Charly's blog

Meritocrazia: la distopia di M.D. Young (terza parte)

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Il fatto che il significato originale di meritocrazia sia stato travisato, da persone che non hanno letto il libro o non sono riusciti a capirlo, indisponeva non poco l’autore [1]:

I have been sadly disappointed by my 1958 book, The Rise of the Meritocracy. I coined a word which has gone into general circulation, especially in the United States, and most recently found a prominent place in the speeches of Mr Blair.

The book was a satire meant to be a warning (which needless to say has not been heeded) against what might happen to Britain between 1958 and the imagined final revolt against the meritocracy in 2033.

L’aspetto ironico è che il libro si conclude con la seguente frase: «i fallimenti della sociologia sono illuminanti quanto i suoi successi». Quando si dice essere profetici…

 

—- Il merito? Allora tassiamo! —-

Che la meritocrazia non funzioni come previsto non è una sorpresa se si prendono due minuti per riflettere sull’argomento. Abbiamo già visto quanto sia poco sensato prendere l’intelligenza come valore fondante:

  • Non è così facile da definire;
  • Né da misurare;
  • Non è garanzia di successo economico;
  • Né di successo scolastico;

Al riguardo si pensi solo ai membri del Mensa: «Ad oggi il Mensa è un’associazione internazionale presente in oltre 100 nazioni, con circa 120.000 aderenti di ogni età e professione: uomini d’affari, impiegati, medici, editori, giornalisti, operai, agricoltori, casalinghe, avvocati, politici, militari, scienziati, studenti, insegnanti» [2].

In effetti i meritocratici nostrani glissano sul punto dell’intelligenza puntando sulla promozione dei più capaci nel perseguire i fini dell’organizzazione di turno: trattandosi del mercato parliamo di professioni. Curiosamente, però, non si pongono mai l’ovvio quesito perché mai qualcuno sia più abile di un’altra persona. Young risolveva con la genetica e il QI, mentre noi al massimo possiamo puntare sulla formazione e la selezione offerta dal sistema scolastico. Se non fosse che la scuola italiana è talmente sconnessa dal mondo reale che si rischia di perdere un ottimo programmatore perché alle medie non riusciva a digerire l’educazione tecnica o la letteratura italiana…

Ma oltre alla scuola abbiamo un intero mondo di opportunità che vanno dalle scuole private – in Italia specie all’università – fino a lezioni private, summer schools e corsi vari. Se non fosse che queste opportunità formative costano e non sono alla portata di tutti: non vi pare un ostacolo al merito? Perché una persona nata in una famiglia dalle maggiori risorse finanziarie dovrebbe avere accesso a strumenti educativi migliori che, poi, in ambito professionale potranno fornire un iniquo vantaggio competitivo?

L’argomento era già trattato nel libro ma, ovviamente, i meritocratici non leggono. Stranamente quelli italiani non comunicano neppure con quelli stranieri perché il Meritocracy party su questo punto è chiarissimo [3]:

Isn’t it my choice to determine how I dispose of my assets?

1,100 billionaires have double the assets of the world’s poorest 2.5 billion people. The vast majority of people have little to no assets to pass on to their children. If you want fairness and justice in society it is essential that there be a measure in place to prevent excessive wealth accumulation. If you want to help your children and your children’s children, the best thing you can do for them is to make sure that they are not the losers in a rigged system where the privileged are guaranteed success. In a society with such vast inequality, the right to choose where your assets are disposed of lies in the hands of the government who act solely in the interest of the general will. The Millionaire Inheritance Tax and 100% Inheritance Tax are the legal and economic enforcement of equal opportunities.

Ma sul punto i nostri eroi glissano amabilmente… In compenso credo che sia ormai chiaro perché un welfare universale unito a una scuola poco selettiva sia un sistema più meritocratico: attenua, ma non elimina, le diseguaglianze dettate dai differenti contesti familiari di partenza.

