sono sempre quelle con cui si hanno legami “forti”; spesso le migliori informazioni si ottengono attraverso i conoscenti, i legami “deboli”. Questo avviene perché spesso i conoscenti, rispetto ai familiari e agli amici stretti, si muovono in circoli e ambienti diversi dai propri e, quindi, possono veicolare nuove e migliori informazioni sulle opportunità di lavoro.  Il contesto, le condizioni generali del mercato al momento della ricerca e il tipo di occupazione possono modificare l’efficacia dell’intermediazione dei due tipi di legami: mentre i legami deboli possono aiutare maggiormente chi ha più risorse da portare sul lavoro (ad esempio, i profili più qualificati), i legami forti entrano in gioco come canale privilegiato o come canale di ultima istanza in assenza di qualifiche (ne sono un esempio le catene migratorie).

Il fenomeno è comunque influenzato dal quadro istituzionale (fattore comune), dalla famiglia e dal territorio d’appartenenza (fattori specifici). Non è, poi, uniforme:

  • I giovani ricorrono in misura relativamente maggiore all’intermediazione formale, sia istituzionale sia non istituzionale, grazie anche alla maggiore confidenza con internet. In particolare, all’interno della classe di età 15-34 anni, i giovanissimi con meno di 25 anni, che appartengono per lo più alla generazione delle reti, ricorrono in misura maggiore al centro per l’impiego e all’agenzia interinale e dichiarano con maggiore frequenza di aver inviato il curriculum o sostenuto un colloquio. Le persone tra i 25 e i 34 anni, in gran parte appartenenti alla generazione del millennio, più frequentemente sostengono i concorsi pubblici e utilizzano più degli altri la stampa e internet per rispondere ad annunci o pubblicare inserzioni. Nelle generazioni più anziane (la generazione di transizione e quella del baby boom) il ricorso ai canali formali si abbassa notevolmente, al 75,5 per cento per il non istituzionale e al 35,4 per l’istituzionale, mentre l’utilizzo della rete informale sfiora il 90 per cento. Va sottolineato, però, che tra chi ha più di 50 anni (data la bassa incidenza di disoccupati in questa classe di età) pesa maggiormente la generazione dell’identità (50-59 anni) per la quale il ricorso al centro per l’impiego continua ad avere un’importanza rilevante.

  • Un’ulteriore differenza si registra per livello d’istruzione: spicca una maggiore intraprendenza tra i laureati. Essa si realizza non solo nella più frequente consultazione di annunci e autocandidature ma anche nell’utilizzo attivo degli strumenti, come la stampa o internet, per mettere inserzioni o rispondere ad annunci (40,1 per cento). Come già richiamato, i laureati e in generale quanti hanno investito in un percorso articolato di istruzione, sono desiderosi di mettersi in gioco e valorizzare il proprio capitale umano, dunque inclini a prediligere i canali formali. Tra quanti possiedono al massimo la licenza media, invece, si registra il più elevato ricorso ai canali informali (91,5 per cento) che è anche la scelta preferita dai cittadini stranieri (91,0 per cento).

  • Le differenze territoriali sono rilevanti: nonostante il ricorso all’intermediazione informale sia diffuso in tutte le ripartizioni, nel Nord si registra anche un consistente utilizzo dei canali formali (quasi 50 per cento), in particolare Centri per l’impiego (Cpi) e agenzie interinali. Nel Mezzogiorno invece l’uso dei servizi per il lavoro è nettamente inferiore, mentre il ricorso ai concorsi è circa il doppio rispetto al Nord.

Cosa abbiamo, allora? Persone più avanti con l’età, con minore livelli d’istruzione, a prevalenza meridionale. E queste pesone a quale settore lavorativo possono accedere? Magari ad aziende piccole nel settore dei servizi che non dispongono né dei mezzi né della necessità di usare tipologie di ricerca HR più sofisticate. Se cerchi un cameriere non spendi miglia di euro per organizzare un Assessment Center…

Se uniamo al tutto la prevalenza al nanismo delle imprese italiane, possiamo capire perché i legami deboli siano così dominanti nel mercato del lavoro italiano. È una consegueza del sistema aziendale italiano e la lettura moralistica mette in ombra la retrostante razionalità economica: è una necessità, non un vizio. Così come non si capisce come possa un’azienda non meritocratica e limitata al morente mercato interno che assume a caso sopravvivere in un mercato follemente competitivo. Mal che vada basterà aspettare che il mercato porti a termine la sua opera di distruzione creativa, non trovate? Oppure, come al solito, l’eccellenza non serve in buona parte del mercato mondiale?

