Charly's blog

Meritocrazia: la distopia di M.D. Young (seconda parte)

Di tanto in tanto è possibile leggere notizie del genere in merito all’ignoranza degli italiani [1]:

Secondo i numeri dello studio Ipsos Mori, eseguito nel Regno Unito, l’Italia è il Paese più ignorante d’Europa, cioè ‘ignora’ la dimensione reale che lo circonda, ed è convinto che tutto vada peggio di come si sviluppa in realtà.

Nel nostro Paese, la popolazione pensa che il 30% sia composta da immigrati (in realtà è il 7%), che il 20% siano musulmani (quando sono appena il 4%), che il 48% della popolazione sia over 65 (in realtà il 21%) e che i cittadini disoccupati siano il 49% (quando in realtà sono il 12%). Praticamente, gli italiani sono convinti di vivere in un vero e proprio incubo.

Se poi aggiungiamo al tutto [2]:

Analfabeti funzionali

Abbiamo la combo perfetta: italiani ignoranti e analfabeti funzionali. Chissà perché nessuno si pone mai il quesito: ma come siamo arrivati a questo punto?

 

—- La meritocrazia: una satira sociologica —-

Per quanto ignoto ai più, il termine meritocrazia venne coniato dal sociologo britannico M.D. Young nel suo The Rise of the Meritocracy pubblicato nel 1958. Il testo è un saggio fake che analizza come il Regno Unito sia passato da un’organizzazione politica e sociale tradizionale a una meritocratica dove l’élite viene «selezionata secondo la capacità intellettuale e istruita secondo i meriti». Se consideriamo in maggior dettaglio il merito, eccone la definizione: «l’intelligenza combinata con lo sforzo costituiscono il merito».

Abbiamo, quindi, due elementi:

  • L’intelligenza;
  • Il merito;

Come si sviluppa l’intelligenza e come si entra nell’élite? Graze al QI certificato da appositi test prima durante gli anni scolastici e poi sostenibili anche durante la vita adulta (con scarsi risultati). Se inizialmente il test veniva condotto durante il percorso scolastico poi, progressivamente, la selezione si farà sempre più precoce fino agli anni pre-scolastici. La precocità nella selezione è dettata da una considerazione molto semplice: come si diventa intelligenti? Grazie alla genetica e all’ineguaglianza genetica: «per ogni uomo ravvivato dall’intelligenza ne esistono dieci tramortiti dalla mediocrità, e lo scopo del buon governo è di garantire che questi ultimi non usurpino, nell’ordinamento sociale, il posto che spetta a quelli migliori di loro». Il vero nemico della meritocrazia da un lato è da trovare nella «dottrina egualitaria, secondo cui ogni individuo può essere istruito così da renderlo in grado di sostituire qualsiasi altro» che ha la sua massima espressione nell’ingiustizia dell’istruzione che  «consentiva alla gente di conservare le proprie illusioni, l’uguaglianza delle opportunità favoriva il mito dell’uguaglianza umana».

Un simile fenomeno ha un’implicazione paradossale: se l’intelligenza ha una base genetica che non può essere intaccata dall’istruzione, a cosa serve la scuola? La scelta di Young di puntare sui geni invece dei libri è dettata dal fatto che, altrimenti, la logica vorrebbe che le persone che partono svantaggiate – geni, contesto familiare – siano destinatarie dell’istruzione migliore per pareggiare il campo di gioco, l’esatto contrario dei meccanismi meritocratici basati sulla selezione e la competizione. Ma se a essere predominanti sono i geni, una migliore istruzione sarebbe solo uno spreco di tempo.

Un altro fattore da tenere in conto è l’anzianità di servizio che viene abolità nella costruzione delle carriere – «i pochi eletti tra i molti chiamati debbono esser eletti per merito; l’età è un principio irrilevante quanto la nascita» – in quanto lo scatto di anzianità non è prettamente meritocratico.