 

—- Un fallito scolastico… che diventa un uomo di successo —-

Se c’è qualcosa particolarmente recettivo alle idee sceme, quel qualcosa dovrà comunque confrontarsi con l’indiscussa regina dell’idiozia: la scuola italiana. Abbiamo già visto quanto la scuola fosse selettiva con tutti i danni creati per quanto riguarda la diffusione dell’ignoranza e dell’analfabetismo funzionale. Non paghi, queste selezioni venivano effettuare sull’idea che gli intelligenti siano predisposti al successo scolastico, gli stupidi meno. Se non fosse che il rifiuto basato sua una categorizzazione porta al risentimento e alla costruzione di una sotto-cultura antagonista rispetto a quella istituzionale. Qualora qualcuno si sia mai chiesto perché gli studenti  sono omertosi nei confronti dei docenti…

Di per sé è una pessima idea che poi diventa disastrosa se rammentiamo come il successo professionale non coincida necessariamente con il livello d’istruzione. C’è sempre il rischio di leggere notizie del genere [4]:

About three out of 10 billionaires—29.9%—around the world did not have at least a bachelors degree in 2015, according to a billionaire census by Wealth-X. That’s 739 out of the total 2,473 billionaires. The percent of billionaires with a university degree, though, has fallen since 2014, when roughly 35% of billionaires had no degree. [..] The vast majority of billionaires however did make it to a bachelors degree, and many went farther. Twenty-two percent went on the nab a Master’s degree, while 13.1% of all billionaires earned an MBA. About 9.5% took home a PhD, 3.4% can tout a JD, and a lesser 0.7% can hang an MD behind their desks.

Scendendo a livelli più terreni, non è raro vedere imprenditori con la terza media o diplomati/ titoli professionalizzati con un reddito maggiore rispetto al laureato che pedala con le app del food delivery. Quanto basta per far scattare l’orgoglio del fu fallito scolastico, non trovate?

Ovviamente non sostengo che un imprenditore senza laurea sia necessariamente più intelligente di un laureato, né tantomeno che l’intelligenza sia compagna della ricchezza. Ma, come ho scritto all’inizio, l’intelligenza non è un concetto così facile da definire e se possiamo escludere che i ricchi siano necessariamente intelligenti potremmo fare la stessa operazione con gli istruiti. Senza dimenticare, infine, che persone potenzialmente ignoranti e inclini all’analfabetsismo funzionale potrebbero chiedersi cosa mai ci sia da imparare da persone con un reddito inferiore ai 500 euro e con due o tre lauree. Brutta cosa la creazione di categorizzazioni e culture antagoniste…

 

—- La liceizzazione e la crisi del sapere tecnico —-

La scuola italiana basata sulle idee meritocratiche di Young – non poi così differenti dal fallimentare sistema di esami pubblici della Cina imperiale – è riuscita a compiere imprese inenarrabili:

  • La formazione di una popolazione affetta in larga misura dall’analfabetismo di massa;
  • La diffusione dell’ignoranza non solo nelle tematiche non coperte dalla scuola che ahimé sono materia di dibattito pubblico, ma persino nelle discipline facenti parti de curriculum scolastico;
  • La creazione di una cultura antagonista che vede negli studi un inutile pezzo di carta;

Su quest’ultimo punto la scuola italiana è riuscita nel fenomale successo di far passare l’idea che gli studi debbano essere inutili in termini professionali in quanto formativi del mitologico senso critico [5]:

La logica del profitto sembra aver minato alle basi istituzioni (scuole, università, musei ecc.) e discipline (in primis quelle umanistiche), il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere in sé, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni immediati o benefici pratici. Tuttavia, continuiamo ad assistere inermi alla progressiva scomparsa dello studio del classico e delle discipline umanistiche, ormai ritenute inutili al fantomatico “progresso” di un’umanità sine humanitas.

Ma anche qui casca l’umanista, pardon, l’asino perché il senso critico si viene a formare con lo studio delle discipline adeguate: se si discute di geopolitica tale materia si deve studiare e non le eccezioni della prima declinazione. Anche qui, storia vecchia.