 

—- La mobilità sociale? Dipende dall’economia —-

Passiamo al punto successivo, quello della mobilità sociale [7]:

La mobilità sociale è il processo che, in una data società, consente agli individui di muoversi tra posizioni sociali diverse. Tale processo è influenzato da una serie di meccanismi che tendono a riprodurre sui destini individuali lo squilibrio delle posizioni di partenza. In misura più o meno marcata, infatti, i figli ereditano i vantaggi e gli svantaggi associati alle posizioni occupazionali dei loro padri.

Una società meritocratica, quindi, è una società dove le origini non hanno un peso determinante nella costruzione della propria vita professionale. Ma visto che si parla di professioni, non viene in mente il mercato del lavoro? E abbiamo già visto che il lavoro non è una variabile indipendente dall’andamento complessivo dell’economia [7]:

Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati e di valore crescente nel volgere delle coorti anagrafiche. Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica. Ma quando, dalla metà degli anni Novanta, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata. Si sono, così, considerevolmente ridotte le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine. In effetti, era già stato osservato che, a partire dai nati negli anni Settanta, gli italiani avevano conosciuto una riduzione dei tassi di mobilità sociale ascendente e un incremento dei tassi di mobilità discendente.

Di nuovo, un fenomeno che viene attribuito alla cultura è in realtà da attribuire alla stagnazione economica degli ultimi 30 anni.

In compenso c’è un punto su cui i meritocratici di casa nostra, tanto presi a promuovere la selezione e il merito, glissano amabilmente: le società più meritocratiche sono quelle scandinave. Le quali sono caratterizzate:

  • Da un percorso scolastico unificato e tardamente selettivo;
  • E da un welfare universale;

L’esatto contrario di quanto i meritocratici di matrice anglossassone vorrebbero fare e non a caso il Regno Unito è tutto fuorché un modello da seguire, meritometro alla mano. Anche qui il motivo è noto [9]:

una elevata diseguaglianza nella distribuzione dei redditi si traduce in una diseguaglianza di opportunità e in una significativa difficoltà ad accedere a elevati livelli d’istruzione per una parte consistente della popolazione. È difficile allora che si verifichino effetti positivi dalla diseguaglianza al merito. In un’economia capitalistica avanzata, i divari nei livelli di istruzione e di competenze professionali tra i diversi gruppi di popolazione non sono solo il risultato dell’operare del libero mercato, ma anche della distribuzione delle “capacità” individuali, e per questo devono essere accettate. È, tuttavia, molto difficile che individui “meritevoli” possano raggiungere posizioni, reddituali e non, corrispondenti alle loro effettive capacità, se non viene assicurata loro un’adeguata eguaglianza di opportunità.

Il che spiega facilmente i risultati nordici: il welfare universale attenua – ma non elimina – lo svantaggio di partenza dato dalle origini familiari.

Quanto basta per pormi un quesito banale: ma i meritocratici che discettano di meritocrazia hanno mai letto il libro che ha coniato quel termine?

 

[… continua]

 


[1] Cfr. http://www.meritocrazia.com/index.php?option=com_content&view=article&id=62&Itemid=67

[2] Cfr. http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/PlatoneRepubblica.pdf

[3] Cfr. https://www.forumdellameritocrazia.it/rassegna-stampa/dossier-meritometro

[4] Cfr. http://www.isfol.it/primo-piano/come-si-cerca-lavoro-in-italia-canali-di-intermediazione

[5] Cfr. https://data.oecd.org/entrepreneur/enterprises-by-business-size.htm

[6] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/214230

[7] Cfr. https://ebiblio.istat.it/digibib/Indagine%20Multiscopo%20Famiglie/IST0035121Mobilita_sociale2003.pdf

[8] Cfr. https://www.lavoce.info/archives/27721/mobilita-sociale-in-italia-e-ferma/

[9] Cfr. https://www.lavoce.info/archives/35880/poche-opportunita-di-crescita-nella-diseguaglianza/

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Questa voce è stata pubblicata il 15 aprile 2019 da in cultura con tag , , , , .
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