Ma quali sono gli effetti pratici della selezione basata sul QI? Per prima cosa si viene a creare una fortissima frattura fra le classi superiori e quelli inferiori:

A quei tempi nessuna classe era omogenea dal punto di vista dell’intelligenza: i membri intelligenti delle classi superiori avevano tanto in comune con i membri intelligenti delle classi inferiori quanto ne avevano con i membri stupidi della propria classe.

Oggi le persone in vista sanno che il successo è la giusta ricompensa della loro capacità, dei loro sforzi e delle loro innegabili conquiste. Esse meritano di appartenere a una classe superiore.

Oggi l’élite sa che […] i loro inferiori sociali sono inferiori anche per altri versi: e cioè nelle due qualità fondamentali, l’intelligenza e l’istruzione.

Per seconda cosa anche la politica ne viene stravolta. La democrazia che «non può essere altro che un’aspirazione» viene sostituita da un governo «non tanto del popolo quanto della parte intelligente del popolo; non un’aristocrazia del sangue, non una plutocrazia di ricchi, ma una vera meritocrazia dell’ingegno». Non vi ricorda la curiosa idea del voto ponderato a favore dei più istruiti?

 

—- E passando per Don Milani —-

Ricapitoliamo il mondo meritocratico: il merito è dettato dall’intelligenza… che però è determinata dalla genetica. Non a caso la costruzione di classi sociali omogenee per qualità intellettuali porterà alla nascita dell’intellegenetica: «Un uomo dall’alto QI che si accoppi con una donna che ha un basso QI butta via semplicemente i suoi geni». Da qui il consiglio, prima di scegliere un coniuge, di consultare il Registro dell’intelligenza.

Il risultato finale della meritocrazia è la creazione di una classe sociale basata sulla fortuna, i geni, che poi viene capitalizzata con un’istruzione superiore. E proprio per via di questa base biologica quella che nasce come classe sociale diviene casta grazie alla riproduzione pianificata che esclude le classi inferiori. Il tutto condito da un’ideologia volta a legittimare il potere economico e politico di una minoranza a discapito della maggioranza. L’aspetto curioso è che l’aristocrazia di sangue basava la propria ideologia sugli stessi argomenti… capito perché quella di Young è una distopia? Una distopia credibile dato che stiamo per entrare nell’epoca dell’ingegneria genetica con tutto quello che ne conseguirà in termini di accessi diseguali al potenziamento umano.

Trattandosi di una satira Young ha dato per scontato tre elementi che ovvi non sono:

  • L’esistenza di una definzione univoca di intelligenza;
  • Che può essere misurata tramite test;
  • E che garantisce il successo professionale ed economico;

Ma è un saggio fake, si è detto. Adesso passiamo all’aspetto più curioso di tutta questa faccenda: sapete che è esistito un paese che assomigliava e pure non poco alla società descitta da Young? E che quel paese è proprio l’Italia pre ’68?  Non ci credete? Bene, ditemi, voi cosa sapete di Don Milani? Nella sua celebre lettera a una professoressa si notava perfidamente che i bocciati da parte della scuola italiana non erano un campione rappresentativo della popolazione, bensì figli dei contadini e degli operai. Se si considera i diplomati alle medie superiori, i figli degli imprenditori e dei liberi professionisti registravano il 100% del conseguimento del titolo di studio. I dirigenti e gli impiegati calavano a 7,6 su 30, i lavoratori in proprio a 3,7 su 30 e i lavoratori dipendenti 0,8 su 30. E i contadini e gli operai? Zero. Quanto basta per poter scrivere:

Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. […] Anche un preside di scuola media ha scritto: «La Costituzione purtroppo non può garantire a tutti i ragazzi eguale sviluppo mentale, eguale attitudine allo studio». Ma del suo figliolo non lo direbbe mai. Non gli farà finire le medie? Lo manderà a zappare?