Seppur sotto assedio da parte del mercato non è che gli studi liceali godano di pessima salute. Ricordiamo come Gentile concepì la scuola italiana che, a dispetto di una riforma per legislatura, coserva ancora la stessa impostazione:

  • Licei: propedeutici per l’università e per quelli bravi;
  • Istituti tecnici: per i mediocri, professionalizzanti;
  • Professionali: per quello scarsi, a lavorare;

E come si iscrivono gli studenti? Così [6]:

Prosegue il trend di crescita dei Licei, scelti dal 55,4% degli studenti. È dal 2014/2015 infatti che i Licei vengono scelti da oltre uno ragazzo su due. Anche quest’anno continua a crescere la percentuale di iscritti al Classico: sono il 6,8%, rispetto al 6,7% dell’anno scorso. Lo Scientifico (tra indirizzo tradizionale, opzione Scienze Applicate e sezione Sportivo) si conferma in testa alle preferenze: lo ha scelto il 25,5% degli studenti, con una leggera flessione dello 0,1% rispetto allo scorso anno.

Restano stabili al 9,3% le preferenze per il Liceo linguistico e allo 0,5% quelle per il Liceo europeo/internazionale. Si registra invece un leggero calo per l’Artistico (dal 4,1% dell’anno scorso al 4%). Prosegue la crescita del Liceo delle Scienze umane, lo ha scelto l’8,3% dei ragazzi rispetto all’8,2% dell’anno scorso, e dei Licei musicali e coreutici, passati dallo 0,9% degli ultimi tre anni all’1% del 2019/2020.

Uno studente su tre (31%, erano il 30,7% un anno fa) ha scelto un Istituto tecnico. Il settore Economico è stabile all’11,4%; il settore Tecnologico, con i suoi indirizzi, continua ad attrarre maggiormente, con il 19,6% delle scelte (registrava il 19,3% nel 2018/2019). Gli Istituti professionali, scelti dal 13,6% degli studenti, registrano un lieve calo rispetto al 14% del 2018/2019.

Ma i licei nascono per essere selettivi e un 55% non è una percentuale da selezione. Né tantomeno abbiamo poi un’esplosione di immatricolazioni universitarie e neppure una particolare richiesta di laureati da parte del sistema produttivo. I tecnici e i professionali non arrivano al 44% nonostante la difficoltà di trovare figure del genere da parte delle PMI (i laureati possono andare all’estero nelle multinazionali). Come mai assistiamo a una progressiva liceizzazione delle scelte scolastiche? Non saprei, forse perché abbiamo passato gli ultimi 70 anni a dire che sono i mediocri e gli stupidi che non si iscrivono al liceo? Vada per il genitore che ha avuto la sua rivalsa in termini di reddito sul compagno di classe secchione, ma un figlio scemo no, non è accettabile.

 

—- Che fare? —-

È un peccato che Young sia passato a miglior vita, mi sarebbe piaciuto rendergli noto che il suo libro ha avuto una perfetta incarnazione nella scuola italiana pre ‘68. Vista la situazione che abbiamo avuto in eredità, cosa possiamo fare? Non molto, temo, gli anziani di basso livello per istruzione e comprensione rimangono fino a esaurimento del ciclo di vita. Ma ci sono sempre le nuove generazioni su cui investire partendo da un’ovvia considerazione sulla funzione binaria della scuola:

  • Formativa in termini civici;
  • Formativa in termini professionali;

Lasciate stare tutte le etichette su umanesimo, lavoro e idiozie varie, ragioniamo per obiettivi. Dopo un ciclo unico di 8 anni (il vecchio 5+3) abbiamo il liceo civico – così sono tutti contenti – comune a tutti. L’aspetto civico si traduce nella trasmissione delle conoscenze necessarie per ricoprire il ruolo di cittadino che a tutti spetta. Per forza di cose il famoso senso civico si forma solo se si conosce l’argomento di cui si sta parlando. Se si discute di economia quello si deve studiare, no? Il ruolo professionale, invece, nel liceo civico non esiste è può essere configurato come un’istruzione binaria – primi tre giorni al liceo civico, gli ultimi a seguire corsi professionalizzanti in un’altra scuola – o demandata in toto a istituzioni private pagate via voucher emessi dallo Stato.