Ecco a voi il grande scandalo: la denuncia della società classista del tempo… e amabilmente meritocratica, non trovate? E ben lungi dal creare una super élite, una selezione così precoce ha portato a un risultato ovvio: la diffusione dell’ignoranza. Partiamo dal livello scolastico che una selezione precoce ci ha portato in dote:

 

Popolazione over 50 per titolo di studio, anno 2004 (dati espressi in migliaia)

50-54 55-59 60-64 65+ Totale
Nessun titolo-elementare 1.009 1.506 1.811 7.960 12.286
Licenza Media 1.207 960 728 1.483 4.378
Diploma 2-3 anni 242 190 117 192 741
Diploma 5 anni 830 648 478 852 2.808
Laurea 411 317 203 389 1.320
Totale 3.700 3.620 3.338 10.877 21.535

Fonte: Istat.

 

All’epoca, su quasi 50 milioni di persone con più di 15 anni, fra i soli over 50 a non superare la terza media erano in 16,6 milioni di persone e i laureati erano poco più di un milione. Se consideriamo gli over 15, le persone che non possono vantare più di una terza media al’epoca superavano i 29 milioni, mentre i laureati superavano di poco i 4 milioni.

Un simile disastro educativo ha portato a due conseguenze. La prima è la scarsa propensione alla lettura [3]:

solo il 43,0 per cento della popolazione dichiara di aver letto almeno un libro nel tempo libero nell’arco di dodici mesi. Tra i lettori di libri, inoltre, una quota consistente dichiara di aver letto al massimo tre libri nell’ultimo anno (46,6 per cento), contro un’incidenza decisamento più contenuta di quanti affermano di averne letti minimo 12 (il 13,9 per cento). Dal punto di vista temporale la quota di lettori (chi ha letto almeno un libro nell’ultimo anno) è rimasta intorno al 40 per cento negli anni compresi tra il 1995 e il 2003, mentre ha subito incrementi più consistenti negli anni successivi fino a raggiungere il suo massimo nel 2010 (46,8 per cento).

Ma perché si è letto poco e si legge poco? Banalmente perché se hai livelli d’istruzione bassi avrai poi difficoltà a comprendere i testi scritti per livelli d’istruzione superiori sia per i concetti presenti nel testo sia per il registro linguistico adottato. C’è una bella differenza in termini di capacità di lettura fra un laureato e una persona che non ha mai visto un saggio accademico, non trovate?

 

—- E concludendo con gli analfabeti funzionali —-

Il secondo effetto della bocciatura di massa post ’45 e pre ’68 è l’ampia diffusine dell’analfabetismo funzionale nella popolazione italiana. Partiamo dai dati forniti dall ricerca internazionale sulle competenze alfabetiche della popolazione adulta (International Adult Literacy Survey, IALS) lanciata dall’OCSE/OCDE nel 1992. Nel 1996 si ebbe la seconda fase di ricerca del progetto, fornendo infine i risultati a più riprese nella seconda metà degli nni ‘90 [4]. Stando ai dati raccolti in Italia si notava la presenza di ampi settori della popolazione a “rischio alfabetico”, la scarsa partecipazione della popolazione a livelli di istruzione post-secondaria e la povertà del contesto socio-culturale in cui ancora oggi vivono quote consistenti di cittadini. Ne risultava che 5 italiani su 100 non sono in grado di distinguere una lettera dall’altra, 38 su 100 sono in grado di farlo ma leggono con difficoltà e a fatica decifrano le cifre, 33 su 100 superano questo stadio ma qui si fermano dato che non riescono a comprendere i testi più complessi. Nel caso specifico non si possiede neppure le abilità per formulare una frase di venti parole o la capacità di comprendere non solo i principali quotidiani del paese, ma neppure la free press. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta possiede le capacità minime per orientarsi nel mondo contemporaneo.