Sul piano dei contenuti, di nuovo, lasciamo stare gli steccati per disciplina e ragioniamo per argomenti  e corsi. Ad esempio, un primo quadrimestre potrebbe vedere un corso sulla democrazia, un secondo corso sulla globalizzazione e un terzo sulla comunicazione politica. Tutti concetti essenziali per il mondo contemporaneo e multidisciplinari. Un altro quadrimestre potrebbe vedere un corso dedicato alla scrittura dove si impara a scrivere, uno dedicato alla retorica dove si impara la dialettica e la comunicazione e un terzo dedicato al mondo delle imprese con un programma del genere:

  • L’Arte della Guerra e il libro dei 36 stratagemmi;
  • Le 48 leggi del potere;
  • Un manuale di sociologia dell’organizzazione;
  • Shakespere e il management;

Vi assicuro che al liceo o all’università avrei pagato per frequentare un corso del genere. Fra l’altro questo corso sarebbe il gemello di un corso successivo incentrato sulla psicologia. Riuscite a immaginare le combinazioni che possono venire fuori? Altro che Manzoni o scemenze varie.

Essendo un liceo civico non ci sarà nessuna selezione per due semplici motivi:

  • Tutti votano ed è meglio sapere poco che non sapere nulla perché esclusi dal percorso scolastico;
  • Gli studenti non studiano perché sono pigri, non studiano perché non vogliono perdere tempo con idiozie insegnate nel modo sbagliato;

Non ci saranno neppure i voti, per la cronaca. Il principio fondante di questo programma è che se non vuoi imparare roba utile e necessaria per la tua vita è un tuo problema, non degli altri. La vita ti presenterà il conto, prima o poi.

In compenso si potrà selezionare quanto si vuole in ambito professionale. Anche l’educazione universitaria sarebbe da depotenziare al netto delle facoltà professionalizzanti (medicina, ingegneria). Ha poco senso formare un dottore in scienze politiche se poi nessuno conosce l’ABC della disciplina… al massimo si può sempre puntare su corsi post diploma, i master.

Scommettiamo che in questo modo si otterranno risultati migliori sia sul piano civico sia sul piano professionale? Ma per farlo bisogna abbandonare il frame della meritocrazia con la fregola della selezione che non vuol dire quel che in genere si crede. Ovviamente non può mancare il corso sul frame e sullo spin…

 

[… fine]

 

Approfondimenti:

 


[1] Cfr. https://www.theguardian.com/politics/2001/jun/29/comment

[2] Cfr. https://www.mensaitalia.it/cose-il-mensa/

[3] Cfr. https://meritocracyparty.org/faq/inheritance-tax-faq/

[4] Cfr. http://fortune.com/2016/08/08/billionaires-no-degree/

[5] Cfr. http://www.cultora.it/la-crisi-del-sapere-umanistico-ancora-senso-studiare-la-storia-le-lingue-antiche/

[6] Cfr. https://www.miur.gov.it/-/iscrizioni-on-line-ecco-i-primi-dati-il-55-4-degli-studenti-sceglie-i-licei-il-31-i-tecnici-il-13-6-i-professionali

2 commenti su “Meritocrazia: la distopia di M.D. Young (terza parte)

  1. am
    24 aprile 2019

    a corredo dei libri consigliati aggiungere, non te ne offendere , anche ”saggio sull’arte di strisciare ad uso del cortigiano”
    mi piacciono però i 36 stratagemmi.
    Un unico appunto: sopravvaluti le multinazionali e la loro efficienza mentre trascuri l’enorme ramificazione di imprese intorno ad esse

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 aprile 2019 da in cultura con tag , , , .
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