La ricerca evidenziò, inoltre, che la scarsa scolarizzazione della popolazione italiana fosse un elemento critico per la comprensione del fenomeno. All’epoca della rilevazione  un terzo della popolazione poteva vantare solo la licenza media (33,7%), un altro terzo un diploma di scuola superiore (35,1%), un quinto della popolazione solo la licenza elementare (20,4%). La popolazione laureata superava il 7% solo se veniva conteggiata con chi poteva vantare un dottorato di ricerca (0,9%).

I risultati vennero confermati dalla PIAAC le cui rilevazioni vennero effettuare fra il 2011 e il 2012 [5].

La maggior parte della popolazione italiana si colloca al Livello 2 con un punteggio medio di 250; le fasce 16-24 e 25-34 anni presentano una buona percentuale di adulti al Livello 3 (rispettivamente 35,3% e 34,3%); il Livello 5 non viene raggiunto da nessuna fascia mentre piccole percentuali raggiungono il Livello 4: il 5,6% dei 25-34enni ed il 4,4% dei 16-24enni e il 3,7% dei 35-44enni. La fascia 55-65 ha la più alta percentuale di adulti al di sotto del Livello 1 (10,0%) ed al Livello 1 (31,2%). Tali risultati sono in linea con la media OCSE: le proficiency migliori di literacy vengono ottenute dai 25-34enni e le peggiori dai 55-65enni.

E anche qui si rileva il rapporto con l’istruzione:

In particolare i diversi percorsi scolastici e le varie leggi istitutive dell’obbligo scolastico in Italia sono fattori che permettono di spiegare in parte il basso grado di competenze della fascia di età tra i 55 e i 65 anni. Questa popolazione più anziana risente, infatti, di percorsi scolastici estremamente brevi (la legge istitutiva dell’obbligo scolastico della durata di otto anni è del 1962): nel campione dell’indagine PIAAC, infatti, emerge come buona parte della popolazione (69,8%) che si colloca tra i 55 e i 65 anni ha conseguito un titolo pari alla licenza media o inferiore, con un 5,5% di adulti in questa fascia che dichiara di non avere conseguito alcun titolo di studio.

 

L’analisi per livello di istruzione permette inoltre di spiegare, in parte, perché il campione italiano mostra livelli di literacy e numeracy costantemente inferiori al campione OCSE. In Italia il 54% dei rispondenti ha un titolo sotto il diploma, il 34% è in possesso del diploma ed il 12% ha la laurea, contro rispettivamente il 27%, il 43% e il 29% nella media OCSE-PIAAC

Il risultato, in realtà, non dovrebbe essere sorprendente. Se si cacciano i bambini o i ragazzi dalla scuola sostenendo che il loro rendimento scolastico è dettato dalla loro scarsa intellingenza, a vostro parere, quale sarà l’esito più probabile? Che i suddetti bambini/ragazzi migliorino per osmosi o che non migliorino affatto, anzi, dato lo scarso utilizzo delle capacità esercitate a scuola – lettura, scrittura – nella vita quotidiana il loro livello calerà ulteriormente? Siamo sempre lì, la selezione non promuove la conoscenza, diffonde solo l’ignoranza

 

[… continua]

 


[1] Cfr. https://www.leggo.it/news/italia/italiani_popolo_ignorante_europa-667670.html

[2] Cfr. https://www.lastampa.it/2017/01/10/blogs/il-villaggio-quasi-globale/il-per-cento-degli-italiani-analfabeta-legge-guarda-ascolta-ma-non-capisce-MDZVIPwxMmX7V4LOUuAEUO/pagina.html

[3] Cfr. https://www.istat.it/it/files/2014/03/Noi-Italia-2014.pdf

[4] Cfr. https://nces.ed.gov/surveys/ials/

[5] Cfr. https://www.isfol.it/piaac/i-risultati-di-piaac

Un commento su “Meritocrazia: la distopia di M.D. Young (seconda parte)

  1. am
    22 aprile 2019

    mio charly..
    gli italiani saranno anche analfabeti di ritorno e di partenza: però fessi no
    e questo è gia qualcosa.

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2019 da in cultura con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: